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Ghigni e Balocchi: “La Rivolta Impossibile”

di Luigi Balocchi

 

 

 

 

Nessuno se la ricorderà più quella fredda serata a Vigevano. Eravamo a metà degli anni settanta. Da Milano, alcuni dirigenti di Lotta Continua, eran venuti in provincia per dar voce a una affollatissima assemblea di giovani con in serbo nientemeno che la Rivolusiòn. La tabella di marcia degli interventi era fissa sul palpabile ottimismo di chi riteneva imminente nel nostro paese un profondo cambiamento. Seduto, in mezzo a cotanto furore, sedeva un ometto di mezza età. C’è chi dice puzzasse di amaro, il Negroni per intenderci. Era Lucio Mastronardi. Il maestro, lo scrittore, il matto. Ad un tratto, Lucio alza la mano. Vuole dire la sua. Tutti pensano: “Cosa dirà adesso il Lucio?”. Qualcuno si tocca le balle. Silenzio. “Ehm. Scusate, compagni, volevo solo dire una cosa. – Sibila l’ometto sbìrolo – Il Comunismo, non ci sarà mai. E sapete perché? Perché gli operai vogliono diventare come i borghesi!!!” Apriti cielo. Raffica di fischi. Vaffanculo. Maleparole. Lucio vorrebbe ancora parlare, forse spiegare. Qualche anima pia lo prende sottobraccio, lo accompagna fuori.

C’è stato un periodo in cui, questo nostro paese, ha avuto in sorte una genìa di profeti. Son fioriti tra milioni di carabattole, cianfrusaglie, feticci di quell’insorgenza produttiva, quel delirio di ricchezza, che va sotto il nome di boom industriale. Lucio Mastronardi, scrittore morto suicida nel 1979, il geniale autore de – Il maestro di Vigevano -, ne ha svelato l’ignominia, il ghigno oscuro, quello stesso che ha fatto di Vigevano, per oltre un decennio, la capitale mondiale della scarpa. Un solo dato: negli anni sessanta, a fronte di oltre settantamila abitanti, nella città detta Ducale si producevano novantamila para di scarpe al dì. Due famiglie su tre eran lì tra colla e tomaie.

Lucio aveva visto là dove gli altri si rifiutavano di fare. E’ stato il tragico testimone di un radicale mutamento di vita, tutto occorso in appena un decennio. In quegli anni, una sorta di impazzimento collettivo ha colto Vigevano, paradigma dell’Italia intera. Diligenti battaglioni di umani, non han guardato che ai soldi e nulla è più importato loro se non quelli. Nessuno, al pari di Mastronardi ha colto con pari tragedia il mutamento indotto da quei tempi. Altri ci han provato, in parte riusciti. Lo ha detto Pasolini. Nessuno, con pari, estetica e letteraria, tragicità. Tutto ciò, ha partorito una razza mutante di borghesucci per cui davvero omnia cosa si misura con il danaro; per cui davvero l’unica e sostanziale preoccupazione è l’accumulare soldi: da investire in beni visibili, automobili di riguardo, case di pregio, o sperperare in consolatori paradisi vacanzieri, di cui poi raccontare e farsi vanto.

Ogni cosa, che altro non fosse il denaro, si è allora ridotta a lerciume. La devastante speculazione edilizia, la gretta ostentazione degli arricchiti, la fine delle autonome espressioni culturali sacrificate sull’altare di un’istruzione di massa atta a fornire la risultanza media di una cultura media, il disprezzo verso tutto ciò che non era merce, merce e danaro, hanno decretato il definitivo de profundis dei modi di vita tradizionali. Tutto ciò si è inciso nella vivida carne del paesaggio ambientale ancorché umano. L’ideologia dell’inarrestabile processo produttivo si è visivamente concretizzata nel feticcio della città infinita, nella metropoli delle desertificazioni umane, a cui moltitudini di obbedienti formichine sono state di fatto costrette, obbligate. “Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita”. Questo dice Calvino, scopritore e amico di Mastronardi, del suo antieroe ne – Marcovaldo ovvero le stagioni in città -, agghiacciante compendio in forma di novelle dell’anonima, tristissima vita, di uno tra i tanti residui umani trascinati dall’inondazione del progresso produttivo. La vita imprigionata, già. La sostanziale, definitiva, mancanza di libertà. Quella stessa di cui parla Luciano Bianciardi, anch’egli amico di Lucio, nel suo splendido – La vita agra -.

E a tutto ciò non vien dato rimedio. Parrebbe non lo si possa più dare, se non in termini di personalissima. Eroica e squinternata, rivolta. Già. Perché, come leggiamo nel romanzo di Bianciardi: “Non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”. Quanto proposto da Bianciardi sono gli antivalori di una società borghese, che oggi si traduce, si attualizza, nei disumani algoritmi della competizione tecnologica, nella negazione di fatto di cosa fare e come fare della propria vita. Una vita liberata dalla gabbia del consumo, dell’avere, dai valori di una casta dirigenziale, meritocratica, efficentista. Verso cui è dovere sacrosanto istillare quantomeno il timore di un solenne calcio in culo.

 

 

(4 giugno 2017)




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