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Arte a Forlì, appuntamento a San Domenico fino al 15 giugno

Musei di S. Domenico di Forlìdi Emilio Campanella

Puntuali, da nove anni a questa parte i Musei di S. Domenico di Forlì, in concomitanza con i Giorni della Merla, e questa volta, meteorologicamente è andata meglio, hanno inaugurato la loro mostra dell’anno: LIBERTY Uno stile per l’Italia moderna che si potrà visitare sino al 15 Giugno prossimo.

L’avventura si era iniziata con PALMEZZANO quindi, partendo con un percorso culturale legato al proprio territorio. Proprio in quel periodo, altre città piccole avevano deciso di giocare la carta espositiva tentando la medesima strada poi abbandonata e comunque non suffragata dalla serietà scientifica che contraddistingue coerentemente le mostre forlivesi. Certo è che i Musei di S.Domenico costituiscono nella struttura un luogo e degli spazi ideali per esporre opere anche di grandi dimensioni, e stimolano gli allestitori nell’avventura di reinventare ed “arredare” (ed in questo caso talvolta è molto vero), le grandi sale del primo piano.

Il piano terra costituisce anche in questo caso, la parte introduttiva, didattica, ma mai didascalica. Mostra di grande complessità, dall’ampio respiro, dalle scelte ardite e di grande gusto, fa una ricognizione a trecentosessanta gradi su ciò che ha rappresentato per un paese che arrancava per mantenere il passo con la modernità (come sempre!) lo stile Liberty attraverso opere italiane.

La società della Belle Epoque (dal 1890 alla Grande Guerra ) sentiva la frenesia del nuovo che premeva dalle frontiere degli altri stati europei: Art Nouveau, Modern Style, Jugendstil… Ogni paese ha sviluppato un suo modo per interpretare lo Stile Floreale. Tutto questo  è fiorito, è proprio il caso di dirlo, in ogni ambito culturale, dalla letteratura, alle arti figurative tutte, il teatro, il cinema, la musica finanche, l’architettura e le arti applicate grazie alle quali più o meno chiunque poteva portarsi a casa con modica spesa un pezzo di modernità di respiro internazionale: una lampada, una fioriera, un tavolino… Un arredamento intero, facendo a pezzi mobili antichi per far spazio ai poderosi tronchi d’albero, volute ardite, mazzi di fiori che avviluppavano le nuove credenze, i buffet con controbuffet, i divani, i paraventi per dive casalinghe ad imitazione di quelle di celluloide, o di quelle altre,  del Grand Monde ritratte da Boldini, per esempio.

Certo, qualche decennio dopo, quegli stessi mobili, quegli stessi oggetti avrebbero seguito il medesimo triste destino, salvo essere riesumati e salvati da brocanteurs, rigattieri, antiquari per la gioia degli appassionati degli anni ’70 del Novecento. Una lunga passeggiata in atmosfere d’antan, un corridoio di storici, notissimi manifesti, libri, incisioni , presenze patriarcali come quelle di VER SACRUM, la Secessione viennese e Klimt legato allo splendore degli ori bizantini, quegli stessi che colpirono  Vittorio Zecchin presente anche con un’interessantissima EVA del 1915 dalla Collezione Vittorio, la cui linea ed il cui movimento ricordano molto da vicino certi marmi policromi pompeiani dEl Museo Nazionale di Napoli ; ed a modo suo Galileo Chini, presente con molte opere di ceramica, e con la grandissima LA PRIMAVERA CLASSICA opera polimaterica del 1914 da Montecatini. Ancora una volta il percorso introdotto dalla PRINCIPESSA SABRA di Edward Burne Jones del 1865 da Parigi- uno dei padri nobili della mostra- fa continuo riferimento agli avvenimenti espositivi e dalle celebrazioni del giovane stato italiano.  Torino 1902, Milano 1906 (apertura del Sempione) Le Biennali, dal 1895.

Faccio notare che ognuna delle sezioni è aperta da un’opera creata per l’esposizione storica cui si fa riferimento. Concluderei qui, lasciando alla sorpresa della visita in una mostra in cui è anche  piacevole, molto piacevole perdersi in un mondo ormai lontamo da noi, ma non lontanissimo, in mezzo ad oggetti che possiamo facilmente riconoscere come visti in casa dei nonni, per lo meno nello stile….ribadendo l’altissima qualità dei pezzi in ceramica, da Faenza,per la maggior parte mai esposti. i nomi sono tanti:un po’ a caso, Baccarini, Cambellotti, Bugatti, Casorati, Wildt; i disegni monumentali di Sartorio, i nomi che si ritrovano fra una corrente e l’altra: Segantini, Previati, Nomellini, passati come altri dal divisionismo al simbolismo.In conclusione il trittico L’ENIGMA UMANO( IL DOLORE, IL SILENZIO, IL PIACERE) di Giorgio Kienerk del 1900, da Pavia, il cui quadro centrale, una bellissima donna bruna, le mani premute fortemente sulla bocca, lo sguardo alla sua destra, “fuori campo” risulta di una modernità sorprendente ed è stata meritatamente scelta come simbolo della manifestazione.

La mostra odierna completa un ideale Trittico partito con ADOLFO WILDT, NOVECENTO….i curatori ed il Professor Paolucci non hanno escluso il progetto ancora in fieri sull’architettura della prima parte del Ventesimo Secolo. Al solito il catalogo edito da Silvana Arte, in collaborazione con la Cassa dei Risparmi, è di altissimo livello.

Siccome uscendo si può essere giustamente affamati e può essere un giorno di chiusure totali, consiglio la PIADINERIA DELIZIE ROMAGNOLE, ad un passo, in via Bufalini 35.

 

 

 

 

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