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Gender DocuFilm Fest di Roma, Alessandro Paesano era alla prima serata

Gender DocuFilm Fest 2015 - Hello Strangerdi Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

Bisogna dare atto a Giona A. Nazzaro di respirare sempre l’aria che tira e di riuscire a individuare nella produzione recente di documentari, quelli più interessanti non solo per l’argomento (una volta un punto di vista altro sull’identità di genere, adesso una visione più eclettica e allargata degli orientamenti sessuali), ma anche per la tipologia di documentario che si impone al pubblico e non solo nel suo dipanarsi tra estetica e politica.

I due titoli proposti nella serata d’apertura della sesta edizione del Gender Docu Film Fest costituiscono una ghiotta occasione per tastare il polso a un genere (il documentario) e a un discorso politico da essi imbastiti.

Si è cominciato con lo svizzero Hello Stranger del 2012 (per quanto riguarda l’anno di produzione ci siamo attenuti a quello riportata sul sito della Swiss Film, che indica il 2012, mentre il sito della distribuzione internazionale, la Wide House, riporta il 2013 e Internet Movie Database e anche il sito ufficiale del festival, finalmente online, addirittura 2014) di Thomas Ammann, un giovane cineasta dalla doppia cittadinanza, Svizzera e Britannica, che in 45 minuti racconta alcuni momenti della sua vita con Felipe suo compagno e con Camille, la ragazza della quale si dice, lo stesso, innamorato. Anche Felipe ha una ragazza, Nina, ma questo non gli evita scenate di gelosia nei confronti di Thomas e della sua cagna (in un momento di rabbia la chiama proprio così).
Il documentario si presenta come una sorta di diario aperto nel quale Thomas ragiona sulle sue dinamiche amorose (la sua storia d’amore con Felipe che non lo porta a identificarsi come gay)  sul rapporto controverso coi genitori che fa fatica a informare di essersi civilmente unito con Felipe (in una cerimonia con tanto di bouquet lanciato alle amiche) e un dialogo ideale col padre (che da giovane ha viaggiato in Africa lasciando la famiglia che si era fatto lì per sposare sua madre) e con la sorella.
Garbato ed elegante nel parallelo, sottolineato dal montaggio, con alcuni filmati in super8 girati dal padre negli anni 70, Hello Stranger annaspa quando cerca di emanciparsi dal biografismo per imbastire un discorso che vada al di là dell’autobiografismo à la youtube mancando miseramente lo scopo. Annaspa anche nella lingua d’elezione che non sa scegliere tra il francese e l’inglese senza spiegarci nemmeno con un mero dato biografico il perché di questa continua oscillazione tra le due lingue (e dove l’inglese non è sicuramente la prima lingua del protagonista).
Thomas è incapace di affrontare un discorso politico con i genitori e non tanto per una mancanza di etichette che lo rappresentino pienamente, quanto per una superficialità di sguardo del cineasta vagamente misogina e velatamente omofoba che gli fanno dichiarare ai genitori di non essere gay preferendo precisare quel che non è piuttosto di quel che è (potrebbe definirsi bisex se l’omosessualità gli stesse stretta) o di chi ama.
Un riferimento al sesso con Felipe che mancherebbe (a parte i baci) rendono il sodalizio con il giovane uomo (anche lui cineasta) più un’amicizia virile che un amore consumato e tutto si riduce, almeno agli occhi della madre, a una spiegazione legalista (Felipe cittadino straniero avrebbe bisogno del cognome di Thomas). Una irricevibile dichiarazione di non idoneità a formare una famiglia basata sull’amore e sui figli della coppia formata da due uomini fatta dalla madre non riceve alcun commento, né durante la conversazione, registrata via skype, né nei commenti in voice over fatti ex post dal cineasta.

Tutto rimane nell’alveo dell’ego smisurato del protagonista che anche quando rivendica il diritto di scegliersi famiglia e amori (e lo dice in voice over sulle sue immagini durante un balletto, la bocca colorata da un rossetto pervinca e le spalle sulle quali scivola una t-shirt dalla scollatura generosa) lo fa per autoincensarsi non certo per volontà di una rivendicazione politica che possa essere usata dalle altre persone.
Anche la confessione di disgusto per la farsa del cerimoniale del matrimonio in chiesa (anglicana) della sorella è contraddetto dal cerimoniale fatto durante la cerimonia per il pacs con Felipe (una unione civile confusa e sovrapposta al matrimonio tout court) nel quale scimmiotta il lancio del bouquet: insomma mentre Thomas può far quel che vuole la sorella, forte di una tradizione, no.
Nel finale, quando Camilla lascia Thomas (buon per lei) Felipe commenta che loro due rimarranno soli per sempre, confermando quel sospetto di amicizia virile che malcela quella misoginia in nome della quale si arriva anche al bacio tra uomini, altro che affetto omoerotico!
Il ballo finale tra i due ragazzi finalmente liberati dalle donne (anche se di Nina non ci è più dato di sapere nulla) gettano sinistre luci su un documentario confusionario non perché l’argomento sia confondibile, ma per l’estrema confusione che ha in testa il giovane e superficiale protagonista e regista.
Se il narcisismo  non nutre l’omoerotismo nutre sicuramente le velleità artistiche di uno studente di cinema della Haute école d’art et de design di Ginevra. Il vero straniero del film è Thomas stesso sul quale il documentario gira intorno per 45 minuti mentre la sua voce fuori campo ripete all’infinito “Io Io Io”.

Gender DocuFilm Fest 2015 - AmaraAmara (Italia, 2015) di Claudia Mollese (anche in questo caso la data è controversa, nel sito cinemaitalianoinfo viene riportato un premio vinto dal documentario nel 2011…) ha l’ingrato compito di raccontare la vita della travestita più famosa di Lecce, Mara, al secolo Antonio Lanzalonga, che, dopo una vita di prostituzione e sfruttamento della prostituzione, muore nel 2001 lasciando 70 appartamenti e circa 4 miliardi di vecchie lire principalmente alle monache di clausura del convento di San Giovanni Evangelista.
Per raccontare la vita di Mara la regista, nonostante, ahilei, gli studi antropologici alle spalle, sceglie uno sguardo miope e pudico a cominciare dall’inquadratura che tiene fuoricampo il viso di molte delle intervistate, secondo il classico cliché cattolico del si dice il peccato ma non il peccatore che non ha nemmeno il coraggio di metterci la faccia. Quando la confidenza tra intervistatrice e intervistate è  tale da permettere la ripresa del viso (sempre un po’ fuori fuoco) il danno è fatto e il pubblico ha l’idea di stare assistendo a delle delazioni piuttosto che a delle testimonianze storiche.
Suddiviso in capitoli con i nomi di alcune delle intervistate Amara non sa fare un buon servizio né alle intervistate né al pubblico cui si rivolge, lasciando in una costante e ambigua confusione lo statuto diversissimo tra prostituta, travestita e transessuale che nel documentario rischiano di essere percepiti come tre sinonimi con un insopportabile effetto transfobico del quale è responsabile la regista che se non sa porsi nemmeno il problema, figuriamoci dare e darsi una risposta.

Il resto è cinema dilettante con la videocamera che indugia sul blu abbacinante di una luce di una coroncina da mettere sulla testa o sulla processione del venerdì santo a Lecce, o ancora su alcuni estratti dal documentario Lecce barocca, del 1977, di Pasquale «Lino» Ciccarese.

Incapace di restituire uno sguardo sulla prostituzione sulle donne, biologiche e trans, e sulle travestite intervistate, il documentario restituisce la sprovvedutezza culturale di chi si avvicina a una argomento difficile (da un punto di vista politico e antropologico oltre che cinematografico e documentaristico) con un gusto per l’esotico e la falsa compassione (disgustosamente cattolica) per la diversità, il cui solo scopo è quello di restituire sicurezza e odore di normalità al pubblico borghese chiamato ad assistere a un’ora di pletorica frivolezza.
Nonostante i materiali di repertorio e di archivio (tra cui anche una trasmissione del 1999 che vide Mara intervistata da una tv locale del quale però vediamo pochi fotogrammi) dopo la visione non ci si raccapezza minimamente né sulle persone intervistate né sui fatti raccontati,  al documentario mancando un punto di vista autorevole confrontandosi col quale il pubblico possa dare un senso alle dichiarazioni contraddittorie delle persone intervistate.

Eppure nonostante il risultato non proprio felice di queste due opere la scelta fatta da Nazzaro per questa prima serata della sesta edizione del Gender Docu Film Fest è intelligente e pertinente restituendo la pochezza culturale, l’egotismo e il vuoto di una stessa generazione (Mollese è dell’83 Ammann dell’87) nata e cresciuta nel pieno riflusso edonista post raeganiano, in un’Europa molto poco mittelleuropea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(28 agosto 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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