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Festival Internazionale del Film di Roma, faccio il morto

Festival Cinema Roma 2013dal nostro inviato Alessandro Paesano  twitter@ale_paesano

Twenty-One-Twelve the Day the World Didn’t End (Portogallo, 2013) di Marco Martins, su soggetto suo e di Michelangelo Pistoletto, presentato fuori concorso per CineMaxxi,  si lascia ispirare  a quella sciocchezza provinciale che lo scorso anno ha gingillato le menti superstiziose di tutto il pianeta: il 21 dicembre 2012 che, secondo il calendario Maya, sarebbe stato l’ultimo giorno del mondo. Il film nasce dall’idea di documentare questo ipotetico ultimo giorno del mondo seguendo la giornata, quella giornata, di 12 persone disseminate tra Europa e Asia. Alessandro Paesano 00

Danzatrici che seguono rituali che le conducono mezze nude a danzare nella neve,   prabakhar indiani (i portatori di pasti per chi lavora in ufficio…) che corrono tutto il giorno coi loro fagotti pieni di cibo, pastori lusitani alle prese con gli animali della fattoria, ragionamenti (alquanto pretestuosi)  che un letterato filosofo scrive pestando su una tastiera del pc usando solamente gli indici, professioniste nipponiche di software per tamagochi, coreografie fatte dalla responsabile di un orfanotrofio con i suoi bambini,  astrofisici di Harvard che sintetizzano in una equazione le conoscenze acquisite sull’universo negli ultimi 150 anni,   due musicisti inglesi, uno che contempla una sua istallazione d’arte, l’altro che  fa musica, il film presenta una varietà umana interessante dinanzi la quale non si rimane indifferenti raggiungendo lo scopo di registrare queste dodici giornate abdicando però al commento e al ragionamento dell’autore lasciando alle immagini, e solo a loro, la funzione informativa e narrativa e dunque, senza davvero documentare.

Festival Cinema Roma 2013 - 22 TwentyTwenty-One-Twelve the Day the World Didn’t End si attesta in questa convinzione contemporanea e, almeno per chi scrive, naif, che le immagini parlino da sé credendo nel loro potere taumaturgico e mitopoietico, sottraendosi al lavoro di scelta, montaggio e organizzazione, lasciando interi brani in tempo reale che di per sé non dicono nulla, se non sono organizzati in un discorso che possa dirsi tale ma lasciati alla loro pura datità.

Il narcisismo e l’autoreferenzialità ci sembrano la molla prima che spinge questi autori a usare il mezzo cinematografico. L’idea di stare componendo un’opera d’arte col secondario interesse a voler davvero comunicare con chi poi quel film va a vedere.

Festival Cinema Roma 2013Il dono della sintesi non è di casa qui (e infatti il film dura 137 minuti). Il silenzio in sala lascia intendere che non siamo gli unici  a pensarla così. Il tormentone dei filmini delle vacanze sembra insomma avere trovato un modo per approdare sul grande schermo.

Quod erat demostrandum (Romania, 2013) di Andrej Gruzsniczki, presentato in concorso,  ci propone una ricostruzione della Romania sotto regime comunista con un registro da film realista ma una vocazione da commedia. Il bianco e nero, l’attenta ricostruzione scenografica pretendono di fare un racconto storico oggettivo (almeno come può esserlo un film, senza avere pretese documentaristiche) ma i fatti che accadono sono quelli da commedia. Il film è pensato per l’estero e ci dà una versione edulcorata del regime comunista dove la massima umiliazione che i compagni e le compagne possono subire è l’ottusità di una burocrazia inamovibile con un effetto insopportabile di auto indulgenza che dipinge i funzionari di partito come degli imbecilli e la cittadinanza come innocente, riducendo la dittatura al controllo dei telefoni (cosa che allora, dati i recenti fatti, rende comunisti anche gli Stati Uniti) e poche altre restrizioni.

Quod erat demsotrandum gira a vuoto su due idee piccole piccole di sceneggiatura (un professore di matematica reo di avere pubblicato all’estero un articolo scientifico, visto che in patria non lo fanno pubblicare, desta i sospetti del ministero degli interni, che decide di tenerlo sotto sorveglianza) che non ce la fanno a reggere il respiro di un lungometraggio che indugia nell’invidia della cittadinanza rumena per i beni di consumo dando una semplificazione dello scacchiere politico nella tarda guerra fredda (il film è ambientato negli anni ottanta) offendendo la storia e l’intelligenza di un pubblico mediamente informato.
Non quello dell’auditorium, venuto generosamente a vedere il film, che applaude esageratamente.

È evidente che, da bravi cattolici, noi pubblico italiano plaudiamo ogni auto indulgenza, anche quelle altrui.Festival Cinema Roma 2013 - 20 Je fais le mort

Jean Paul Salomé conosciuto all’estero per i film Belphégor – Le fantôme du Louvre 2001 e Arsène Lupin, 2004 approda al Festival Internazionale del Film di Roma  con Je fais le mort (t.l. Faccio il morto) (Francia, 2013), presentato fuori concorso, che coniuga la commedia col polar, raccontandoci una storia che non si impone sicuramente per l’originalità della trama ma che è un omaggio al cinema e alla sua capacità di intrattenerci. Il film è incentrato sulla figura di Jean, un ex attore prodigio che oggi non vuole più nessuno, (mi sono montato la testa e ho rifiutato molti film importanti così… eccomi qui, confessa candidamente) che accetta di fare il morto nella ricostruzione di un triplice omicidio organizzata dalla polizia di Megève, una località sciistica. Il caso è già stato risolto, l’assassino individuato eppure Jean, che millanta esperienze investigatrici per i ruoli da investigatore che ha interpretato come attore, dubita della validità della ricostruzione cui dovrebbe fare il morto e rimanere in silenzio e invece parla, anche a sproposito. Affiancano Jean una giudice giovane e inesperta, che lo detesta arrivando a licenziarlo, la proprietaria anziana di un albergo un po’ scalcinato,  dove si nasconde il vero assassino, un giovane innamorato, che assieme ad alcune classiche situazioni da slapstick comedy (le torte in faccia del muto), a dei dialoghi brillanti, esilaranti, indovinatissimi compongono un film intelligente, godibile, leggero, giusto, che vola nonostante i 105 minuti di durata, e che non si prende maledettamente sul serio come alcuni altri insopportabili film in programma.

Il pubblico, grato, applaude in una sala gremitissima.

Festival Cinema Roma 2013 - 21 RangbhoomiSfavorito più che dall’orario tardo (le 22) dal fatto di essere l’ultimo film di una lunga giornata (il sesto) Ranghbhoomi (India, 2013) di Kamal Swaroop, presentato in concorso nella sezione CineMaxxi, ci ha un po’ deluso. Il docufilm vuole ricostruire la vita Dadasaheb Phalke, il primo regista cinematografico indiano, ritiratosi nella città sacra di Benares, dove aveva rinunciato al cinema e dove scrive un testo per il teatro Rangbhoomi, che è il punto di partenza e di approdo di un film che offre molteplici punti di vista e informazioni dinanzi le quali un pubblico non a conoscenza della cultura Indiana (a cominciare dalla ricchezza delle sue lingue) rimane un po’ smarrito e si aspetterebbe di essere meglio informato. Opera personalissima nel quale il regista mette in gioco la propria passione per il cinema di Phalke e la sua opera teatrale (durante il film ce ne legge diversi brani) Ranghbhoomi si fa sguardo sulla città di Benares oggi, sulla memoria storica irrimediabilmente persa (a vedere le condizioni in cui versano gli archivi dei giornali dell’epoca) e i resti di un teatro d’eccellenza oggi ridotto ad abitazione privata. Tra divagazioni sulla complessa mitologia della religione indu, la povertà estrema della città, ripresa con uno sguardo più fotografico che documentaristico, fotografie e brani (rari) dei film di Phalke, tra la competenza dei giovani di entrambi i sessi che aiutano il regista nel suo viaggio di ricerca e l’incontro con gli ultimi testimoni di un’epoca ormai irrimediabilmente persa, Ranghbhoomi costituisce uno stimolo continuo al quale avrebbe forse giovato qualche glossa in più, qualche apparato di sostegno che oltre a stimolare la curiosità desse anche qualche informazione. Lo sforzo produttivo del film lo avrebbe anche meritato.
Anche così rimane un film d’arte personalissimo e molto interessante che istilla curiosità e voglia di approfondire almeno qualcuno degli innumerevoli temi che affronta e propone e scusate se è poco.

L’ultima immagine con la quale vogliamo chiudere il resoconto di questa  quinta giornata di Festival non è tratta da un film ma dalla platea dove alla nostra destra, durante la proiezione di Ranghbhoomi, una giovane donna dai fluenti capelli corvini, rannicchiata sulla poltrona, l’accredito penzolante dal collo,   sopraffatta dalla stanchezza (nessuna persona è essente dai …cedimenti durante i festival) riposava serena.

Quando il film è finito la sua poltrona era vuota.

Il vostro gaio inviato cercherà quella chioma nera per tutti i rimanenti giorni del festival.

 

 

 

 

 

 

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