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Macbeth non abita qui, deludente l’allestimento di Blanchi al teatro l’Orologio di Roma

Macbeth Orologiodi Alessandro Paesano

Il Macbeth, scritto da Shakespeare nel pieno del suo periodo tragico, si rifà nella sua struttura formale al dramma storico ma è pienamente un racconto tragico capace di individuare negli accadimenti ispirati a personaggi davvero esistiti una portata universale squisitamente umana. Una umanità responsabile delle sue azioni: la parabola ascendente e discendente del tiranno Macbeth non è più dovuta a un intervento provvidenziale ma a una nuova consapevolezza della funzione del principe stesso spogliato della sua sacralità e indagato nella sua natura di uomo[1].

Un dramma tra quelli con più personaggi (40) strutturato in maniera che un organico di 7-8 attori possa agevolmente interpretarli tutti impegnando ogni attore in cinque o sei ruoli diversi.

Marco Blanchi, che firma regia e adattamento, pensa bene di giocare su questa caratteristica della tragedia e moltiplica gli interpreti mostrando in scena, anche contemporaneamente, diversi Macbeth e diverse Lady Macbeth che si dividono anche parti diverse dello stessa battuta.  Una idea elegante purtroppo non sostenuta dalla regia visto che questa moltiplicazione e dislocamento dei personaggi non è orchestrata in modo alcuno ma tradisce subito l’esigenza di spezzare la parte e redistribuirla tra più persone per alleggerire il peso interpretativo e per dare a ogni attore e ogni attrice più o meno la stessa importanza scenica.

L’organico con cui Blanchi va in scena è infatti costituito per la maggior parte da allievi e da allieve della scuola di recitazione Teatro Azione dove insegna interpretazione.

Dispiace che l’intuizione indovinata di moltiplicare i personaggi non sia stata orchestrata in una riscrittura drammaturgica che ne facesse uno degli elementi davvero distintivi proponendo senza pensare a farne un mezzo tramite il quale costruire un discorso drammaturgico e scenico col e nel testo.

Così l’idea registica di giustificare e sviluppare questa moltiplicazione dei personaggi dal magma primordiale delle streghe che aprono il dramma dal quale emergono e al quale ritornano tutti i personaggi oltre ad appiattire ogni climax drammatico svilisce il portato della tragedia suggerendo che le azioni di Macbeth e Lady Macbeth siano controllate da queste presenze soprannaturali e non dipendano invece dalla loro volontà come invece mostra Shakespeare nella tragedia.

La resa registica della ferinità delle tre streghe (un grigno affettato della voce a metà tra il Gollum de Il signore degli anelli e quello della strega del Mago di OZ) pare mutuata più da un immaginario collettivo cinematografico che teatrale, mentre i riferimenti musicali che sostengono la messinscena tradiscono un disinvolto sincretismo televisivo caratterizzato da una eterogeneità storica che fa inorridire: cosa c’entrano le marce dei granatieri del 1700 tratte da Barry Lyndon di Kubrick o le musiche irlandesi suonate a fine spettacolo con il Macbeth, Re di Scozia tra 1040 e il 1057, o i riferimenti della Tragedia all’accesso al trono di Giacomo I nel 1603?

Anche gli inserti video che dovrebbero enfatizzare alcuni momenti topici della tragedia (Lady Macbeth che cerca di pulirsi le mani macchiate da un sangue simbolico, mentre in video del colore rosso cola su una parete bianca…; il bosco di Birnan che avanza verso Dunsinane e in video delle stilizzate frasche in pixel avanzano verso il pubblico) contribuendo al generale sentore di totale confusione e non solamente storica, con la quale la tragedia è allestita, cui niente può la captatio benevolentiae giustapposta a inizio  e fine tragedia, quando tutti gli attori e le attrici si raccomandano al pubblico (elemento spurio mutuato dal finale di Sogno di una notte di mezza estate).

Sul lavoro delle attrici e degli attori non vogliamo entrare nel merito per rispetto del loro status di allieve e di allievi di una scuola di recitazione.
Ci limitiamo a richiamare le responsabilità del regista che, una volta messi sulla scena i suoi allievi e le sue allieve, non si cura minimamente del loro stare sul palco, abbandonandoli a se stessi e a se stesse, in un involontario gioco al massacro dal quale, nonostante i tanti, tantissimi errori, escono tutti e tutte a testa alta. Il Macbeth, però, è un’altra cosa.

 

 

Un ringraziamento a Francesco Caruso Litrico per averci accolto con la consueta, straordinaria gentilezza.



[1] Giorgio Mechiori Introduzione al testo, in Teatro completo di William Shakespeare, tomo IV, p. 846  Meridiani Mondadori, Milano 2005

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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