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“Felice chi è diverso”: Gianni Amelio racconta un’omosessualità in gran parte superata, ma non da lui

Felice Chi è Diverso Smalldi Alessandro Paesano

Felice chi è diverso di Gianni Amelio restituisce le interviste fatte a venti uomini gay, tutti in età avanzata, che raccontano vicissitudini personali e i ricordi di gioventù, riguardo il proprio orientamento sessuale in base al quale sono stati variamente discriminati.

Racconti fatti alla videocamera senza ascoltare le domande.

Dal ragazzo d’epoca fascista che voleva fare il ballerino, al ragazzo curato psichiatricamente (e danneggiato per sempre), dalla coppia che sta insieme da più di 30 anni (unico esempio davvero positivo del documentario), al racconto di qualche personaggio noto, Amelio fa parlare le tante voci di una omosessualità che, al di là della discriminazione, non accomuna affatto le persone che vi appartengono.

C’è chi cerca rapporti sessuali fugaci, chi vuole una storia stabile, chi si sottrae al sesso e si dedica al lavoro, chi cambia sesso per normalizzarsi (pentendosene amaramente subito dopo), chi si è sposato con una lesbica per confondere le carte...
L’ultimo intervistato è invece un diciottenne il quale – dopo aver raccontato del suo coming out, fatto in risposta a un commento pietistico della madre nei confronti di un ragazzo vistosamente effeminato incontrato nella pubblica piazza – si chiede, un po’ spaesato e perso, cosa ne sarà di lui visto che non può certo andare a dire a un compagno di scuola che è attratto da lui.

Felice chi è diverso (che cita parte di uno splendido verso di Sandro Penna) alterna questi racconti a dei filmati d’epoca tratti da servizi televisivi, cinegiornali, film, pagine di rotocalchi e quotidiani, nei quali l’omosessualità maschile viene descritta secondo i più squisiti parametri patriarcali e maschilisti: dalla clinica per scoprire se si è davvero invertiti (come? vedendo se i giovani adolescenti minorenni – fino al 1973 la maggiore età scattava a 21 anni – in sospetto d’inversione,  rimangono indifferenti dinanzi a certe giovani donne vestite da infermiere che provano a irretirli, confermando così la loro condizione) ai reportage nei quali la ricerca di un partner sessuale viene descritta come mercimonio (mentre battere per i gay significa cercare qualcuno che ci sta  non certo prostituirsi), passando per tutte le caratterizzazioni effeminate del caso. Felice Chi e' diverso Locandina

Racconti e materiali preziosissimi a saperli guardare e riconoscere, presentati senza nomi e senza date, senza quei riferimenti scientifici che ne fanno un documento.

Amelio ha spiegato, in conferenza stampa, che non voleva trasformare i venti intervistati in testimoni ma voleva fare di loro delle persone.

Sarà.

Vero è che le persone il nome ce l’hanno e che leggere in sovrimpressione almeno quello di battesimo contribuisce a dare a queste persone la dignità di individui.

Invece per sapere chi è quella anziana donna trans che confessa, sguardo in camera, le lacrime agli occhi, che, da quando si è operata, nel fare sesso non sente più niente, bisogna aspettare i titoli di coda, quando tutti i nomi sono elencanti molto velocemente.

Amelio non si è invece pronunciato sull’assenza delle date e dei nomi dei programmi e dei film citati (riportati anch’essi nei titoli di coda) generando nella visione non poca confusione di contestualizzazione  storica perdendo una magnifica occasione di informare mentre sta raccontando.

Nel restituire le storie,  i vissuti e le emozioni, ma anche le idee e le ideologie di venti omosessuali italiani, il documentario predilige i racconti dove la difficoltà personale sembra prevalere su quella causata dalla pressione sociale, cioè  dallo stigma fortissimo che l’omosessualità ha avuto in passato e continua ad avere ancora oggi.

Così ecco la dichiarazione di quello che preferisce farsi chiamare effeminato invece che omosessuali, quello che critica la parola gay che avrebbe cementificato in un conformismo posticcio le differenze tra ricchioni e femminielli, quello che non si è accettato e voleva farsi curare ma è stato sconsigliato da un padre gesuita, o, ancora, le opinioni di Paolo Poli (che ha 85 anni) che riconosce all’omosessualità solo la dignità del sesso consumato in velocità (che lui chiama alla cosacca) mentre relega la sfera dei sentimenti solo alle amicizie.

Pur essendo opinioni degli intervistati, nella scelta di cosa montare è cosa no, chi intervistare e chi no, è naturalmente Amelio che parla e, loro tramite, si esprime.

Allora diventa davvero irricevibile che il documentario si concluda con Aron (è Amelio in conferenza stampa a ricordarci il nome), lo studente  che, pur avendo fatto coming out,  non sa dire mi piaci a un altro ragazzo,  dimenticando (omettendo?) che da almeno trent’anni ci sono tanti gay (e tante lesbiche) che vivono allo scoperto anche da giovani e che si organizzano anche in associazioni con le quale aiutarsi reciprocamente e che, insomma,  non si è più così soli, lo cantava già nel 1980 Renato Zero nella canzone “Onda Gay: il tuo nome gridalo forte un coro ti risponderà.

Sarà perché Amelio è persona d’altri tempi  (e l’Hollywood reporter al passaggio del documentario all’ultimo festival di Berlino lo bolla come un passo indietro per le stesse persone che si vuole liberare dall’ombra) ma vede le associazioni lgbt come fumo negli occhi (in conferenza stampa ci ha risposto, letteralmente, che a lui sembrano come degli ospedali dove i gay possono andarsi a curare) e crede ancora alle inesistenti aperture del Vaticano sull’argomento arrivando a negare quel che il catechismo della chiesa cattolica dice dell’omosessualità e cioè che Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. Frasi tratte dal sito ufficiale della Santa Sede mentre Amelio giura che, nel catechismo che ha lui, quelle frasi non ci sono (caro Gianni, come ti ho promesso stamani in conferenza, ecco il link!).

Insomma Felice chi è diverso (con la parola diverso nel titolo rigorosamente in rosa) indulge nel raccontare l’omosessualità infelice quella che piace tanto alla maggioranza italiana etero (e cattolica) che la accetta solo quando è sinonimo di sofferenza e solitudine,  ancora oggi, anche per i giovani come Aron.

Non perché quella felicità sia impedita da una società omofoba, da una Chiesa omofoba, persino da uno Stato omofobo (il massimo della pressione sociale riportata nel documentario è l’opinione di mamma e papà e dei vicini) ma perché è una condizione intrinseca dell’omosessualità.

Con buona pace di tutti i ragazzi (e le ragazze) che in questo Paese vivono bene nonostante l’omofobia di Stato.

Per questo si continua a negare, tra gli altri diritti,  anche quello al matrimonio e all’adozione.

Perché gay vorrà anche dire gaio ma in Italia deve continuare a significare infelice.

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
©gaiaitalia.com 2014
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