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Festival Internazionale del Film di Roma: i gioielli esistono, parola del vostro gaio inviato

Festival Cinema Roma 2013dal nostro inviato Alessandro Paesano  twitter@ale_paesano

Trudno byt’ bogom  (Трудно быть богом, t.l È difficile essere un dio) è un romanzo di fantascienza dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij pubblicato nel 1964 (in Italia nel numero n. 1109 di Urania) nel quale si racconta della città di Arkanar di un altro pianeta abitato da umanoidi il cui stadio di sviluppo corrisponde al nostro medioevo. Dalla pianeta Terra, dove intanto il comunismo sì è compiutamente realizzato, viene inviato un gruppo di osservatori con il compito di studiare da vicino la città di Arkanar e i suoi abitanti. Il romanzo racconta le esperienze di uno dei tre scienziati che va a salvare un altro scienziato osservatore arrestato con l’accusa di tradimento e che rischia di morire. Dal romanzo nel 1989 è stato tratto un film.Alessandro Paesano 00

I due autori che inizialmente parteciparono al progetto  volevano che il film fosse diretto dal Aleksej German ma al suo posto la produzione chiamò il tedesco Peter Fleischmann e i due scrittori si ritirarono dal progetto.
German non desisté e nel 2005 riesce a iniziare le riprese del film che si protraggono per anni. Muore lo scorso febbraio senza completare il film (in fase avanzata di postproduzione) che viene portato a termine da Svetlana Karmalita e dal figlio Alexey German jr.

Il tema su cui è incentrato  il romanzo (come anche altri dei due fratelli) è l’acquiescenza della popolazione di Arkanar a voler rimanere nel loro medioevo senza evolversi nella società pacifista in cui si è evoluta la Terra. Il dio del titolo si riferisce al dilemma dello scienziato terrestre che per modificare la situazione di Arkanar potrebbe fare ricorso alla tecnologia terrestre col rischio di fare ricorso alla violenza… In ogni caso lo scienziato scelga di comportarsi ingerirà sulla città di Arkanar come un dio, ma che tipo di dio?

Nel film che abbiamo visto stamane non abbiamo riconosciuto nessuno di questi elementi della trama.  Abbiamo assistito a un fantastico scenario medioevale, girato in bianco e nero, dove il fango si confonde con le deiezioni, umane e animali, che vengono apprezzate, gustate e sparse sul viso dai personaggi, una coprofilia fine a se stessa rinforzata dalla passione per i peti e il muco da parte degli abitanti della città, tutti deformati in un ghigno disumano, di una povertà derelitta priva di ragione, incapaci di decifrare l’impianto citazionale che sicuramente sottace alla scenografia davvero notevole, che spazia da Bruegel il vecchio al Don Chisciotte, da Bosch a certe atmosfere à la Herzog.

Festival Cinema Roma 2013 - 24 Hard to be...Dopo 75 minuti di fango e merda (sui 170 complessivi) essendo consci di non stare capendo non solo l’impianto citazionale del film ma proprio il film che uno spettatore russo davanti a noi (o che comunque capiva la lingua originale del film) era in grado di apprezzare, ridendo ad alcune delle battute non tradotte nemmeno dai sottotitoli (il film è verbosissimo e spesso i personaggi si sovrappongono) abbiamo preferito lasciare la sala e rinunciare al film, e alla recensione.

Lasciata la merda di Trudno byt’ bogom  è stata la volta di Nepal ForeverFestival Cinema Roma 2013 -25 Nepal Forever (Russia, 2013) di Aliona Polunina, presentato in concorso nella sezione CineMaxxi,  che cerca di coniugare le istanze documentarie con la commedia. Lo spunto è un viaggio in Nepal di due politici comunisti russi, membri del consiglio comunale di San Pietroburgo, per cercare di riconciliare due opposte fazioni comuniste di quel paese, una al potere, l’altra all’opposizione.

Tra citazioni delle canzoni di propaganda stalinista al culto di Lenin il film parte benissimo nel descrivere con ironia sottile la pervicacia di chi crede ancora nella politica comunista internazionale, tra retorica del comunicato stampa, le strategie comunicative televisive, i consigli sulle letture da fare per essere comunisti più credibili, i numeri millantati di iscritti al partito comunista nepalese, i rapporti col il segretario di quel partito, le condizioni di vita in Nepal,  purtroppo il film si perde in un racconto ripetitivo che raggiungere la non giustificata durata di 90 minuti quando i 60 sarebbero stai più che sufficienti.

Che il comunismo sia morto lo si era capito anche senza che questo film ce lo ricordasse.

D’altronde la situazione politica interna della Russia  richiede forse ben altro che due risate a denti stretti per ragionare sul presente di quel Paese.

Festival Cinema Roma 2013 - 23 Dal ProfondoIl documentario in concorso nella sezione Prospettive Doc Italia, Dal profondo (Italia, 2013) di Valentina Zucco Pedicini ci ha regalato una delle più belle sorprese di questo festival avaro.

Incuriositi dal fatto che il documentario  parlasse del’unica minatrice italiana, ci aspettavamo un film di militanza che spiegasse e sottolineasse la presenza della donna in miniera. Un errore di prospettiva, il nostro, che il documentario ha corretto da subito quando ha ritratto la minatrice non come una eccezione da spiegare ma come una normalità da mostrare per quello che è: una minatrice e una donna che si chiama Patrizia. Festival Cinema di Roma 2013
Zucco Pedicini è riuscita a trovare un proprio modo di riprendere la miniera tenendo conto dei lavori precedenti, sia i film di fiction che i documentari, fatti su chi lavora sottoterra, in generale e nello specifico del cagliaritano, la Carbosulcis di Iglesias, dove si trova l’unica miniera di carbone ancora attiva in Italia trovando uno stile autonomo in equilibrio perfetto tra eleganza dell’inquadratura videocamera che pedina i minatori, e la minatrice, ma che sa anche entrare in contatto con loro. Privo di voice over tranne alcuni ricordi e commenti di Patrizia, rari, misurati che non diventano mai maniera,  ma non privo di dialoghi, ce ne sono sia di lavorativi quando i minatori comunicano tramite le radio parlando di lavoro o quando fanno dei commenti personali, Dal profondo è costruito su uno sguardo curioso ma mai superficiale, preciso nel cogliere dettagli comuni per chi in miniera ci lavora e non per chi vi entra per la prima volta (noi pubblico perché Zucco Pedicini ci è rimasta due mesi) dove il racconto non è mai la ripresa di per sé (come in tanti lavori dove la ripresa diventa autoreferenziale e l’argomento da trattare una scusa per parlare di sé) ma il sostegno a un incontro  umano con chi in miniera ci lavora e ci trascorre gran parte della propria giornata.

Girato con una fotografia d’eccezione (mai come in questo caso l’HD è impiegato come strumento necessario) il documentario ci porta da fuori, dal cielo e dalla luce del sole alle viscere della miniera, con delle inquadrature geometriche, che esaltano la macchina, il manufatto umano. Poi il punto di accesso dell’ascensore che scende per 500 metri nel sottosuolo si allontana inesorabilmente in una soggettiva che vede la luce che trapela dalla superficie rimpicciolirsi sempre più e la videocamera ci mostra l’ambiente in cui questi uomini e questa donna vivono, lavorano, esistono.

Zucco Pedicini ci ha messo due anni per girare questo documentario.

Un tempo che può sembrare incredibilmente lungo per la frenesia consumistica del nostro vivere ma che invece sono necessari per poter cogliere le vite e le personalità di queste persone nella loro dimensione umana. Zucco Pedicini non viola mai la sfera del privato di queste persone, il suo occhio non è voyeuristico, non ruba, non invade ma si relaziona con i minatori e la minatrice che si abituano ala presenza della videocamera e di chi vi lavora dietro interelazionandosi con quello strumento e con chi ha vissuto lì con loro per quasi due mesi.

Festival Cinema Roma 2013 - 23 Dal ProfondoDal profondo insegna con tanta umiltà che le possibilità tecniche di ripresa facilitate dalle nuove strumentazioni molto più versatili del 35 mm non giustificano il saccheggio visivo di tanti documentari prodotti di recente che propongono dei lacerti di realtà coi quali imbandiscono per il pubblico un banchetto indigesto di immagini rubate, spiate, prese ma non intraprese, non condivise, documentari che trattano le persone riprese come una natura morta della quale possono disporre a loro piacimento e non persone in carne ed ossa.

La familiarità che la regista è riuscita a instaurare con i minatori e la minatrice senza oltrepassare mai la soglia prossemica della sfera privata le permette di cogliere dei momenti di intimità che non sono carpiti ma concessi. Uno scherzo infantile fatto dai minatori più anziani a uno più giovane (pizzicargli le guance) uno scambio di ricordi tra Patrizia e suo nipote su un minatore che non c’è più il padre per Patrizia e il nonno per il ragazzo, una telefonata fatta da Patrizia a qualcuno che non sappiamo e non sapremo chi è, sono elementi proposti al pubblico non nonostante la presenza della videocamera come lo stile documentaristico contemporaneo crede di dover fare per garantire verità al girato (proprio come una volta la presenza in campo della cinepresa garantiva la verità e naturalmente se la cinepresa era in campo non era lei a riprendere…) ma grazie alla presenza non del mezzo tecnico ma a quella umana della regista che usa la videocamera è andata a fare un film con quelle persone e non su quelle persone.

Per sottoleinare il lavoro di gruppo Zucco Pedicini ritrae i minatori in posa come dovessero scattare una foto i gruppo mentre la videocamera zooma lentamente su di loro. La sicurezza e la dignità con cui questi lavoratori sostengono lo sguardo della videocamera misura la capacità che Zucco Pedicini ha avuto di instaurare con loro un rapporto umano facendo di questi minatori anche dei bravi attori, capaci di essere loro stessi senza alcun cliché, senza alcuna semplificazione, restituendo l’umanità con uno sguardo che ritorna e investe la regista e dunque anche il pubblico.

La verità la garantiscono le persone e i rapporti che queste riescono a intessere non uno strumento di registrazione.

Questo approccio umano e, direi, intellettualmente onesto, permette alla regista di concedersi un nitore formale che può permettersi una estetizzazione dell’inquadratura (alcune delle quali sono delle splendide fotografie) senza svilire ciò che riprende perché l’estetizzazione non è mai fine a sé stessa ma funzionale a un discorso sul lavoro nella miniera sulle specifiche problematiche lavorative (la miniera è in procinto di chiudere da praticamente vent’anni) registrando anche lo sciopero e la protesta che chi vi lavora senza trasformarsi in un reportage o diventare un documentario strettamente politico calibrando aspetti sindacali con quelli personali, il rapporto lavorativo tra minatori (quelli in dirittura d’arrivo alla pensione che sono meno preoccupati dei giovani di una eventuale chiusura della miniera) con il dato biografico che non è mai curiosità per il privato ma restituisce uno spaccato sociologico d’incredibile efficacia. Guadagnare nel 1981 un milione e ducentomila lire ed essere dunque autonomi, non dover dipendere più dalle famiglie, spiega meglio di qualunque teso sociologico i motivi che portano delle persone a scegliere un lavoro così duro, così rischioso per la propria salute, considerazioni colte in un dialogo proposto al pubblico per farlo riflettere.

Proprio come per le amicizie fare un documentario con delle persone richiede tempo, il tempo di conoscersi, riconoscersi e accettarsi. Se si bruciano queste tappe si ottengono dei lavori finti, pretestuosi, invadenti, rapaci come purtroppo abbiamo visto anche in questo Festival.Festival Cinema di Roma 2013 Logo

Dalla visione di Dal profondo si esce cresciuti perché ci fa conoscere delle persone e non delle figure professionali, perché ci ha fatto vedere e sentire e respirare qual è la vita di chi lavora nel sottosuolo con intelligenza, sensibilità, uno splendido occhio documentaristico e anche una certa umiltà che è una dote ormai rara.

Non perdete questo gioiello. Parola del vostro gaio inviato.

 

 

 

 

©alessandro paesano 2013
tutti i diritti riservati
©gaiaitalia.com 2013
per gentile concessione
riproduzione vietata

 

 

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