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70ª Mostra del Cinema di Venezia, prime cronache di Emilio Campanella tra Paolo Zucca e Schabbach 1842

Venezia 70 - 00 Paolo Zucca L'Arbitrodi Emilio Campanella

Apriamo con il film di Paolo Zucca L’ARBITRO che apre la rassegna LE GIORNATE DEGLI AUTORI e la cui PROIEZIONE SPECIALE si è tenuta martedì 27 alla sala Perla del Casinò del Lido di Venezia, prologo a VENEZIA 70, la mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale, nella sua settantesima edizione.

Tutti numeri grandi, come i miei che da pochi giorni sono solo dieci meno di quelli della mostra, come i venti del mio accredito stampa. Essendo un’unica proiezione in tutto il giorno, la sala era affollata; l’unica altra manifestazione era a Venezia, in campo S.Polo, la proiezione dell’edizione restaurata de LE MANI SULLA CITTA’ di Francesco Rosi. Zucca ha ripreso l’argomento di un precedente corto e si è affidato ad un buon direttore della fotografia; ha scelto il bianco e nero -questa la sua motivazione- per tenere la vicenda, sempre un poco sopra le righe, o sotto, fuori dal piano della realtà.

Oltre all’Accorsi nel ruolo del titolo, qui un poco misterioso, algido, inquietante, ma non sempre, che si rivela particolarmente dotato per le arti marziali come per la danza, e che passa dall’empireo dell’arbitrato delle partite internazionali alla polvere di un campetto di paese, uno stuolo di caratteristi e di primi ruoli di grande livello, compone il cast: da Geppi Cucchiari, esilarante e grottesca, a Francesco Pannofino che si diverte un mondo in un personaggio di “vilain” da manuale, a Marco Messeri, Benito Urgu, Jacopo Cullin, Alessio di Clemente, fra gli altri.

Il regista, abile e sornione, ci racconta alcune storie e le intreccia con un buon montaggio alternato, e quella del titolo non è certo quella principale, per quanto ce la presenti anche con rituali monastici ed atteggiamenti ed atmosfere da Inquisizione, ma gli interessa altro, la storia piccola di due sparute squadre di calcio di paese, così come la faida personale tremenda fra due calciatori di una delle due, quella più forte.

L’amore per il cinema e la cultura debordano, intanto per un debito estetico da Ciprì e Maresco, e poi per modalità picaresche da western, come da omaggi dichiarati a Buñuel e Fellini, e più accenneati a Loach ed Antonioni. La chiave è grottesca, ma anche molto elegante, poiché questi pastori e proletari sardi sono di un’epica fierezza inquadrata in immagini che ricordano i guerrieri antichi, peraltro i POPOLI DEL MARE, così definiti dagli Egiziani antichi erano proprio loro!

Aggiungo che anche il nome del compianto Anghelopulos, che mi venuto alla mente.

Venezia 70 - 01 Die AndereDopo Zucca,  VENEZIA 70 Fuori Concorso presenta: DIE ANDERE HEIMAT-CHRONIK EINER SEHNSUCHT. Quando non ci si sperava quasi più, rieccoci a Shabbach, il villaggio dell’Hunsruck. Gli antenati della famiglia Simon nel medesimo luogo, gli stessi edifici, gli stessi scorci, ma 160 anni prima, lascio immaginare la disperazione degli abitanti che a causa del set, si sono visti strappare l’asfalto!!!

Ci sono dei caratteri che ritornano, la caparbietà di certe figure, l’amorevolezza di altre, come Margatethe (Marita Breuer) , madre del protagonista, già indimenticabile Maria nella prima parte della saga, come Jacob, appunto, curioso intellettuale che faticosamente conquista la cultura a dispetto del padre, sogna il Brasile, così come fuggiranno chi negli Stati Uniti, chi solo a Monaco di Baviera, i suoi discendenti.

Un giovane uomo umbratile ed introverso pagherà molto caro questo suo essere ripiegato su se stesso, a dispetto delle grandi qualità: il fratello sposerà quella che lui ama quasi senza saperlo, partirà per il nuovo mondo, quasi al suo posto; l’amatissima sorella vive lontana data l’imperdonabile colpa di aver sposato un cattolico.

Su tutto questo un clima durissimo, la miseria, le carestie, le manifestazioni meteorologiche le peggiori, le malattie, una vita d’inferno, le vessazioni governative. Tutto ciò porta molti, moltissimi a scegliere di emigrare, con tutto il dolore che ciò comporta, cerchiamo di non dimenticare di esserci passati anche noi, quando mal sopportiamo chi fugge dagli inferni attuali che abbiamo quasi alle porte!

Molti volti conosciuti fra i numerosissimi attori: ogni personaggio ha un episodio determinante, la sceneggiatura, magnifica, al solito, crea un universo ch’è molto più che corale. La fotografia è straordinaria, in un magnifico bianco e nero con qualche innamoramento cromatico in momenti fondamentali, accenni di colore in immagini con innumerevoli gradazioni di grigio.

C’è molto mondo estetico tedesco, ma con estrema discrezione, certi interni magnifici, alcuni angoli, ancora d’interno, o prospettive in esterno, una natura magnifica, e si, David Caspar Friedrich in un momento di solitario ritratto di Jacob.

Mi ha profondamente colpito il funerale collettivo delle piccole vittime della difterite, in mezzo alla neve. Spero che, a questo punto, la saga continui…

Ah, si tratta di un film di 230 minuti. Ma volano via!

 

 

 

 

©emilio campanella 2013
per gentile concessione
©gaiaitalia.com 2013
tutti i diritti riservati
riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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