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Zurbaràn a Ferrara: estatiche visioni, interiori suggestioni, mistiche evocazioni

Francisco De Zurbarándi Emilio Campanella

Francisco de Zurbaràn ed altro a Ferrara fino al 6 Gennaio 2014. Palazzo dei Diamanti apre la sua stagione di mostre con un’esposizione di grande importanza, anche perché la prima in Italia sul grande pittore sivigliano, esponente di punta della cultura del SIGLO DE ORO.

La scelta proposta sarà la medesima che verrà esposta a Bruxelles dal 29 Gennaio al 25 Maggio 2014 al Centre of Fine Arts e consta di una cinquantina di tele divise in sette sezioni di suggerimento. Spero che le luci, ancora poco efficacemente sistemate il giorno della presentazione, siano state corrette, anche perché la pittura di Zurbaràn ha sempre illuminazioni estremamente precise che basta sottolineare per ottenere effetti “teatrali” straordinari.

Un esempio principe è il SAN SERAPIO del 1628, da Hartford, che apre la mostra ed è intelligentemente esposto da solo nella piccola sala iniziale. Il pittore trentenne ci mostra il santo subito prima dell’orribile martirio cui sarà sottoposto, i polsi legati tenuti in alto, il capo abbandonato, gli occhi semichiusi. La luce perfetta che piove dall’alto, a destra della figura, l’ampio magnifico abito monastico bianco dalle pieghe pesanti della stoffa su cui giocano sfumature di colore inimmaginabili per precisione. Abbiamo già incontrato alcuni punti tipici della pittura di questo artista: la luce, la capacità di rendere panneggi e riflessi cromatici delle stoffe, anche le più umili e grezze, l’attenzione ad evitare scene cruente, limitandone al massimo gli effetti in altri casi così spaventosi, e con esiti non meno drammatici. Molto spesso le figure di santi, come i ritratti di prelati, monaci, sono quasi a grandezza naturale, ed è sorprendente come gli effetti sugli abiti  siano uno studio continuo di variazioni sulle tonalità del bianco.

Diverso il lavoro sulle sante qui presenti, come la S.ORSOLA da Palazzo Bianco di Genova, o la S. CASILDA da Madrid, entrambe del 1635, in abiti sontuosi dalle ricchissime stoffe, e di foggia del secolo precedente che riportano facilmente a Veronese, di profilo, le insegne del loro martirio, fondale neutro monocromatico, ombra riportata come su una scena, probabilmente tele processionali. Un’altra abile e vincente intuizione dei curatori è stato porre l’AGNUS DEI da S.Diego, 1635/40 in fondo alla fuga delle sale, e che si può vedere all’inizio del percorso con un effetto sorprendente, evocato dalla penombra, bianchissimo, pronto per il sacrificio.

Ci sono alcune notevolissime nature morte che hanno influenzato secoli di pittura, una di queste: UNA TAZZA D’ACQUA E UNA ROSA SU UN PIATTO D’ARGENTO da Londra, c.1630, chiaro esempio di come un quadro non sia mai ciò che sembra, o per lo meno, non solo; infatti è un omaggio devozionale mariano riferito alle litanie: Vas Spirituale, Rosa Mistica, Vas Insigne Devotionis.

Quadro sorprendente: CASA DI NAZARET, 1644/45 da Madrid, in cui Maria, nella tela orizzontale, delle stoffe in grembo, ha lasciato momentaneamente il suo lavoro, il suo sguardo è attratto a destra, verso Gesù ragazzino, vestito, non a caso, di lilla, che, una corona di spine in grembo, guarda il suo dito ferito, la prefigurazione del suo destino provoca una lacrima sulla gota della madre. Peraltro, la totale umanità di Cristo, sempre ribadita, qui, forse rievoca la prima ferita sacra della circoncisione,e si collega alla passione. Il discorso sarebbe olto lungo e sfaccettato.

Concludo citando due crocifissi straordinari: quello del 1640, da Siviglia, cui Dalì deve MOLTISSIMO, e l’intrigantissimo CRISTO CROCIFISSO CON UN PITTORE, datato intorno al 1650, in cui i due personaggi sono sul medesimo piano spaziale, l’uno guarda l’altro, il pittore il suo dipinto, forse, e l’uomo morente verso chi l’ha dipinto, forse…la discussione è aperta e può essere accesissima. Aggiungo l’indimenticabile S.FRANCESCO da Milwakee, del 1635: l’alta figura in piedi, una “doccia” di luce dall’alto, il volto seminascosto ed in penombra sotto il cappuccio, il saio dalle pieghe pesanti, un teschio fra le mani, sole illuminate con il piede sinistro un poco avanti, le pieghe della stoffa pesante del saio con un effetto quasi tridimensionale.

Il catalogo, come abitualmente, edito da Ferrara Arte, questa volta un poco in economia per i materiali, ma esaurientissimo per saggi e schede critiche.

IMMAGINE E PERSUASIONE, è invece la piccola mostra aperta nelle stesse date, a Palazzo Trotti Constabili, Seminario Vecchio. Il sottotitolo recita: Capolavori del Seicento dalle chiese di Ferrara, e parte da un motivo fondamentale ch’è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dell’altissimo numero di chiese della città ancora inagibili dal terremoto dello scorso anno! Si tratta di otto belle tele da Ludovico Carracci a Guercino, per fare due nomi quasi a caso.

L’accuratissimo catalogo edito da Edizioni Cartografica pone l’accento proprio sulla situazione drammatica degli edifici con un apparato iconografico particolarmente ampio.

 

 

 

 

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©emilio campanella 2013
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