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Segreta luce: un’ombra obliqua sulla vita di Marie Curie

Marie Curiedi Alessandro Paesano

Segretaluce, scritto e diretto da Riccardo Diana, si presenta, sulla carta e nelle parole del suo stesso autore, come una storia al femminile che nasce dall’esigenza di sottolineare la straordinarietà di una vicenda che vede protagonista una donna, nei primi anni del novecento, in un mondo, quello scientifico, dominato dal pensiero maschile; che porterà da li a poco ad un vero e proprio movimento per la liberazione della condizione subalterna della donna rispetto al pensiero dominante.

Una premessa encomiabile e condivisibile che però, paradossalmente, trova nel testo stesso il suo più acerrimo nemico.

La vita di Marie Curie viene raccontata e sviluppata secondo le coordinate narrative di una donna che è geniale non già in quanto scienziata ma in quanto donna, in quanto, cioè, persona che normalmente, in quanto donna, quelle eccellenze non le raggiunge.
Il testo invece di soffermarsi sulla preparazione scientifica della scienziata Curie, si sofferma sulle sue caratteristiche empatiche di tutrice, di stacanovista del lavoro, mentre la regia intrattiene il pubblico, insinuandosi nel testo con una serie di siparietti danzati, mimati, cantati, scherzosi, dai quali emerge più un femminino da cafè chantant che il clima culturale di una scienziata che vincerà il Nobel per ben due volte.

Marie Curie viene descritta come persona che ha paura delle ranocchie, schiva e che si sottrae alla mondanità più per un naturale riserbo femminile che per le caratteristiche personali di quella determinata persona di sesso femminile.
Gli esperimenti scientifici di Curie vengono descritti a più riprese, direttamente al pubblico, con  fare didattico, più per il gusto esotico della strumentazione scientifica ottocentesca che per l’interesse del lavoro scientifico vero e proprio, sottolineando più la cura e la pazienza della manualità di Curie nel manipolare strumenti  che il rigore teorico del suo lavoro.
Nonostante questi inserti didattici lo spettacolo è scandito dalle tappe della vita personale e privata della donna Curie: la morte improvvisa del marito, i rapporti con la sorella prima e con la figlia dopo, mentre alcuni elementi biografici che ci permetterebbero di capire meglio il carattere della donna vengo trattati con la solita asimmetria di genere: Marie viene descritta come una madre snaturata perché dopo la morte accidentale del marito va  a Londra a trovare una  amica invece di rimanere accanto alle figlie, mentre le sue assistenti commentano malamente il suo flirt con un uomo più giovane di lei che ha moglie e figli, dove Marie appare come sfascia famiglie e l’uomo più che corresponsabile una vittima.
Queste considerazioni scaturiscono da uno spirito critico del maschilismo dell’epoca, che cerca di mettere alla berlina una certa mentalità ancora terribilmente attuale (basti pensare a questa o quella parlamentare che si è recata in aula portando con sé la prole in fasce, subito descritta sui giornali come donna poco materna e snaturata) ma come considerazioni che una certa validità ce l’hanno la cui deroga scaturisce più dall’eccezionalità della personaggio piuttosto che da un diritto di tutte all’autoemancipazione.

La scenografia, molto suggestiva, è incentrata sul laboratorio dei coniugi Curie sulla quale è calato un velatino che dà efficacemente un’aria da patina polverosa, da vecchia fotografia rigata, e viene usato anche per videoproiettare alcune immagini della vera Curie o alcuni filmati d’epoca che però non vanno mai la di là della funzione esornativa e non entrano mai davvero nella drammaturgia che si attarda in balletti, pantomime come quella, insistita fino all’inverosimile, che vede Curie  e la figlia – o  è l’assistente? – fare un pic-nic giocando con un origami come potrebbe fare una bambina di cinque anni.

Se l’intenzione dell’autore era quello di allestire uno spettacolo che voleva indicare Marie  Curie questa sconosciuta il risultato ottenuto è piuttosto le donne nella scienza questo connubio sconosciuto.

Eppure, escludendo le pantomime, gli sbandieramenti (quando si racconta la prima guerra mondiale), i balletti che non si capisce cosa abbiano a che fare con la vincitrice di due Nobel, uno per la fisica  e l’altro per la chimica,  Segretaluce esercita un certo fascino, come lo si ha per qualcosa di lontano, di curioso, che ci invoglia non già a riconoscerlo, ma, almeno, a conoscerlo.

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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