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Ghigni e Balocchi: Lazzara Poesia

di Luigi Balocchi

 

 

 

 

L’estasi del bello, l’ardimento carnale, come pratica di vita. Se ne esiste traccia in un abbozzo di strofe, un pugno di pensieri tradotti in poesia, tutto mi rimanda a qualcosa di sconcio e sconveniente, soprattutto dimenticato. Lasciam perdere Jean Genet e le maraviglie in forma di delirio di un Celine, che han fatto sì  poesia ma in forma di prosa corrente. Lasciam perdere Verlaine, Ritsos, o quell’adorabile squinternata di Sheenagh Pugh, i primi che mi saltano in mente, confesso. Parlo, invece,  dell’orticello di casa nostra. Qui da noi s’è presso a poco sempre avuto il vezzo del poeta stortignaccolo e scarognato. Il ripiego sconsolato su se stessi, quel preferire i nobili moti del cuore agli altrettanto nobili gonfiori della patta, ha generato poesie dell’inappartenenza e dell’estraneità. Come si può, dunque, fare fino in fondo i conti con il male di vivere senza infine rivolgersi all’altare di una disperata vitalità? Eppure questo hanno cercato, ognuno a modo suo s’intende, i vari Penna, Campana, Bellezza, Valentino Zeichen, Bruno Brancher, il dimenticatissimo Renzo Novatore. Attenzione. I gonfiori della patta, espressione di un becerume infantile senza ritegno, non attendono unicamente alla sfera sessuale. Sono una data visione del mondo. Un qualcosa di mescidato che cova in sé il picaro, il grottesco, il ribaldo, lo sfrontato, il modo di essere di un Ligera milanese o di un Lazzaro di Porta Capuana.  Io non ho metodo. Affastello emozioni derivanti da letture disordinate e perciò pressoché ingenue. Intellettualmente sono un animaletto. Non ho fini ideologici. Ma una cosa m’urge ben chiara. Senza un evidente, se volete sconcertante, riferimento erotico, sensuale, senza il moto carnale che illumina il tutto, la poesia si riduce alla denunzia civile, il vagheggio filosofico, concettuale, nel migliore dei casi allo sperimentalismo autoreferenziale. Ovvio, ci mancherebbe altro, c’è posto per tutti. La genialità poetica prescinde dall’argomento di merito. Ciononostante, nella poesia di cà nostra, odoro qua e là un’insistente puzza da parrocchietta, un non dire o, meglio, un dire altro. Dalle parrocchie, ci siam passati tutti. E quel metterci dinanzi al Sancta Santorum recitando il mea culpa d’esser vivi, credo abbia influito non poco sulla linea poetica di questo paese. Non abbiamo imparato, ultimi epigoni (eretici finché si vuole…) della sessuofobia cattolica, la grande, primordiale, lezione del corpo. Tutto qui. Eppure, eravam partiti mica male, dai. Mi riferisco alla grande stagione del naturalismo lombardo, con quel suo viluppo di corpi virili, di femminee ansietà, che dai Savoldo, i Moretto, fin giungere al Caravaggio, fece a tutti scoprire che siam fatti di muscoli, nervi, visibili forme dei sensi. Ecco. Quelle immagini, lì son rimaste. Non hanno penetrato, a dispetto di una ristretta paranza di splendidi avventurieri, il corpo pulsante della nostra poesia.  Pòor num.

 

 

 

(16 maggio 2017)

 




 

 

 

 

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