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Todi Festival: “Siamotuttigay”, stereotipi omofobi nella storia di un mondo dove essere etero e’ anormale

Siamotuttigaydi Ghita Gradita

Già il titolo ci lasciava perplessi, ma l’autrice era interessante: Lucilla Lupaioli, autrice una ventina di anni fa di un testo splendido intitolato “L’Anello di Erode”, per la regia di Furio Andreotti, con un giovanissimo Claudio Santamaria, che la storica rassegna La Manica Tagliata ospitò in diverse città italiane.

Lo spettacolo parte male e finisce peggio. Lupaioli è assai brava, il testo vive di un ritmo eccellente e di un paio di battute esilaranti, grazie anche alla bravura di Alessandro Di Marco, il resto è noia. E stereotipi.

La storia è semplicissima, un mondo a rovescio dove essere etero è considerato anormale e dove essere gay è la norma, stereotipi dicevamo (l’idea stessa è’ uno stereotipo) che incatenano l’autrice-regista a una politically correctness da mercato domenicale del borgo (è vero che siamo a Todi, non a New York) che le tarpa le ali; se poi aggiungiamo una miscellanea centrale – vogliono essere colpi di scena – dei protagonisti che non più convinti di essere etero vogliono tornare alla “normalità gay” imposta dalla maggioranza da dove escono tutti i peggiori stereotipi omofobi (giacca rosa da gay, maglietta bianca con scritta rosa da gay, una barzelletta sui froci che viene troncata, insomma il cattivo gusto più becero), se aggiungiamo infine la sciagurata interpretazione della madre, quella non attrice, l’altra (non c’è traccia dell’abbinamento attore/personaggio sul flyier che accompagna lo spettacolo), se pensiamo ai siparietti musicali, solo patetici escamotage per supplire al vuoto drammaturgico, insomma…

Rimane solo la captatio benevolentiae finale. Che ci potevano risparmiare.

Si poteva fare uno spettacolo da un’idea così, ma non ne hanno avuto voglia. O non ci sono riusciti. Peccato.

Bravo Alessandro Di Marco, se di lui si tratta nella parte della madre-attrice (ma la regia avrebbe potuto ricordargli che una donna non tiene le gambe aperte come se avesse i testicoli), bravino l’attor giovane nella parte di William, garbata la sartina, indescrivibili, per compassione, tutti gli altri.

Una nota di colore: la fila dietro di noi era formata da fans, chiamiamoli amici che va di moda, di qualcuno degli attori, così come la quarta fila; da entrambe sono salite grida a ripetizione per chiamare l’ovazione del pubblico, che è puntualmente avvenuta. Poi fiori in scena, e gli attori che applaudono il pubblico come all’oratorio, contenti come studentelli.

E’ la scuola Mediaset, che attraverso gli applausi e le grida rende accettabile anche ciò che non lo è.

 

 

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