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David LaChappelle “Lost+Found” a Venezia. L’Arte vista da Emilio Campanella

di Emilio Campanella

 

 

 

 

 

La Casa dei Tre Oci di Venezia ci ha ormai abituati al veloce avvicendamento delle sue mostre, infatti, dopo il bianco dei ghiacci artici, ecco i colori saturi di David LaChapelle, proposto dai curatori Reiner Opoku e Denis Curti, per questa mostra che occupa i tre piani del palazzo e copre un arco di tempo che parte dagli anni Ottanta per arrivare agli ultimi lavori della serie New World del 2017, esposti al piano terra. Visitabile sino al 9 settembre, è accompagnata da un catalogo molto importante, edito da Marsilio.

Si può iniziare la visita in molti modi, siccome preoccupazione dei curatori è stata di cercare di dare un’idea, in qualche modo esaustiva, del fotografo, creando percorsi e stanze speciali per affrontare le tematiche, tanto per analogia, come per contrasto, anche se gli apparenti scarti tematici non sono così forti quanto sembra all’apparenza, legando il lavoro di LaChappelle in un filo logio, fin dall’inizio e al tentativo di “svegliare” il pubblico con delle provocazioni estetiche giocate molto sul kitsch ed il pop abilmente shakerati.

In una sala del piano terra, una serie interessantissima di nature morte molto colte ed ispirate a quelle barocche, con un’attenzione alla simbologia di rara cura. Siccome il nostro ha la grande fortuna di vivere in Polinesia, ha anche a disposizione paesaggi molto speciali per ambientare le scene che crea, siano esse rivisitazioni hopperiane, costruite, fra l’altro, con materiali recuperati, riciclati e ricreati per diventare scenografie di notevoli suggestione grazie a luci sorvegliatissime in foreste notturne, come Gas 76 del 2012, della serie Gas, appunto, oppure operazioni di intervento diretto sull’immagine realizzata.

LaChapelle racconta storie, spesso tremende, che peraltro ci circondano. Riempe la scena di personaggi, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro, crea atmosfere inquietanti, esilaranti, dissacranti al tempo stesso e provoca inevitabilmente la riflessione in chi guarda. Ci sono due omaggi a Warhol, suo antico mentore: personaggi notissimi, nelle situazioni da lui create. Ci sono anche fabbriche inquietanti, e per concludere, l’opera che amo maggiormente: Last Supper 2009-2012, tredici piccoli quadri con altrettanti ritratti, ma sono teste mozze, per quanto vivissime, e per nulla inquietanti, ognuna con le sue mani molto espressive, ed altrettanto mozze… Un po’ fra iper-realismo e cere devozionali, come se ne vedono talvolta in sacrestie di Chiese importanti.

Interessantissimo il documentario sul back stage di Deluge, 2006, lavoro ispirato a Michelangelo.

 




 

(26 aprile 2017)

 

 

 

 

 

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