“Il Vanesio del Teatro degli Ignoti”, il racconto a puntate di Giuseppe Enzo Sciarra (quarta puntata

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di Giuseppe Enzo Sciarra (quarta puntata)

(… continua)

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Da bambino, mi veniva chiesto di rinnegare la razionalità a favore di una bestialità chiamata machismo – in cuor mio trovavo stupido e vigliacco un simile credo. La cosa che ho sempre odiato di certi uomini meridionali è la terribile ferocia alla quale dovevano dare libero sfogo per dimostrare qualcosa a loro stessi. Non c’era nulla di intelligente e virtuoso nel ricorrere a una violenza così insensata, eppure mi dovevo adeguare alla stupidità di molti (attizzare il fuoco della mia indole, violentandomi, per essere brutale e comportarmi come una patetica macchietta che fa il verso ai suddetti uomini veri) Questa mascolinità tossica era – ed è – una menzogna con cui tutto il genere maschile meridionale veniva ingannato con lo scopo di asservire a una legge non scritta di arcaica memoria che se li vuole maschi li vuole (anche) delinquenti. O quanto meno violenti.

Quanti miei coetanei da bambino ho visto cedere a questa esaltazione kamikaze della mascolinità che rende le menti tarate e ottuse.

L’odio che muove Federico Maio nasce sicuramente dallo stesso conflitto interiore con cui devono scontrarsi fino all’ultimo sangue molti omosessuali e bisessuali. Maio che sembra esagerare come tanti uomini del sud i propri comportamenti maschili esasperandoli con atteggiamenti spacconi; è posseduto da quella rabbia e quell’odio folle così conosciuti da troppi gay repressi o che fintamente si dicono accettati. D’altronde col fucile puntato addosso dal regime della virilità questi uomini più di altri sono destinati alla schizofrenia e a diventare, o esserlo già, molto pericolosi. Ombre maledette in un fossato.

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Mi sono innamorato di uno sconosciuto, un’immagine che posso rendere viva per mezzo della mia immaginazione. Federico Maio è acqua benedetta da San Giovanni, Lucifero e dio. È male. È bene.

Sento scuotere ogni singola corda del mio mondo interiore in funzione di lui e degli astri, una sensuosa melodia mi conduce con la sua nenia astrusa verso una persona che sono e che vorrei essere, che disprezzo e amo. Federico Maio è acqua benedetta da San Giovanni, Lucifero e dio. È male. È bene.

È tutto così contorto. Il mondo dei desideri è contorto, ci manipola come burattini e ci illude di condurci sempre verso la felicità.

Ho letto sul suo profilo facebook di un saggio accademico a cadenza semestrale che si terrà a breve. Devo vederlo!

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Mi feci accompagnare da Sara, la mia migliore amica, qualche giorno dopo, al saggio, tremante e imbarazzato per un nonnulla, sentendomi uno stalker perché volevo spiare Federico per darmi pace – eterno riposo dona a me o signore e che gli altri preghin per loro. Che inquietudine mi davano quei sentimenti soffocati da sempre (un bisogno di dare amore che pensavo di avere ucciso e che non era mai morto). A Sara parlai di lui con distacco, non volevo mi credesse folle e impaziente di amare un’idea più che una persona reale – chi lo conosceva in fondo! Avevo trent’anni non quindici eppure facevo l’adolescente a causa di un improvviso colpo di testa. Ci sedemmo nelle ultime file ben nascosti – non volevo mi vedesse. Che poteva pensare? Che lo braccavo? Una tenue malinconia proveniente da quel violento mondo interiore che determinava quella convinzione folle che giá l’amavo mi rattristava. Cosa rimpiangevo? Un rapporto vero tra due maschi che non ho mai avuto? E da chi mi è forse mi è stato sottratto se non da me stesso?

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Federico Maio entrò in scena a metà spettacolo, interpretava il ruolo del diavolo. Un diavolo cialtrone, clownesco, ridicolo, mefistofelico che si metteva in mezzo a una coppia di neosposi per corrompere la loro fedeltà coniugale spingendo entrambi al tradimento. Sara si divertí molto nel vedere la sua cazzima e il modo in cui irradiava la scena: ” Ci sa fare il tipo”. Esclamò entusiasta. Fece apprezzamenti sull’aspetto di Federico: “Molto bello come ragazzo. Hai capito Davide!” disse compiaciuta strizzando l’occhio verso di me che di colpo arrossivo e mi vergognavo di quella traccia di pudore così visibile – la trovavo una manifestazione di un atteggiamento femminile sconveniente per un ragazzo (vedete come mi avevano ridotto al sud)! Anche Gabriele De Amicis, il nostro ex compagno di recitazione, fu bravo nella sua parte: interpretava una specie di artista di strada mezzo matto se non ricordo male, e fu apprezzato anche da Sara. Anche lui. “Perché non te lo fai presentare da Gabriele”? Mi domandò all’uscita dell’accademia più blasonata della capitale.

” Non mi fido di lui. Mi farebbe fare una figura di merda”. Risposi. Se mi fossi fidato di Gabriele e avessi preso sul serio i suoi giudizi me lo sarei fatto presentare eccome! E mi sarei fatto anche dire se era stronzo come sembrava, il diavolo.

” Occorre trovare un altro modo”. Incalzò.
” Devo rompere il ghiaccio con lui a teatro. È la sola soluzione”. Sara annuí.

Tornammo a casa senza che Federico Maio ci vedesse, tralasciando di salutare Gabriele De Amicis – quest’ultimo era un belloccio di famiglia benestante di origine ebraica, i cui atteggiamenti classisti esasperati da un disturbo narcisistico snervante, alla lunga non erano facili a sopportare. Aveva una visione tutta sua delle persone. Non aveva mai imparato a percepire i sottotesti. E non parlo di teatro. Per Gabriele contava solo l’apparenza. Una persona superficiale che faceva l’attore più per esibirsi su un palco che per emozionare. A suo avviso dovevamo venerare questo bamboccione per la sua bellezza e per il talento “smisurato”, in cui un tono di voce lontanamente alla Gassman, una buona intonazione e dizione per lui erano sufficienti a farne un grande interprete teatrale.

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La mia attrazione verso quel ragazzo mi faceva paura. La sua virilità sviliva la mia. Credevo di non essere all’altezza di sostenere l’amore verso quell’uomo che di gentile aveva ben poco e che a differenza mia era un maschio di quelli che si amano, io invece facevo parte dell’altra categoria… mi odiano!

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Quel giovane duro, antipatico, aggressivo, scolpito da geni partenopei che in quanto a bellezza sfidano il creato, sembrava un delinquente supremo illuminato da una rudezza mascolina, quella che al sud ti educano a imitare. I miei occhi accecati dall’amore ideale mi raccontavano di lui come di un ragazzo arrogante che veniva dalla strada. Lo invidiavo. Da questo giudizio sbagliato su di me nacque il mio errore. Mi sentivo diverso, inferiore, inutile, indegno perché non ero forte e virile come lui a vedersi. Io ero gentile, dolce. Di quella “dolcezza che mi avrebbe fatta pagare cara il grande amore che mi ero scelto. Il diavolo”.

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Mi chiamo Davide D’Antuono. Ho trentacinque anni. Sono un’aspirante giornalista. Ho lavorato in varie redazioni televisive, regionali e locali come inviato e lacchè di capi redattori. “Davide porta il caffè! Davide fai questo! Davide non sai un cazzo! Zitto! Muto! Io ho sbagliato a scrivere il pezzo per il telegiornale ma la colpa la do a te, galoppino di merda!”. Esaurito e depresso dall’ambiente televisivo sono passato alla carta stampata. Scrivo di cultura. Adoro il teatro e il cinema. Amo Ibsen, Bergman, Pirandello, Fellini. Degli autori di cinema contemporanei mi piacciono Ivano De Matteo, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, David Lynch, Pedro Almodovar. A teatro seguo César Brie, Emma Dante, Sarah Kane, Luana Rondinelli, Enrico Maria Carraro Moda. Per me il cinema e teatro sono una terapia. Mi aiutano a vivere. Altrimenti sarei pervaso di confusione e rabbia. Senza questi farmaci contro il dolore la vita sarebbe una sofferenza terribile.

 

(continua…)

 

 

 

(3 luglio 2021)

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