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L’ultimo film di Bruce La Bruce: un esercizio di stile a beneficio del regista dal quale il pubblico è escluso

di E.T. #Cinema twitter@gaiaitaliacom #Recensendo

 

Grazie al 34° Festival Mix di Milano abbiamo visto il nuovo film di Bruce La Bruce passato anche a Venezia, Saint-Narcisse, una buona prova d’attore del protagonista Félix-Antoine Duval che interpreta due ruoli; un film che nonostante la definizione di “fiaba pansessuale” di pansessuale non ha nulla, essendo a nostro avviso un esercizio di stile del regista, utile alla visione che il regista ha della storia, dalla quale il pubblico è totalmente escluso.

Il protagonista è alla ricerca della madre, la madre sente che il figlio è vivo, lui vive con la nonna che muore e trova quindi le lettere della madre alla quale è stato sottratto alla nascita, dicendo alla donna che era nato morto – siamo alla banalità famigliare; il protagonista è fortemente narcisista dunque è evidente fin dalle prime battute che dovrà trovare uno specchio nel quale riflettersi e l’immaginario omoerotico di Bruce La Bruce (anzi pansessuale, chiediamo scusa), deve incarnarlo in un gemello che in qualche modo dovrà saltar fuori. E dove trovarlo se non in un convento il cui priore omosessuale e dominatore, che accusa la madre del protagonista di essere una strega perché vive con una donna, costringe il gemello a un sesso indesiderato dicendogli che è la reincarnazione di San Sebastiano (in onore a Narciso?) e come giustificare il tutto?

Semplice: la madre aveva avuto due gemelli, separati alla nascita, che le erano stati sottratti dicendole che erano morti. Gioia, gaudio e felicitate all’incontro tra fratelli specchio l’uno dell’altro, uno dei quali rigorosamente nudo, e conseguente rapporto incestuoso tra gemelli, con orgasmo finale e onore alla figura di Narciso. Il post-coito regala alcuni momenti di rara comicità dialogica: mentre dopo essersi amati i due gemelli discutono di ciò che bene e ciò che è male uno chiede se ciò che hanno appena fatto è giusto o sbagliato, rispondendo l’altro “Questo non conta. noi siamo famiglia”. E rock’n’roll.

Finale pseudo-drammatico dove si deve per forza evocare il martirio di San Sebastiano, non importa quanto giustificato, e dove si deve per forza ricorrere alla stigmatizzazione dell’omofobia della chiesa e alla denuncia delle perversioni al suo interno.
Pochissima roba per il regista più strombazzato degli ultimi tre decenni e un lustro.

Il film è tutto ciò che, secondo noi, un film non dovrebbe essere. Superficiale, edonista, puramente fotografico, inesistente dal punto di vista dialogico e un po’ sgangherato da quello drammaturgico. Però esteticamente perfetto.

 

(19 settembre 2020)

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