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In occasione del Milano Film Fest, Gaiaitalia.com intervista la regista argentina Maria Florencia Alvarez

Maria Florencia Alvarezdi Maximiliano Calvo

Il Milano Film Festival 2013 si è concluso domenica con l’attribuzione dei premi, momento emozionante e culminante di ogni manifestazione cinematografica che si rispetti, i cui risultati potete vedere al link in alto. Dal canto nostro, ci siamo dati da fare, come sempre, per informarvi e data l’occasione di intervistare una delle protagoniste del Festival, la regista argentina Maria Florencia Alvarez, non ce la siamo fatta sfuggire: volevamo che la regista parlasse ai nostri lettori che non avevano visto il film, ma – nonostante il nostro spagnolo fluente – non ci siamo granché intesi e siamo finiti a parlare del film come se tutti lo avessero visto. Trovate la chiacchierata di seguito.

L’intervista:

Habi, la estranjera. Un titolo affascinante. Altrettanto affascinante è l’idea di entrare in una comunità straniera dopo esserne stati affascinati. E’ di questo che si parla?

Anche se può sembrare affascinante, e realmente lo è, il film non parla di questo, ma del risveglio del desiderio, di qualcosa che per la prima volta tocca il cuore della protagonista così da costringerla a seguire la sua strada, cominciando a scoprirla e a scoprirsi. 

Come è nata l’idea del film?

Nasce da inquietudini personali vissute quando avevo più o meno l’età della protagonista. Mi facevo spesso domande sulla mia identità, sulla sua “costituzione”, sul “come” si fosse costituita e sul “come” io fossi diventata ciò che ero grazie alle mie esperienze. Mi chiedevo altresì se sarebbe stato possibile vivere qualcosa che mi spogliasse da tutto ciò che il passato mi aveva fatto diventare. In questo senso ogni esperienza che mi facesse sentire “anonima” era molto importante per me e mi permetteva in qualche modo di vivere senza specchiarmi in ciò che io e gli altri pensavamo dovessi essere. da qui nasce l’idea di coprirmi con il velo islamico per smettere di rispondere allo “sguardo da fuori” per scoprire “uno sguardo da dentro”. 

Il tema del pregiudizio è naturalmente presente nella pellicola, come ha superato il rischio di parlare di un “pregiudizio al contrario”?

Non sono sicura di capire bene ciò che lei chiama “pregiudizio al contrario”. Di fatto posso dirle che frequentai la moschea per sei anni prima di girare il film e all’inizio sono stata trattata con una certa freddezza: mi veniva rinfacciato che io non ero musulmana e che non sapevano che razza di film volessi fare. Con il tempo, attraverso un approccio serio e rispettoso, sono riuscita a vincere la mancanza di fiducia e abbiamo potuto addirittura cominciare a lavorare insieme. Tutti i personaggi del film, a parte Hassan e Yasmin, sono appartenenti reali alla comunità islamica che si sono prestati per girarlo. 

Solo le donne possono raccontare storie di donne: Habi, la Estranjera, nasce da una esperienza personale, da una necessità personale di raccontarla…

Habi nasce dalle mie inquietudini e vive di molte situazioni che io ho vissuto e che sono state adattate per il copione. Faccio film perché per me si tratta di una necessità. Attraverso il cinema mi impegnoa  comprendere ciò che mi succede e ciò che succede attorno a me. D’altro canto è vero che ogni realtà ha più punti di vista. Personalmente cerco sempre di scegliere il più costruttivo. 

La situazione dei migranti in Argentina e dei migranti argentini, ha radici nella sua storia personale ed artistica? 

A Buenos Aires la maggioranza di noi è figlia o nipote di immigrati. Sono convinta che più che la storia sull’immigrazione sia necessaria la storia della ricerca di identità che calzano perfettamente ad ogni abitante della Terra. Nel caso del mio paese e di noi argentini, l’essere passati ed essere sopravvissuti alla dittatura militare in Argentina, tra i sequestri, le torture e i desparecidos, la ricerca di identità è una tema importantissimo.

 

Avremmo voluto parlare di più con Maria Florencia Alvarez del cinema argentino, interessantissimo e premiatissimo in tutto il mondo nonostante una certa – cronica – mancanza di mezzi cui i registi e creativi del settore suppliscono con grandissima intelligenza. Non ci siamo riusciti: poco tempo, sempre di corsa, altri giornalisti in attesa. Perché il cinema è anche questo.

 

 

 

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