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Gender Bender chiude e dà l’appuntamento al 2015

Gender Bender 2014 - 03 Enzo Cosimidi Alessandro Brusa  twitter@BrusaAlessandro

Ieri a Bologna si è conclusa la XII edizione di Gender Bender con un bilancio qualitativo assolutamente positivo.. e gli ultimi due giorni hanno portato interessanti sorprese.

Iniziamo con il film “Land of Storms”, trasposizione cinematografica, con qualche variazione e libertà, di un fatto di cronaca avvenuto nella campagna ungherese. Szabi, calciatore di grande talento, ma di pessimo carattere ed in cerca di un ingaggio, dopo una delusione durante una selezione in Germania dove viene escluso proprio a causa delle sue intemperanze, decide di tornare in Ungheria e di prendere possesso della casa dei nonni immersa in una campagna anonima. Durante un subito tentativo di rapina conosce Aron che decide di sdebitarsi per la mancata denuncia aiutando Szebi a rimettere in sesto la casa abbandonata. Il lavoro manuale e l’isolamento metteranno i due ragazzi ad uno stretto contatto che sfocerà in una relazione fisica e sentimentale confusa. Se a complicare il rapporto tra i due non bastassero i dubbi ed i sensi di colpa, in un momento di confusione interiore Aron confida alla madre di essere stato molestato da Szebi e questo fatto metterà in moto una serie di eventi che porteranno al tragico finale.
Se forse non ha incontrato il grande favore del pubblico in sala (probabilmente anche per il finale molto amaro ed abbastanza inaspettato) a me personalmente “Land of Storms” è piaciuto moltissimo. La fotografia, il montaggio e le altre scelte registiche non sono certamente accattivanti, ma grazie ad un ottimo uso della telecamera fissa, così come di un montaggio lento, ma fortemente evocativo, viene restituito al pubblico lo stesso smarrimento e la stessa confusione che regna nelle menti e nei cuori dei protagonisti. Gli intrecci e le storie apparentemente secondarie che si dipanano su altri piani rispetto alla storia personale rendono poi questo film decisamente interessante ed affatto scontato.

La stessa cosa purtroppo non la posso dire di “Boys Like Us”, dove la lacunosa sceneggiatura, la non brillante recitazione e la scontatezza della trama hanno reso questo film ben poco gradevole ai miei occhi, anche se, per dovere di verità, il pubblico si è espresso anche in maniera molto difforme da me.

Di tutt’altra classe e qualità il film con cui si è conclusa la sezione cinematografica del festival: “Lilting”, di Hong Khaou, vincitore del Cinematography Award come miglior film straniero al Sundance Festival 2014. Questo film narra, con una delicatezza assoluta, lo “strano rapporto” tra  Junn, una signora cino-cambogiana che, seppur vivendo nel Regno Unito da anni, non ha mai imparato la lingua inglese e Richard, il compagno di suo figlio da poco deceduto. Richard decide di prendersi in qualche modo cura della vecchia signora, intrappolata in una casa per anziani ove era stata temporaneamente alloggiata dal figlio Kai prima della morte improvvisa, affiancandole una traduttrice così che possa più facilmente interagire con Alan, un coetaneo anch’esso residente nella stessa struttura. Questo stratagemma darà modo ai due protagonisti di avvicinarsi lentamente, anche se non sempre dolcemente, al tema che li accomuna: il lutto e l’amore per il figlio e compagno. Se la regia è sempre attenta e mai invadente, sono la fotografia, le musiche ed il ritmo dato dal montaggio a restituirci con grande pulizia l’emotività dei protagonisti, senza mai indugiare nel pietismo.
E’ un film, questo, che parla dell’assenza dell’altro (perchè deceduto o semplicemente perché di lingua sconosciuta) e conseguentemente della nostra ineluttabile solitudine. E’ un film che parla di prendersi cura delle persone, che parla degli impegni che quotidianamente, anche senza gli obblighi dati dai vincoli legali, prendiamo in nome dell’amore che proviamo per la nostra famiglia d’origine così come per gli uomini o per le donne che ci accompagnano nella vita.
Fortemente voluto dal direttore artistico Daniele Del Pozzo “Lilting” è, a mio umile giudizio, il film più bello del Festival.. da vedere assolutamente!

Anche la sezione Danza ci ha mostrato negli ultimi giorni opere di valore molto diverso.

Visto all’Arena del Sole, “Cascas d’ovo” è un divertissement a due, dove i protagonisti, bendati, costruiscono un rapporto amoroso partendo da una condivisione giocosa degli spazi e dei corpi per finire in un dolce e lungo abbraccio. Se alcuni degli spunti sono stati molto interessanti (mi riferisco in particolare all’essere bendati, che mette immediatamente in campo una serie di giochi proiettivi ed esplorativi interessanti che potevano forse venire meglio approfonditi, ma anche all’immagine del mondo che procede nella sua esistenza ed essenza anche se al centro della scena ci sono due uomini nudi che ballano assieme) il risultato finale non è purtroppo stato particolarmente coinvolgente.

Diverso invece il giudizio su “Welcome to my World” diretto da Enzo Cosimi ed andato in scena ai Teatri di Vita.
Oltre all’appartenenza di genere esiste la comune esperienza condivisa della nostra natura umana. E’ questo che accomuna i quattro protagonisti (due uomini e due donne) di questo spettacolo di danza dove la danza viene quasi cancellata, nascosta: è una danza che non è danza, come se alla scrittura venisse tolto il ritmo e la sintassi pur mantenendo viva la poesia che la genera e che da essa viene generata. Il risultato è uno spettacolo duro ed a tratti doloroso ai sensi: alla vista come all’udito. Il mondo alla fine del mondo e l’uomo quando non c’è più umanità.
Uno spettacolo non facile, ma personalmente estremamente emotivo e da non perdere.

Anche quest’anno Gender Bender è finito portando con sé un ottimo bottino in termini di presenza di pubblico come di qualità delle produzioni: non possiamo fare altro che darci appuntamento all’anno prossimo per la XIII edizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(3 novembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro brusa
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