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Week-End Letterari di Gaiaitalia.com: Soufiane El Khayat, “Giochi di Biglie”

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Dietro lo pseudonimo Soufiane El Khayat si nasconde un conosciuto scrittore e regista italiano che ha pubblicato altri racconti brevi nella nostra rubrica nelle scorse settimane (Café France e Armand).  Giochi di biglie è una racconto ispirato ad un bambino, figlio di una coppia frequentata per qualche tempo, con la quale l’autore ha intrattenuto stretti rapporti di amicizia per alcuni anni…

Buona lettura.

 

Soufiane El Khayat

Giochi di biglie

 

Nicola è perso nel suo gioco da ore. Il tappeto del salotto, il suo preferito, si è di nuovo  trasformato in uno stadio olimpico. Le biglie sono ben disposte, colore per colore. Lui le colpisce con abilità, col dito indice, immaginandosi le grida di incitamento della folla e il commento dello speaker ufficiale. Le biglie corrono veloci verso il traguardo. I giochi olimpici di Nicola presentano diverse gare dell’atletica leggera: lui adora correre. Si sente libero. Così si è inventata la libertà di correre con le biglie. Quando loro vincono, vince anche lui: i cento metri o i duecento, i quattrocento. Poi i centodieci ostacoli (ha sistemato dei legnetti sotto il tappeto, ottenendo le curve dagli angoli del tappeto ripiegati): “Paraboliche!” si dice eccitato. Non mancano naturalmente le gare di mezzofondo: gli ottocento metri, i millecinque. Poi le staffette e il salto in lungo. Le medaglie non sono tre ma quattro. Una innovazione. Non che importi. Suo fratello Giorgio gli ha detto che chi arriva quarto perde come il secondo o l’ultimo. La cosa gli è sembrata sensata. Nicola adora suo fratello.

 

Prima di iniziare il gioco gli aveva spiegato, al fratellone, che le biglie bianche eccellono negli ostacoli, quelle verdi nella velocità e nel salto in lungo. Le biglie blu e quelle rosse non hanno rivali nel mezzofondo, quelle arancio non sono granché, le biglie nere strapazzano tutte le altre nelle staffette: “Grazie a una perfetta tecnica nei passaggi del testimone”, come ha suggerito a Giorgio.

 

Nicola si è infilato sotto una sedia per colpire meglio una biglia e uscendo ha sbattuto la testa. Toccandosi la parte dolorante cammina verso il bagno. Dall’altra stanza le voci e i suoni cantilenanti del televisore acceso fanno compagnia a sua madre che fuma seduta in poltrona. Uscito dal bagno se la trova di fronte.

– Cos’hai fatto? –

– Ho sbattuto la testa là sotto. –

– Ti dico sempre di stare attento! –

Lo scappellotto di sua madre lo colpisce proprio dove si è fatto male. Nicola non si lamenta nemmeno. Tutto rosso in faccia corre di nuovo al suo gioco e ricomincia a gareggiare. La voce del suo telecronista preferito scandisce le fasi della gara: “… la biglia bianca è in testa, ma ecco che la blu, no, l’arancione! In piena rimonta la biglia rossa va a superare tutte le altre! Siamo a pochi metri dal traguardo è la verde a superare tutte la avversarie mentre la nera recupera dall’interno! Ultima curva, la situazione è fluida! Quasi tutte le concorrenti sulla stessa linea… La verde! No… Colpo di scena! La biglia nera contro ogni previsione vince anche questa gara!”

Ovazione.

Per la premiazione aspetterà dopo cena, ché prima deve raccontare tutto al fratellone che non tarderà molto a tornare. Fa il carpentiere e un’ora di straordinario al giorno. Nicola seduto sul tappeto guarda le sue biglie disposte ordinatamente squadra per squadra. Lancia un’occhiata alla stanza dove sua madre sta seguendo la Tv che reclamizza il solito detersivo, attraverso le solite voci di madri sempre allegre che recitano a memoria il copione della finta felicità. Nicola entra silenzioso nella stanza e guarda sua madre raggomitolata in poltrona.

– Mamma… –

– Sì ? – risponde senza guardarlo.

– Ho fame. –

– Aspetta un po’. Tra meno di un’ora saremo a tavola. –

– Ma io ho fame adesso. –

– Mangerai quando mangeremo tutti! –

Nicola riceve l’ennesimo ordine da sua madre. Un colonnello in corpo di donna. Fredda, sempre distante. Mai una tenerezza. Dà una rapida occhiata al televisore acceso e si sente ancora più piccolo. Così ritorna in sala e guarda le sue biglie, tutte ferme nello stesso punto. Ne prende una, fissandosene bene in mente la posizione esatta sul tappeto, e comincia a farla rimbalzare per terra. Sa che ogni picchiettio sul pavimento è un colpo al cuore di sua madre. Sa che la farà ammattire. Quando la sberla gli piomba sul viso non è nemmeno una sorpresa.

 

– Nanni! – grida suo fratello appena entrato.

Nicola si alza in piedi fulmineo mentre sua madre urla Stai a tavola! e suo padre Piantala di gridare!

Nicola spicca un salto ed è fra le sue braccia.

– Ciao delinquente. – gli dice Giorgio con gli occhi che brillano.

– Ciao fratellone. – Nicola gli dà un bacio.

– Hai fatto il bravo? –

– Sì. – risponde Nicola.

– Oggi mentre giocavo ho sbattuto con la testa e la mamma mi ha dato uno schiaffo. –

– Uno schiaffo? – dice Giorgio sorridendo che dentro ribolle.

– Sì, ma non mi ha fatto male… – Giorgio non dice nulla.

– Sai, ho giocato con le biglie… Vieni a vedere! –

Lo prende per il braccio e lo trascina verso la sala dove sono rimaste le biglie con le posizioni d’arrivo segnate ordinatamente su un foglietto. Gli indica il podio di cartone per la cerimonia di premiazione. Gli racconta della biglia verde che ha superato la gialla facendosi poi superare dalla blu e di come nel finale quella nera le abbia fregate tutte, e mentre lo racconta gli luccicano gli occhi.

– Giochi con me, dopo? –

– Sì. Però adesso andiamo a tavola, va bene? –

Nicola segue suo fratello che si accomoda a tavola dopo essersi riempito il piatto e avere salutato distrattamente sua madre e suo padre.

– Devi imparare a stare a tavola finché ci stiamo noi! – dice sua madre a Nicola.

– Devi imparare a lasciarlo in pace. – ribatte Giorgio guardandola serio.

Lei abbassa la testa e non dice niente. Suo marito continua a guardare la Tv portandosi ogni tanto alla bocca una forchettata di cibo. Nicola si guarda intorno e non capisce cosa stia succedendo: perché deve rimanere seduto quando può correre incontro alla persona che più ama? Come mai non è ancora riuscito a spiegarsi come mai sua madre che dovrebbe amarlo tanto non faccia altro che urlargli dietro tutto il giorno e perché suo padre sia sempre assente, quasi sempre taciturno, e alzi la voce ogni tanto soltanto per delle stupidaggini tipo c’è una macchia sul tavolo che lo sa anche la sua piccola testa vuota che basterebbe prendere uno straccio e pulirla via quella macchia? E non capisce nemmeno perché tutti e due sembrino gelosi del suo amore per Giorgio che è l’unico a trattarlo bene e che lo porta al cinema e non gli urla mai dietro e gli spiega le cose così lui possa capirle e non sbagliare più.

Giorgio mangia in silenzio dando ogni tanto una occhiata distratta ai suoi genitori, rigorosamente chiusi nel loro mutismo, che guardano la televisione per dare l’uno all’altro l’impressione di essere impegnati. Assorti nella contemplazione del nulla potranno così continuare ad ignorarsi a vicenda. Poi guarda Nicola che mangia. Il suo sguardo viene ricambiato con un sorriso così sincero che gli si riempiono gli occhi di lacrime. La cena termina tra le notizie tutte uguali dei telegiornali e le voci tutte uguali delle signorine che annunciano programmi diversi soltanto nei titoli, senza che nessuno di loro abbia pronunciato una sola parola. Giorgio si alza poco dopo che sua madre si è avvicinata al lavandino.

– Vuoi il gelato, Nanni? –

– Sì. – risponde Nicola saltando giù dalla sedia.

– Usciamo. – gli dice suo fratello tendendogli la mano.

– Ciao mamma. Ciao papà. –

Sua madre lava i piatti e suo padre legge la Gazzetta dello Sport. Nicola afferra fiducioso la mano aperta di suo fratello. Mentre Giorgio apre la porta, Nicola corre di nuovo in cucina, quindi lo raggiunge ansimante.

– Ho detto alla mamma di non toccare le biglie che te le voglio far vedere dopo. –

– Bravo. – dice Giorgio accarezzandogli i capelli. – Andiamo adesso. –

 

 

La spugna lava i piatti e lo sporco scivola via: un lavoro che Giovanna ha ripetuto innumerevoli volte, così come innumerevoli sono le spugne gettate via perché diventate inutilizzabili. Il suo gesto è diventato quello del confessore annoiato che rimette i peccati per abitudine e non per convinzione. L’attenzione è fissata solo sul lavare via lo sporco, non sull’intenzione. Giovanna ribolle all’idea di essere rimasta sola con suo marito. Lui continua a leggere il giornale senza dire una parola. E quell’assordante silenzio le ricorda suo padre che entrava in casa urlando e se ne usciva urlando, subito dopo mangiato, lasciando moglie e figli in casa a sbrigare le faccende, senza una lira, costretti ad andare a letto prima del suo ritorno per evitare di sentirlo urlare ancora. Si sente una schiava come allora. E ha l’impressione che quello che sta respirando non sia ossigeno, ma polvere di carta vetrata che le si deposita in gola e la soffoca lentamente. Per fortuna c’è sempre qualcun’altro da incolpare.

Il clangore delle stoviglie che vengono tolte dal lavandino e messe a scolare sembrano non infastidire per niente suo marito nonostante lei ce la metta tutta per fare più chiasso possibile. Con la coda dell’occhio lo vede seduto sulla sedia e sente una parte di lei che la spinge verso quell’uomo. Sente una voce che le chiede di accarezzarlo, di donargli un gesto di tenerezza, ma lei è dura, incattivita, acida, e zittisce quella voce prima che diventi insopportabile. Meglio pensare che lui non la voglia più e tirare fuori la parte più arida di sé per farsi rifiutare.

Finiti i piatti sciacqua velocemente il lavandino, si siede dall’altra parte del tavolo e si accende una sigaretta.

– Vuoi smetterla di fumare? Lo sai che mi dà fastidio… – dice suo marito senza alzare gli occhi dal giornale.

– No. Non voglio smettere di fumare! – risponde lei. – E voglio fumare qui!-

– Mi fai pena. – dice lui con tristezza.

Lei finge di non notare il suo sguardo sofferente e trionfante alza il volume del televisore così da non udire i rumori di lui nell’altra stanza. Non vuole sentire che si sposta, non vuole sentirlo tossire né respirare, né sfogliare le pagine del suo giornale del cazzo. Lei vuole stare davanti al televisore a godersi i suoi programmi, le sue sigarette e i suoi bicchieri di vino bianco, poi andare a letto e dormire senza sentire niente. Ma il suo sonno è agitato. I rumori che lei non vuole udire arrivano comunque alle sue orecchie, si nascondono da qualche parte e ritornano la notte, quando lei è rilassata e indifesa, sotto forma di incubi, di improvvisi risvegli, di un russare troppo forte che la fa trasalire, di ennesime maledizioni lanciate al giorno in cui si è sposata; agli incubi, a suo marito, ai suoi figli: – Gli somigliano così tanto che a volte li odio! – ha confessato a una sua amica.

Lei vuole fumare e bere e starsene davanti alla televisione. Seduta, immobile, morta.

 

 

A poche centinaia di metri di distanza Nicola lecca un gelato di cioccolato e limone e guarda suo fratello giocare a bigliardo. Affascinato, segue le evoluzioni delle palle colorate sul tavolo verde – biglie più grandi, che altro? Sente il rumore secco della numero cinque che colpisce la numero undici e le guarda venire inghiottite da una buca o dall’altra. Si diverte alle imprecazioni dei giocatori che vengono strapazzati da suo fratello. Nicola tifa per quel gioco che lo appassiona sempre di più e il suo universo si popola di immagini: vede una enorme pista a otto corsie attorno alla quale tanti spettatori si godono la gara. Tutti gridano e applaudono entusiasti seguendo le sue falcate distanziare gli avversari. Poi Nicola, in un infantile delirio di onnipotenza, si vede portato in trionfo dalla folla festante e quindi sdraiato sul letto, stanco e soddisfatto, mentre osserva con gusto la sua foto sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport e sorride a suo padre che, orgoglioso, siede in silenzio di fianco a lui e regge una delle tante coppe vinte, offrendosi raggiante al fotografo di turno.

– Ciao Nicola. – dice una voce.

– Ciao Franco. – risponde Nicola. – Fratellone, c’è Franco! –

– L’ho visto. – risponde Giorgio.

– L’ha visto, l’ha visto… – quello che ha parlato è un ragazzo biondo, con la barba incolta e un fazzoletto rosso legato al collo. Nicola si stupisce della reazione del fratello che sibila:

– Qualcosa non va? –

– Niente. È tutto a posto… – risponde quello abbassando lo sguardo.

– Certo… – conferma Franco poggiando una mano sulla spalla di Giorgio e stringendola impercettibilmente.  – È tutto a posto… –

Nicola finisce il gelato e guarda suo fratello concludere vittoriosamente la partita.

– Torniamo a casa? –

 

 

Giorgio rimbocca le coperte a Nicola e gli dà un bacio.

– Dove vai? –

– A fare un giro. –

– Con Franco? –

– Sì. – sorride Giorgio.

 

 

Nicola si alza dal letto con la sensazione che qualcuno lo stia cercando. Tutto attorno  è buio, ma lui è stupito di riuscire a vedere ogni cosa con tanta chiarezza: il crocefisso fosforescente sulla parete, il mobile bianco ai piedi della finestra e le biglie colorate per terra che qualcuno ha portato lì dalla sala. Nicola reprime un moto di stizza, come farà a mostrare l’esito delle gare della giornata al fratellone? Deve fare pipì. Scende dal letto e con passo leggero raggiunge il corridoio guardando i suoi piedi che si rincorrono mentre la sua mano è già dentro le mutandine, pronta ad abbassarle. Entrato in bagno vede lo specchio alla sua sinistra riflettere una luce chiara. Non capisce. Fatta la pipì, guarda fuori dalla finestra. La notte è più buia del buio che conosce. Ci sono nuvole scure e basse. Il cielo è pennellato di rossi e bianchi come non ne ha mai visti. Le strade sembrano addirittura blu, così Nicola viene preso dall’irresistibile impulso di saltare dalla finestra: – Come faccio? Sono al quarto piano… –  e di mettersi a correre sulla strada che vede stendersi sotto di lui. Pensarlo e passare all’azione è tutt’uno. Nicola atterra sulle proprie gambe con la leggerezza di un felino e comincia a correre velocemente, sempre più veloce. Si sente libero dalla forza di gravità e osserva i suoi piedi che corrono sicuri sull’asfalto. Sente la potenza delle caviglie che lo fanno balzare in avanti; il vento addosso e il rumore degli aerei e degli elicotteri. Alza la testa e vede bolidi volanti  sfrecciare sopra di lui. Un pilota si sporge dal finestrino dell’aereo e lo saluta, Ciao Nanni! Così Nicola riconosce suo fratello e lo vede allontanarsi. Viene preso da un’angoscia insopportabile, così cerca di correre più forte, ma le gambe sono diventate pesanti e un odore acre, sconosciuto, come di una sostanza eccitante che lo inebria e sfianca insieme gli arriva alle narici. Sente che gli manca il respiro, ma ha paura e non può fermarsi. Poi avverte di altri passi che si avvicinano veloci, allora attinge all’ultima riserva di energie e corre più forte che può. Quando i passi stanno per raggiungerlo Nicola si volge e ciò che vede gli fa riconoscere la natura dell’odore che lo sconvolge: è l’odore della paura. Perché c’è un uomo che lo insegue che stringe un coltello tra le mani. Nicola si ferma e si lascia raggiungere. Lo guarda negli occhi. Il suo alito pesante lo disgusta. Comincia a gridare prima che la lama penetri nella sua carne. Nicola si risveglia sudato e tremante aggrappandosi con la bocca aperta ad un suono che non vuole saperne di uscire.

– Mamma… – dice annaspando in cerca di ossigeno.

Nessuna risposta.

– Mamma… – ripete più forte.

Ancora silenzio.

Nicola quasi paralizzato dalla paura cerca l’interruttore con la mano malferma e vede il crocefisso fosforescente sulla parete proprio di fronte al suo letto.

– Mamma! – dice quasi piangendo. Poi con uno sforzo che gli pare sovrumano riesce ad accendere la luce. Finalmente il baluginìo verdognolo del crocifisso svanisce e rimane soltanto un omuncolo in plastica bianca appiccicato a una croce di legno. Nicola rimane seduto sul letto per un po’, poi si alza e senza far rumore apre la porta della stanza dei genitori, raggiunge il grande letto dove dormono suo madre e suo padre e si infila sotto le coperte proprio in mezzo a loro.

– Cosa vuoi? – dice suo padre con la voce addormentata.

– Ho fatto un brutto sogno. – risponde lui.

– Via, nel tuo letto! – intima sua madre.

Nicola salta giù dal letto ed esce dalla stanza. Non sa se è più spaventato, addolorato o tutte queste cose insieme. Il freddo delle mattonelle gli penetra nelle ossa dai piedi nudi e lui si sente percorso da un brivido che lo avvolge. Un gigantesco serpente di ghiaccio avvinghiato attorno al suo corpo. Nicola è in piedi davanti alla porta della camera dove dorme suo fratello, ma non la apre. Se ne sta lì, fermo, esitante. Con la coda dell’occhio guarda verso la stanza dei genitori per vedere se la luce si accende. Niente. Un rumore improvviso dalla strada è la molla che gli fa aprire la porta della stanza. Accende la lampada sul comodino e rimane in piedi, intirizzito dal freddo, sperando che Giorgio si svegli. Niente. Così scivola silenzioso sotto le coperte e si adatta al corpo del fratello che dorme adagiato su un fianco, sistemandosi proprio nello spazio tra le sue ginocchia leggermente rialzate e il braccio sotto il cuscino. Mentre si rannicchia sente le braccia del fratello che lo avvolgono, stringendolo, le sue labbra che gli baciano la nuca e gli chiedono:

– Hai fatto un brutto sogno? –

– Sì. – sussurra Nicola.

– Ti sei spaventato? –

– Sì. –

– Non avere paura. Sei qui con me. Dormi adesso… –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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