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Week-End Letterari di Gaiaitalia.com: Valentina Rosaroni, “Krisis”

Weekend Letterari Newdi Valentina Rosaroni

 

 

 

 

 

Milano  è come  un utero  che ha appena abortito. E’ gelida, insolente, e  vuota d’anima. Ma fa la scelta giusta , per farti arrivare dove desideri. E io l’avevo fatta.

La mano era fredda ma stringeva bene la valigia , ripassai mentalmente di aver preso tutto, in fondo altri due giorni e poi avrei fatto un ritorno tempestivo nella vecchia città dove ero nata per  dare notizie  e inventare  un po’ di sane bugie.

Mia sorella telefonò tra Porta Romana e viale Monte Nero. Mi piace parlare al telefono sull’autobus perché non sembra scortese quando dici scusa ma sento poco e devo lasciarti. Mi pare che forse l’altro ci resta meno male.

“ Non so come è possibile che non sono lì con te … se aspettavi mezz’ora ancora ce l’avrei fatta … e adesso.. dove sei? A letto? “

La pausa mi sembrò interminabile.

“ Sono su un autobus … anche perché non c’è assolutamente il tempo” aggiunsi, come se questo giustificasse qualunque azione compiuta nel mondo.

“Cosaaaa ..!!!!? Ma … Anja sei impazzita? Il medico non te l’ha impedito?”

“Sto bene. E non era piacevole rimanerci ancora. Domani ho lo spettacolo e vorrei pensare un po’. Poi ti chiamo e poi giovedì vengo da voi, d’accordo?”

“Oddio … è pazzesco,se dovessi sentirti male  io.. ti prego di parlarne con Elena, la tua amica. ..promettimi che lo farai.”

“ Elena sa poco di tutto questo, e poi si prenderà cura di me, ma direi che è andato tutto bene, non sono una quindicenne … in fondo …”

Mia sorella tacque. Era rassegnata.

“Devo chiudere.”

“ Abbi cura di te Anja. E perdonami io stavo davvero arriv …”

“ Non importa, non devi preoccuparti. Ciao.”

Ecco, viale Monte nero, il sorriso di Elena alla fermata mi rincuorò.

 

 

Scesi e sentii un leggero giramento di testa, istintivamente mi toccai la pancia, poi sorrisi anch’io a Elena, che mi sembrava esageratamente tranquilla, mentre  il mondo della mia vita stava crollando così miseramente.

 

 

“Non ti chiederò niente” mi sussurrò all’orecchio.

Accennai una risata ma uscì un colpo di tosse..

“ Ti senti bene..? Ah scusa l’ho appena promesso …”

“ Bene, sì.” dissi” Grazie per quello che fai Elena.”

“Ospitarti?… Non dirai sul serio? Hai le prove questo pomeriggio?”

“ A dire il vero… sì”, scoppiai a ridere, stonando con l’universo intero.

“Bene, facciamo in tempo per la mia pasta ai gamberetti allora … “

Probabilmente vomitai per strada, così mi disse più tardi Elena, ma io  non ricordo nulla. Svenni, e Elena chiamò l’ambulanza, perché il silenzio d’accordo, ma l’idea della  pasta ai gamberetti non fa vomitare nessuno, non la sua pasta.

 

 

Poi, mi ritrovai in questo letto  bianco e rosso, che lei aveva preparato.

Avevo dormito forse sei ore, così mi parve.

Elena entrò così piano e discretamente, che sentii che era proprio la scelta giusta, quella di stare un po’ da lei.

“ Hanno telefonato  per te …”

“ In tanti? “

Elena sorrise.  “ No solo … beh ha telefonato tua sorella”

Cominciai a inquietarmi. “ Sì spero tu non l’abbia fatta preoccupare. “

“ No Anja, ma lei era così agitata. So che… non ne vuoi parlare ma… spero tu non abbia fatto cose … folli”

“ Chi altro? “ chiesi.

“ D’accordo, niente domande. Dunque,  ha telefonato tua sorella … e …e …”

“ Elena … ho capito. Che cosa le hai detto?”

“ A … lei?”

“ Naturalmente.”

“ Che … non sapevo dove potessi essere … che non ti sento mai … le solite cose … va bene no? “

Mi voltai sul cuscino, lo sguardo verso il muro. Elena accostò la porta. “ Se … hai bisogno chiamami … sono in soggiorno e … le prove, hanno detto che non c’è problema per oggi, ma si chiedevano … “

“ Domani ci sarò.”  dissi.

Elena uscì.

 

 

Avevo talmente freddo mentre Antonio mi parlava che non riuscivo a capire dove volesse arrivare, e questo succedeva di rado.

“ Sei tra noi Anja?…”

“Eh?… ah sì … si dicevi dello sguardo sul pubblico su “Mi ricordo bene anch’io…” Sì, ma ho capito eh, certo che ho capito.”    Sentii nella mia voce qualcosa di esageratamente polemico, ovvio che lui lo percepiva, infatti per discrezione capì il momento e non disse nulla.

Così, come sempre, andai in scena piena di domande.

Milano. Ancora una volta mi dimostrava, come aveva fatto negli anni dell’accademia, che se non vuoi ricevere domande personali o se vuoi nasconderti dentro di te, lei sa accoglierti, e magari ci scappa pure lo shopping del sabato pomeriggio. Via Dante, i negozi, l’area pedonale, sullo sfondo il Castello Sforzesco. Quante volte avevo fatto passeggiate di ogni genere per dimenticare cose stupide, relazioni infinitamente prolungate, uomini in attesa di chissà che cosa da me, e donne in preda  a crisi isteriche: finivo sempre lì. Perfino quando avevo lavorato all’Autogrill , andava che poi rimanevo lì in zona, e la sera poi anche la domenica tornavo in accademia per provare e riprovare qualche pezzo per le lezioni del giorno dopo.

Elena non l’aveva presa bene, che  fisicamente ero uno straccio ma non avevo voglia di tornare dal medico, che mia sorella telefonava continuamente ma non le fornivo spiegazioni e mi sentiva parlottare fitto fitto , che dopo quel debutto io che di solito mi precipitavo a San Benedetto per riprendere fiato,invece le avevo chiesto di rimanere ancora un po’. E quelle telefonate, che arrivavano continuamente sulla sua linea di casa.

“Lo sai che sono felice di averti qui” mi disse apparendo lenta e premurosa sulla soglia della stanza, la sera dopo lo spettacolo. “Ma temo che tu non stia bene. E lo sai com’è fatta Giulia , continua a dire che non le voglio dire la verità. La sapessi, la verità …”

Mi fermai in un piccolo bar accanto al Piccolo Teatro, e ammirai l’entrata del castello. Giulia mi apparve un po’ come una maledizione, ma si sa che il personaggio negativo nelle storie in realtà spetta sempre a me. Eppure nascere lo stesso giorno di Mozart dovrebbe portare a ben altro che a giocare il ruolo dell’abbandonatrice di cuori infranti. Ma in fondo anche Mozart era così, un fuggitivo.

Alle 18 squillò il telefono.

“Sono Giulia”.

“Oh my God! “ esclamai con il sarcasmo fuori luogo di chi a sedici anni vuole sfottere un po’ la compagna di banco innamorata di lei.

“Dov’è mio figlio??” disse tutto d’un fiato.

“Sei una vera pazza”, mormorai con un filo di voce e riattaccai.

Allungai l’euro al cassiere e uscii quasi correndo, cominciai a vedere bianco, faceva freddo e la gente mi sembrava avere mille occhi puntati su di me. Mi appoggiai a un palo, il tram mi suonò e sfiorò passandomi vicinissimo nella curva.

“Si sente bene?”

Era alto e magro, l’occhialino da professore e giacche di colori improbabili, verde marcio per esempio era stato una costante. Non potevi non riconoscerlo.

Luciano. Ero imbarazzata ma la sua figura com’era stato in passato mi tranquillizzò subito. Luciano aveva insegnato per anni dizione in accademia da noi, poi se n’era andato perché gli stipendi erano diventati ridicoli e da allora non l’avevo più incrociato da nessuna parte.

“Luciano…  che piacere …”

“Ciao … Anja!, Ah, ciao, nemmeno ti riconoscevo, ma stai bene?”

“Sì … io…come stai tu invece? Sono passati millenni …”

“Già, be’ non sapevo vivessi ancora a Milano.”

“Sono qui per uno spettacolo,abbiamo debuttato ieri al Franco Parenti.”

“Ah ma allora … grandissima!  Vuoi un caffè? Oh ma sei pallida davvero, ti sei stancata troppo?”

“Grazie”    tagliai corto   ”davvero no è che sono vestita poco e qua c’è il gelo  … vado allora, mi ha fatto piacere rivederti”.

Lui sembrò dispiaciuto, con quella timidezza particolare, come se la colpa di una conversazione troppo breve  fosse sempre sua, e mai dell’altro che magari era di fretta o anche solo evitante. No io ero contenta di averlo visto. Avrei voluto dire sì andiamo dai oh ti offro un bel cappuccino con panna  mi ricordo quando te li prendevi prima di entrare a fare lezione e qualche volta ti rimaneva un po’ di panna sulla bocca  e noi pensavamo uno così è un attore da paura che ci sta a fare qui, eppure tu eri sempre appassionato …

Mi girò la testa  e mi fermai di nuovo. Il telefono stava squillando all’impazzata. Mi chiesi se il nuovo numero l’avesse alla fine dato Elena a Giulia, o se chissà cosa avesse  combinato la pazza per averlo.

Quando finalmente arrivai al portone, Giulia era semplicemente lì, avvolta in un cappotto color panna a dir poco stupendo.

Istintivamente, feci dietro front e mi infilai in una traversa  stretta.

“Anja! Fermati, non sono venuta fin qui per rincorrerti, non questa volta! Sei pallida come un cencio!”

Eh certo pensai incattivita, perché lei subito sotto la sciarpa e il berretto notava quanto ero pallida!

Mi fermai perché mi sentivo davvero male.

“Dimmi che non l’hai fatto!” gridò mentre io rimanevo di spalle.

Poi, inevitabilmente, scoppiò a piangere.

E fu allora che mi ricordai una frase sentita in ospedale da quell’infermiera carina, Arianna, avevo rimosso un bel po’ di cose negli ultimi quattro giorni.

“Ci sarà un momento in cui sentirai crollare dentro qualcosa come il fango che scivola giù, pesante e denso, e non sarà sangue. Ma poi ricomincerai a vivere.”

Aveva pronunciato una frase di quella portata e poi mi aveva fatto un’iniezione antidolorifica con la leggerezza dei suoi occhi grigio perla. Incredibile.

“Anja … voltati …”

Eseguii  l’azione meccanicamente. Mi ricordavo i suoi capelli rossi ma non sapevo che il color panna le stesse così bene. Accidenti.

“Cosa vuoi da me? “ Le dissi freddandola con lo guardo.

Le lacrime le rigavano il volto.

“Cosa hai fatto a nostro figlio?” chiese volendo urlare ma non riuscendoci. Un singhiozzo roco le uscì invece in un fiato e il fumo dell’ aria fredda mi sembrò  un vento di rabbia.

“Ho fatto quello che era giusto” dissi e abbassai lo sguardo, il che non era da me.

“Giusto per chi??? Per te?? Per la tua carriera? Avere un figlio in Italia è quasi impossibile per due donne! E’ difficile, rumoroso! Non avremmo avuto niente! Neanche sarei stata sua madre, né aiuti da nessuna istituzione! No! Ma avremmo avuto Gabriele o Sara!!!”

Mi venne in mente qualcosa di sciocco come sempre mi accade quando si toccano dolori intoccabili, come mio padre, allora per difesa faccio associazioni strane. Pensai che Gabriele e Sara sono due nomi biblici,  e che comunque il primo nome a cui avevamo pensato insieme era stato Andrea, unisex.  Come in “Io amo Andrea”, quel  film di un po’ di anni fa con Francesca Neri che fa la lesbica. E poi mi venne in mente la pasta ad Artegna piccolo comune in Veneto, dove io e Giulia avevamo condiviso una pastasciutta scotta fatta da sua madre , durante la nostra tournée insieme, mangiando in macchina sempre con tutto ‘sto fumo di freddo che ci usciva dalla bocca e appannava generosamente il vetro, così poi, durante l’amore , nessuno ci avrebbe visto.

“Sei venuta a Milano per sapere se l’avevo fatto?” le chiesi con un tono perfido.

Lei mi guardò con una smorfia di dolore .”Oh no, sono venuta per  vedere lo spettacolo!!”

Non sopporto le lacrime delle donne, nemmeno le mie, tuttavia sentii lo sgretolamento del fango dentro -come l’aveva chiamato l’infermiera- farsi più terribile.

Pronunciai le seguenti parole scandendole, perché facessero male a lei tanto quanto ne stavano facendo a me:”Ho a-bor-ti-to. Ok Giulia? “.

Non credevo potesse fare tanto male. Sentii una fitta al ventre e un bruciore alla vagina che mi resero più certa che tutto era accaduto veramente.

Giulia continuava  a fissarmi come imbambolata, mi venne voglia di baciarla. Invece dissi: “Ora io vado , e tu non mi segui, d’accordo Giulia?”

Naturalmente, lei urlò:”Sei una mmmeeeeeeeeeeeeeeeerdaaaaaaaaaaaa!!!”

Le passai accanto dopo che ebbe gridato sfiorandole i fianchi avvolti nella panna …

Come quando sognavamo antichi guai se avessimo fatto un bagno di schiuma e un regista pazzo ci avesse filmato.

Lei rimase immobile.

Io riuscii a scomparire e a dimenticare per dieci o dodici secondi il suo sguardo di fuoco.

 

 

“Stanca … tranquilla Elena, sono solo stanca.” Le dissi con la mia dolcezza onesta e non mellifluo –femminile di Giulia. Elena versò il tè in una tazza rosa confetto.

“Ok, amica mia, ma vorrei sapere cosa succede, anche se con questo infrango il patto.”

“Aspettavo un bambino, Elena. Ero incinta di tre mesi …”

Lei si lasciò sfuggire un ah di sorpresa misto a commozione.

“Sono stanca, ti spiace se dormo un po’?”

Lei si alzò senza dire una parola. Si fermò di spalle:”L’hai perso … Anja?”

Io non risposi. Lei involontariamente sbatté la porta nel chiuderla.

Giulia. Giulia con le curve , Giulia violoncello.  Attrice, bambina, donna. E poi al contrario, in infinite combinazioni di colore ed emozione. La mia Giulia. E il bambino che concepii con Antonio, e che avremmo tenuto lei ed io, com’era nei patti. E poi avrei continuato a lavorare con lui, e poi tutto sarebbe andato bene, senza intoppi, in una splendida famiglia allargata.

… balle!

Bussavano alla porta.”Anja … posso entrare? Il telefono continua a squillare, prima tua sorella, dice perché tieni sempre spento, poi … Giulia.”

Io mi svegliai di soprassalto , urlai, di fastidio: “ Oddio, perché non la smette? “Come se Elena potesse darmi una risposta. “ Dì a mia sorella che parto oggi e arrivo lì stasera e non dare alcuna informazione alla pazza, per favore.”

Mi voltai di lato, mi strinsi nel piumino, e piansi ripetendo meccanicamente “per favore, per favore, per favore …”.

Non avrebbe mai funzionato. Avrei smesso di occuparmi di me stessa, avrei smesso di recitare. Antonio mi avrebbe allontanato pur essendo il padre di mio figlio, lo conosco bene. Non avrei più lavorato. E avrei odiato Giulia, per sempre.  Invece, con il  male alla pancia, il bruciore vaginale, il cuore gonfio di rimorso, sentii che il mio amore per Giulia sarebbe stato eterno, anche se non l’avrei più rivista, e anche se lei non l’avrebbe mai saputo.

Tuttavia, il giorno dopo telefonai ad Antonio, e gli dissi che lasciavo il teatro, per sempre. E anche se quelle parole  altisonanti e barocche suonarono  finte e ridicole, lui rimase qualche istante in silenzio e poi mormorò: “Maledizione Anja, non ne fai una giusta …”.

 

 

 

 

 

©valentina rosaroni 2014
diritti riservati
©gaiaitalia.com 2014
per gentile concessione
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