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“Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal #Lettipervoi a scoprire perché “I cieli non sono umani”

di Damiana Guerra twitter@Biancamara81 | twitter@gaiaitaliacom #Librilettipervoi

 

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti […]”[1].

Si apre così “Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal. Un breve romanzo di appena novanta pagine uscito nel 2014 per Einaudi, Et Scrittori. Immediatamente una sensazione fisica ti pervade e senti il tuo corpo risucchiato assieme al protagonista nel fondo del suo magazzino, dove “da trentacinque anni presso carta vecchia e in questi anni i raccoglitori mi hanno gettato in magazzino tanti libri che se avessi tre granai sarebbero pieni” (pag. 10).

Il protagonista, Hant’a, è uno “spaccone dell’eternità”, una persona semplice che a furia di salvare libri di grandi autori e di portarli a casa per leggerli, si “istruisce contro la propria volontà” e comincia a dialogare nel magazzino dove svolge il suo lavoro con Hegel, Kant e persino con Gesù Cristo. Hant’a, però, non si limita a leggere o pressare i libri che incontra. Innamorato inconsapevole della cultura, la celebra in un ultimo gesto di sincero amore: quando inserisce carta vecchia nella sua pressa, pone al centro di essa (quasi fosse un cuore pulsante da salvaguardare) un libro aperto. Sceglie meticolosamente il libro da porre dentro al nuovo pacco, aprendolo su una frase che rappresenta quello che ha sentito o subito nella stessa giornata. O su un ricordo che ha rivissuto mentre svolgeva il suo compito.

“Rivivere”. / ri·vì·ve·re / intransitivo: tornare in vita.

Un termine che rappresenta a pieno quello che si svolge nella mente del protagonista (e noi con lui proseguendo la lettura). Mentre le sue mani svolgono il lavoro, la sua mente viene proiettata indietro negli anni, attraverso le parole o immagini in cui inciampa Hant’a. E per noi inizia un viaggio. Un viaggio nella Praga prima e dopo la seconda guerra mondiale. Un viaggio in una società che si avvia verso la modernità. Verso una spersonalizzazione del lavoro. Ma è anche un viaggio attraverso un corpo, il suo invecchiare e la caduta delle illusioni giovanili in esso contenute.

Hant’a continua a pressare carta per trentacinque anni coltivando il suo sogno: dopo la pensione, con dei soldi che sta tenendo da parte su un libretto, crede di potersi comprare la pressa con cui simbioticamente ha condiviso il tempo. Crede di riuscire a comprarla e portala al centro del giardino di suo zio, per poi passare il resto dei suoi giorni a fare pacchi “belli” con i libri che in questi anni di lavoro si è portato a casa. “[…] cinque anni mi mancano per la pensione e quella mia macchina verrà con me, io non la lascio, risparmio, ho un libretto di risparmio apposito e andremo in pensione ambedue, perché io quella macchina dalla ditta a compero, me la trasporto a casa, la metto da qualche parte nel giardino di mio zio fra gli alberi, e soltanto allora, lì nel giardino, farò un unico pacco al giorno, ma quello sì che sarà un pacco, un pacco alla decima potenza, come una statua, come un artefatto, dentro questo pacco poi metterò dentro tutte le mie illusioni giovanili, tutto quello che so, che ho imparato in quei trentacinque anni al lavoro e dal lavoro, così soltanto in pensione lavorerò spinto dal momento e dall’ispirazione, un unico pacco al giorno coi libri che ho in casa, più di tre tonnellate, sarà un pacco del quale non dovrò vergognarmi, sarà un pacco già sognato, […] che sarà creazione del bello” (pag. 8).

Ma “i cieli non sono umani” ed il sogno di Hant’a dovrà scontrarsi con la disillusione e con la tecnologia che avanza: sente parlare di una modernissima pressa e decide egli stesso di andare a vedere con i propri occhi di cosa si tratta. Quello che si ritrova davanti è una efficiente catena di lavoro, dove il libro è solo un pezzo qualunque di carta di una qualunque catena di “smontaggio”. Dove non ci si può permettere più il lusso di fermarsi a contemplare la meraviglia che si sta per pressare. Dove i sogni sono lasciati fuori. E dove un vecchio operaio come Hant’a deve essere messo da parte ed escluso.

Così il protagonista resta annichilito. E per la prima volta davvero si sente solo. E crede che non ci sia altro da fare che uccidersi. Non però un suicidio qualunque. Ma una morta per lui dignitosa. Un tutt’uno con quella che è stata la sua vita fino a quel momento: pensa di farsi stritolare dalla pressa, restando in un qualche modo legata a lei per sempre. Pensa di farlo, ma alla fine non lo fa. Hant’a riapre gli occhi e si ritrova in un parco. Si sveglia con al suo fianco due prostitute zingare, una presenza costante nella vita del protagonista. Si risveglia con una carica vitale inaspettata, perché “al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito, somiglianti all’imperativo categorico di Kant” (pag. 88).

Cosa rimane al termine della lettura di un testo come questo? “Una solitudine troppo rumorosa” è una dichiarazione d’amore che fa l’autore stesso: Bohumil Hrabal ci conduce in questo percorso fatto di carne e parole mostrandoci che, aldilà della caducità della vita, aldilà delle situazioni (sia storiche che private) così precarie e provvisorie, ciò che ci sopravvive ed avrà vita eterna è l’arte e il sapere.

E siamo tutti un po’ come questo Don Quijote della pressa: speriamo, in un certo senso, di poter fare anche noi un pacco “bello” con un cuore vivo pulsante al suo interno.

 





(26 dicembre 2018)

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