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“Line è arrivata e poi è ripartita” #Lettipervoi Ieri, di Agota Kristof

di Damiana Guerra #Lettipervoi twitter@gaiaitaliacom #AgotaKristof

 

-Un po’ d’acqua!

Lontano, sopra di me, qualcuno aveva gridato.

Era ridicolo, c’era acqua dappertutto.

Anch’io avevo sete. Ho lanciato la testa all’indietro e a braccia aperte mi sono lasciato cadere. Ho affondato il viso nel fango gelato e non mi sono più mosso.

È così che sono morto.

Presto il mio corpo s’é confuso con la terra.”

(Ieri, di Agota Kristof. Edizioni Einaudi 2016, pag. 6)

 

Leggere un testo di Agota Kristof equivale a fare un tour nel girone della solitudine e incontrare gli abitanti di questo inospitale paese. Sentire freddo e sentirsi freddo con loro.

Ed è esattamente questo che senti leggendo “Ieri”.

Il protagonista Sandor è un rifugiato. In fuga dalla sua terra natale, sopravvive lavorando in una fabbrica di orologi. La sua è una vita di alienazione e disperazione, una vita che si ripete sempre uguale in ogni giornata e sempre vuota. “La sera, uscendo dalla fabbrica, si ha appena il tempo di fare la spesa, mangiare, e bisogna andare a letto molto presto per riuscire ad alzarsi la mattina. A volte mi domando se vivo per lavorare o se è il lavoro che mi fa vivere. E quale vita? Lavoro monotono. Paga miserabile. Solitudine. Yolande. Ci sono migliaia di Yolande nel mondo. Belle e bionde, più o meno stupide. Se ne sceglie una e si fa con lei. Ma le Yolande non colmano la solitudine “ (pag. 32). Ma è una vita conosciuta e nota che il protagonista non riesce a cambiare. Il libro si apre con il crollo emotivo del protagonista. Incapace di sentirsi felice e al tempo stesso di fare realmente qualcosa per esserlo, non si presenta al lavoro e sotto una pesante pioggia si lascia cadere in un parco. “E perché non ho voglia di cambiare. Ho cambiato talmente tanto in un certo periodo che ora sono stanco. ” (pag. 9)

Verrà ritrovato privo di conoscenza da passanti e trascorrerà poi sei mesi in ospedale, prima per la polmonite poi nell’ala psichiatrica per il tentativo di suicidio. Attraverso quello che il protagonista non dice alle domande dello psichiatra, veniamo a conoscenza che il suo vero nome è Tobias e lo rivediamo bambino, figlio di una prostituta (nonché ladra e mendicante) e del maestro del paese, innamorato della figlia legittima di quest’ultimo, Caroline (detta “Line”) che conosce a scuola. Cambierà il suo nome in Sandor per non essere ritrovato: esasperato da una vita di miseria all’ombra della madre (“Mia madre veniva in cucina per lavarsi il sedere in un secchio, s’asciugava con uno straccio, se ne tornava a letto. Non mi parlava quasi per niente e non mi ha mai baciato.”, pag. 16) e nauseato dall’idea di essere riconosciuto dal vero padre, tenterà di accoltellarli entrambi. Convinto di averli uccisi, fuggirà lontano. “Un vuoto si è installato in me. Ne avevo abbastanza, non volevo più niente. […] Non avevo che un desiderio: partire, andare, morire, era uguale. Volevo allontanarmi, non tornare più, scomparire, dissolvermi nel bosco, nelle nuvole, non ricordare più, dimenticare, dimenticare.” (Ieri, pag. 24).

Rivediamo quindi un Tobias / Sandor adulto, con più di dieci anni di lavoro in fabbrica sulle spalle. Si trascina nella sua vita proletaria assediata da ricordi, incubi e allucinazioni, aggrappandosi a due  ossessioni: l’utopia di diventare uno scrittore famoso e il desiderio di incontrare la donna dei suoi sogni, una Line che conserva i tratti misteriosi dell’incontro infantile e quelli immaginari della fantasia. Desiderio che pare prendere forma nell’arrivo della vera Line, la stessa del suo passato, giunta nel paese in cui ora Tobias / Sandor vive con la figlioletta per seguire suo marito fisico. I due si innamoreranno e per Tobias / Sandor si apre una parentesi di speranza. “Le mie giornate alla fabbrica diventano giornate di gioia, i miei risvegli al mattino una felicità, il bus un viaggio intorno alla terra, la piazza principale il centro dell’universo. Line non sa che ho cercato di uccidere suo padre, non sa che mio padre è suo padre. Quindi posso chiederLe di sposarmi.” (Ieri, pagg. 64-65). Ma questo, per il protagonista, resterà una breve illusione. Il marito di Line, credendo che la moglie sia incinta di Tobias / Sandor, la costringe ad abortire e la lascia, portando con sé la loro figlioletta. E Line, piegata dal dolore per la perdita dei suoi figli, torna nel suo paese natale, accusando Tobias / Sandor di averle rovinato la vita.

Il finale è una sconfitta totale delle illusioni: vediamo Tobias / Sandor due anni dopo, sposato con la sua Yolande (che, come diceva nelle prime pagine del libro, “Ci sono migliaia di Yolande nel mondo. Belle e bionde, più o meno stupide. Se ne sceglie una e si fa con lei.”) e padre di due figli. Ha accettato passivamente una vita che non ama, continuando a lavorare nella fabbrica di orologi e abbandonando la scrittura (e i sogni) definitivamente.

Un difficile destino comune che lega molte persone anche del mondo reale.

-Bambino, vengo da lontano. Dimmi, perché guardi la luna?
– Non è la luna, – rispose irritato il bambino, – non è la luna, è l’avvenire che io guardo.
– Io vengo da lì, – gli dissi dolcemente, – ci sono solo campi morti e fangosi.
– Tu menti, menti, – gridò il bambino. – C’è argento, luce, c’è amore. Ci sono giardini pieni di fiori.
– Io vengo da lì, – ripetei dolcemente, – ci sono solo campi morti e fangosi.” (pag. 49).

 




 

(13 gennaio 2019)

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