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Week-end Letterari: “Lotfi che ho amato tanto”

Weekend Letterari Newdi E.T. twitter@iiiiiTiiiii

 

 

 

L’ho amato subito Lotfi. Appena l’ho visto. L’ho amato come non avevo mai amato prima né donne né uomini. Era estate, più o meno mezzanotte, e passavo sulla mia bicicletta all’interno di un parco non lontano dalla stazione, dirigendomi a casa. Lui era seduto su un muretto che fumava. Non so come successe che cominciammo a parlare. Non so se fu lui a parlarmi o io a fermarmi. O io a fermarmi e lui a parlare. Sta di fatto che erano le quattro meno un quarto del mattino quando guardai l’orologio e dissi che dovevo rientrare. Gli lasciai libero il sellino. Non parlò nemmeno. Si accomodò ed io ricominciai a pedalare. In dieci minuti arrivammo a casa. La mia casa dalla quale non se ne sarebbe più andato. Ci mettemo sotto la doccia e poi andammo a letto. Fu la prima volta di una serie infinita di volte in cui sempre, ogni volta, abbiamo raggiunto insieme l’orgasmo. Non avevo mai fatto l’amore così prima. Non l’ho più fatto così dopo. E nel riposo successivo a quella prima volta mi disse che era appena uscito dal carcere e che doveva recuperare le sue cose da un amico il giorno successivo. Gli dissi Va bene. E l’indomani gli imposi di andarsela a riprendere. Lavammo ed asciugammo panni per tre giorni. Iniziò da quelle lavatrici riempite e svuotate e poi riempite di nuovo e nuovamente svuotate la nostra lunghissima relazione. Mai una lite, sesso frequente e magnifico, libertà e comprensione.

Non gli ho mai chiesto cosa lo avesse portato in prigione. Non erano fatti miei. Me ne avrebbe parlato lui, se avesse voluto. Vidi che gli costava fatica riadattarsi agli orari della vita civile. Dormiva di giorno e stava sveglio la notte. Fino alle quattro del mattino non poteva addormentarsi. Devo trovarmi un lavoro, disse infine. O non mi abituerò più a vivere i ritmi giornalieri. Lo trovò in fretta il lavoro. Muratore. Guadagnava in dieci giorni ciò che io guadagnavo in un mese e quando rientrava – non so perché lo pagassero ogni dieci giorni – gettava i soldi sul tavolo e mi diceva, Cosa dobbiamo comprare? Ogni volta io prendevo i soldi, mettevo da parte ciò che sarebbe servito per le spese che dividevamo ed il resto lo mettevo sul conto che gli avevo aperto. A mio nome. Ma i soldi erano suoi. Non ne conosceva nemmeno gli estremi. Glieli diedi io, un giorno. Aggiunsi, Lotfi sono soldi tuoi. La sua risposta mi gelò: No, habibi. Sono soldi tuoi.

Lotfi era stato un pugile semiprofessionista. Aveva un corpo perfetto e la nobiltà di chi ha praticato un sport sposandone lo spirito. Un giorno arrivò, inaspettata, la visita della Polizia. Per qualche cavillo legale, per qualche casino che entrambi ignoravamo, dovette ritornare in carcere, gli restavano due mesi di pena da scontare. Non pronunciò una parola. Mi diede un buffetto sulla guancia. Mi disse Chiedi subito il permesso per le visite, ed uscì con gli agenti. Rimasi seduto a guardare inebetito la televisione accesa che mostrava un aereo entrare in una delle Torri del World Trade Center. Non capii se fosse un film o cos’altro. Dopo pochi istanti, mio malgrado, ebbi chiaro cos’era successo.

Non mi diedero il permesso di visita. Non ero un familiare. Naturalmente non lo ero. Ero un estraneo. Per questo in un mese il detenuto che era il mio compagno mi aveva scritto sei volte. Ogni lettera si chiudeva con il saluto Nhabak barsha lelmut, in arabo tunisino: ti amerò fino alla morte. Più o meno suonava così. Mi riempiva il cuore. Mi scrisse anche alcune cose che mi lasciarono sconcertato: “Non ci voglio stare qui, habibi. Mi sto riabituando. Sento queste mura come se mi stessero proteggendo. Non devo fare nulla. Mi danno da mangiare, da bere e da dormire. E se ho bisogno di qualcosa lo posso avere. E’ proprio nei posti dove ti costringono a non avere niente che si può avere tutto. Ieri sera ho scopato con il mio compagno di cella. Ne avevo voglia. Non ne potevo più. Non ti arrabbiare. Mi sono messo il preservativo”.

Figurarsi e avevo voglia di arrabbiarmi. Mi mancava così tanto che non potevo nemmeno pensarci ad arrabbiarmi. Poi una mattina alle sette suonarono il campanello. Era lui. Lo avevano fatto uscire alle sei. Non gli chiesi nulla. Aprii la porta e lo guardai entrare emozionato come un bambino che rivede i genitori dopo mesi di assenze. La prima cosa che fece fu baciarmi in bocca e darmi i risultati delle analisi per l’Hiv che aveva fatto in carcere. Negative. Così stai tranquillo, disse ridendo.

Furono anni molto belli. Una notte, poco tempo dopo essere definitivamente uscito dal carcere, mi disse: “Il carcere è una puttana a buon mercato. Quando sono entrato ed ho cominciato a fare sesso con uomini per necessità, salvo poi scoprire che quella era la mia natura, ho pensato che almeno lì quello che facevo sarebbe potuto rimanere un segreto. Che la vita in cella in qualche modo mi proteggeva. Che la prigione era in qualche modo una madre che si occupava di me”. Mi sembrò assurdo. Ma non ribattei.

Pensavo proprio a quella confessione – Lotfi non aveva più pronunciato la parola “carcere” riferendosi a se stesso –  sull’aereo per Tunisi in quel fine settimana di fine giugno in cui lo stavo raggiungendo a Bizerte. C’eravamo sentiti poco prima della mia partenza. Poi mi aveva inviato un messaggio con la solita frase in tunisino. Non so perché, ma quando uscendo dagli arrivi, le porte automatiche si aprirono e trovai il fratello diciannovenne di Lotfi ad attendermi, venni scosso da un brivido e cominciai a tremare.

Il pianto del giovane Saber che mi abbracciò singhiozzando “Un incidente”, non mi lasciò nemmeno il tempo di pensare.

Pochi giorni ed ero di nuovo in Italia. Solo come non ero mai stato prima e come sarei stato sempre in seguito. Con la consapevolezza che solos arei rimasto. Non c’era sostituzione possibile né pensabile. Era estate, più o meno mezzanotte, ed io passavo sulla mia bicicletta all’interno di un parco non lontano dalla stazione, dirigendomi a casa. Lotfi mi aveva amato fino alla morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(27 febbraio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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