“Edipo Re”, tra chele e decorazioni #Vistipervoi un po’ poco per scomodare Sofocle?

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in fotografia: Marco Isidori - Edipo
in fotografia: Marco Isidori - Edipo
in fotografia: Marco Isidori – Edipo

di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

Il sipario si apre mostrando una struttura costituita da tre gradoni praticabili che si restringono man mano che la scena si sviluppa in verticale. Ogni gradone è decorato da un disegno in bianco e nero a più sezioni che, visto nell’insieme, raffigura uomini in abiti borghesi con delle chele giganti al posto degli avambracci.

Dalla struttura si irraggiano dei pali d’acciaio che sostengono alcuni sagomati che ritraggono bovini infilzati, frusti, le ossa rotte.
La struttura scenica campeggia inerte per diversi secondi. Un’attesa sempre più carica di imbarazzo finché dalla base della struttura, celati da uno dei disegni, escono cinque attori che spogliano la struttura delle sue decorazioni, rivelando un’ulteriore decorazione sottostante di colore giallo sporcata da tratti colorati, che brilla di una opalescente luce propria quando il palcoscenico piomba nel buio (la struttura opportunamente illuminata da una luce blu).

L’edipo di Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa  è prima di tutto una meravigliosa macchina scenica scaturita dalla mente geniale di Daniela Del Cin che inventa anche dei costumi performativi per i personaggi della tragedia  più ripresa e meno compresa del teatro attico.

Edipo veste una giacca trafitta di aculei colorati (sembrano pezzi di stoffa come quelli dei tappeti dal manto a fettuccia ma, a un secondo sguardo più attento, si rivelano mollette da bucato), Creonte indossa un gilet fatto di maglia di rame,  Tiresia si protende con due protesi a forma di mani bianche giganti poste sopra un carrello mosso a vista da Edipo, mentre Giocasta è imprigionata tra le ali di una farfalla alte più di lei che ricordano una ramata macchia di Rorschach e, naturalmente, le grandi labbra di una gigantesca vulva.

Ancora le figlie, cui Edipo si raccomanda nel finale, emergono da due vessilli regali sagome ritagliate e piegate nel cartone bianco.

Attori e attrici del coro vestono in abiti borghesi semimimetici e sfoggiano una capigliatura lunga e canuta e per tutto lo spettacolo si muovono e si aggirano intorno e dentro la struttura, uscendo da spazi che ricordano le feritoie di una fortezza, agitando le braccia, facendo capolino, mentre recitando all’unisono il testo del Corifeo e del coro.

Sempre dal coro emergono i vari personaggi da Creonte al vecchio pastore che riconosce nel Re Edipo il bambino figlio di Laio. Solo Giocasta appare da dentro la struttura e poi, quando rientra nelle sue stanze per suicidarsi la parete nella quale è fissata la farfalla\vulva gira su se stessa mostrando dietro dei potenti fari che abbagliano il pubblico in una rivisitazione dinamica dei periacti (strutture sceniche prismatiche del teatro greco).

La complessa macchina scenografica, realizzata con una inventiva mai fine a se stessa ma sempre a uso e costume della mattanza (gli animali infilzati) performativa, contribuisce a quella che ci sembra essere la timida cifra drammaturgica, se non proprio di rilettura, di riallestimento della tragedia.

C’è un intento irrisorio del potere tra maschi, che viene sminuito e messo tra parentesi, quando nel lungo monologo di Creonte, per difendersi dall’ingiusta accusa di cospirazione mossagli da Edipo, gli spiega che sarebbe da pazzi voler prendere il posto del Re, visto che essere il suo braccio destro lo pone ai riparo degli oneri della regnanza, consentendogli di godere di tutti gli onori, la sua poltrona scranno a un suo gesto si innalza sollevata da un lungo perno ricordando un po’ la gara tra Hynker e Bonito Napoloni a chi sale di più quando siedono nelle poltrone del barbiere nel film di Chaplin Il grande dittatore.Edipo Re 01

L’irrisone del potere rimane solo uno degli elementi di una drammaturgia opaca che rischia di cortocircuitare in un afflato affabulatorio-performativo fine a se stesso senza portare a termine alcune delle intuizioni drammaturgiche messe in campo perdendo così occasione di analizzare, con occhi contemporanei, il meccanismo tragico che sta alla base del mito di Edipo: se Laio e Giocasta non avessero creduto ad Apollo non avrebbero cercato di sbarazzarsi di Edipo e scatenare il tragico svolgersi degli eventi.

Il registro interpretativo sempre sopra le righe, alto declamatorio, e sempre ironico e autoironico, offusca il portato umanissimo della tragedia sacrificandone la potenza umana, non si capisce bene in favore di cosa.
Giocasta rimane schiava della sua vulva farfalla e il momento in cui comprende che Edipo è suo figlio, uno dei momenti più alti del teatro di ogni tempo, viene sacrificato per una messinscena che si fa troppo invadente e autoreferenziale.

Il coro, perfetto con i e le cinque interpreti che vanno all’unisono, ci restituisce il senso drammaturgico della tragedia originale mentre il gigioneggiare di Creonte, la verginale impassibilità di Giocasta e, sopratutto, il dinoccolato, svogliato e sempre fuori registro tono recitativo di Edipo, non sono sufficientemente sviluppati per giustificare in maniera convincente la necessità di questo allestimento che rischia di ridursi a un esercizio di stile, a una prova di bravura della compagnia e dei suoi e delle sue interpreti.

Alla fine un po’ poco, per scomodare Sofocle.

 

 

 

 

 

 

 

(8 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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