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Qualcuno volò sul nido del cuculo di Alessandro Gassmann #Vistipervoi e la libertà dov’è?

Qualcuno volò sul nido del Cuculo Teatro 00di E.T.     twitter@iiiiiTiiiii

 

 

 

 

 

Nel prolisso programma di sala (non promettono mai bene i programmi di sala troppo prolissi) Alessandro Gassmann definisce lo spettacolo “Un inno alla libertà” dichiarando di avere “lavorato su complessi rapporti psicologici tra i vari personaggi”, l’autore dell’adattamento del testo (su traduzione di Giovanni Lombardo Radice) parla di “Grandi Storie” riferendosi evidentemente all’originale di Dale Wassermann tratto dal romanzo di Ken Kesey.

 

La nostra rubrica #Vistipervoi si è spostato al Teatro Comunale di Todi, bel teatro fine ottocentesco nel centro della magnifica città umbra, che in apertura di stagione ha presentato lo spettacolo produzione della Fondazione Teatro di Napoli, della durata di quasi tre ore in una sala piena composta da pellicce fuori stagione indossate da signore fuori stagione per le quali la pelliccia è ancora uno status e non un cadavere indossato inconsapevolmente, da calze trasparenti con orribili pois multicolore sfoggiate da sessantenni coraggiose in odore di eternità e da un folto pubblico di giovanissimi tirati a lucido. Cosa che fa bene al teatro. Che certo teatro faccia bene ai giovanissimi è altra storia. Immancabili le ciarliere cinquantenni che disturbano per tutto lo spettacolo e si indignano quando si dice loro di stare zitte, per favore.

 

Si apre il sipario. Magnifico l’effetto pioggia su uno schermo trasparente che rende la vita complicata a chi vede poco, come chi scrive. Lo spettacolo ha avuto inizio. Ritmo travolgente, perfetto affiatamento tra gli attori, la regia di Gassmann si muove agile e dirige con mano sicura gli interpreti. Lo spettacolo è corale e solo chi fa questo mestiere sa quanto sia difficile dirigere quando sono molti i personaggi in scena. Su tutti spicca la figura di Ramon Machado (Gilberto Gliozzi), gigante silenzioso e immobile che si intuisce essere la chiave dello spettacolo. Il primo atto dura quasi due ore ed è magnifico fino a pochi minuti prima della chiusura del sipario, poi qualcosa si inceppa. Regia ed adattamento cedono alla retorica buonista sull’immigrazione, il personaggio di Ramon si avventura in un monologo sull’immigrato che raccoglie i pomodori – una evidente forzatura drammaturgica a fini registici oltre che un tentativo fallito di smuovere l’emotività del pubblico – ed il pur bravo Daniele Russo (Dario Danise) non riesce a “tenere” il ritmo dello spettacolo che soffre dell’ennesimo effetto video della cui presenza non si capisce la ragione.

Viene poi inserito un momento di retorico patriottismo quando si parla della finale mondiale del 1982 che i rinchiusi nel manicomio (che si presume essere a Napoli) che fa da teatro alla vicenda vogliono seguire alla tv. Ma come fanno a sapere che è il giorno della finale? Chi gli dà l’informazione, dato che si presume siano lì rinchiusi? Solo molti minuti di spettacolo dopo veniamo a scoprire che gli “ospiti” del manicomio possono seguire il telegiornale, ma non ce n’è stata traccia prima di quei telegiornali così che il riferimento alla finale mondiale suona un po’ come un intruso, drammaturgicamente parlando of course.  Naturalmente la direttrice-carnefice del centro nega il permesso appellandosi al regolamento e quindi non resta che inventarsela la finale, descriverla come se quell’azione di Scirea accaduta nella realtà e che c’ha dato il Mondiale di Spagna fosse visibile, ma non si capisce da dove gli internati abbiano prese le informazioni: così precise. La televisione è spenta, non ci sono contatti con l’esterno e la foto di Ccirea che appare sullo schermo semitrasparente strappa finalmente l’applauso a scena aperta del pubblico e un “cosa ci faccio qui?” al vostro cronista che stenta a comprendere. Se lo spettacolo è ambientato nel 1982, programma di sala docet, e quella è la serata della finale, come fanno i personaggi a descrivere perfettamente un evento che non hanno mai visto?

 

Potenza della fantasia e fine del primo atto.

 

Dopo avere visto Marco Cavicchioli (Giacomo James Bugané è il personaggio che interpreta) fare le stesse cose per tutti i suoi precedenti spettacoli più qualche film, compreso l’infausta pellicola su Pasolini di Aurelio Grimaldi, dopo due ore di primo atto i cui ultimi minuti hanno tolto l’entusiasmo, non ci si aspetta granché dal secondo atto che puntualmente si svolge prevedibile come il teatro di giro che lo spettacolo rappresenta. Inserti buonisti, la direttrice- carnefice-suora laica interpretata da un’assolutamente monocorde Elisabetta Valgoi sempre più cattiva (e gratis). Anche i due assistenti-infermieri perdono credibilità e pare che dello spettacolo non gli importi più nulla (forse sono stanchi). Si arriva al finale con molti inserti video, finale che non vi sveleremo per nulla togliervi, con l’aggressione alla direttrice- carnefice-suora laica che si ripresenta in scena poco dopo con un collare pronta ad eseguire la sua sentenza. Lo spettacolo si chiude con uno degli assistenti-infermieri (Antimo Casertano) travolto suo malgrado dalla malvagità che lo ha visto vassallo fino a poco prima che con gesti svogliati e per nulla efficaci condanna la sua direttrice.

 

Centosessantacinque minuti di spettacolo ci hanno provati. Ne sarebbero bastati centoventi. “Qualcuno volò sul nido del Cuculo” paga tributi registici, non sappiamo quanto consapevoli, ad uno straordinario allestimento di “Nemico di Classe” di Nigel Willias del Teatro dell’Elfo del 1983, spettacolo che è Storia del Teatro. Soffre di forzature drammaturgiche, ma soprattutto non trasmette traccia di quella “libertà” della quale il regista spesso ha parlato riferendosi al lavoro né dei citati “complessi rapporti psicologici”, rapporti che sono invece assai semplici come dimostra il fatto che la sete di potere della direttrice-carnefice suora laica, non viene minimamente indagata se non con una inefficace e italianissima iconoclastìa che abbiamo visto ormai tante e tante e troppe volte. La catarsi finale, il “gigante” Ramon Machado che (in video!) si libera della statua della Vergine e la distrugge, vorrebbe rappresentare la distruzione del Potere che tiene in scacco la società. Se queste erano le ambizioni il risultato è un po’ poco. Anche perché la direttrice-carnefice suora laica resta al suo posto.

 

Applausi e grida infantili di ragazzine che innegiano all’attor giovane salutano il lavoro della compagnia (tutti gli attori di ottimo livello, con un bravissimo Daniele Russo che a volte si lascia prendere un po’ la mano e soffoca una risata quando sbaglia una battuta, in un perfetto teatro di regime) che soddisfatta ringrazia. Noi usciamo dal teatro a mezzanotte passata e ce ne torniamo da dove siamo venuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(7 dicembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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