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#Visti per voi, “Il Quarto elemento”, o di come sostituire con il teatro il lettino dello psicanalista

Il Quarto Elementodi E.T.  twitter@iiiiiTiiiii

A Roma, a Testaccio, c’è un gradevolissimo spazio teatrale chiamato Teatro Antigone, dove due deliziose signore ti ricevono all’ingresso con un sorriso, scherzano con te e ti fanno sentire a tuo agio.

All’ingresso, su una mensola, un cestino di ottime caramelle alla frutta. Lo spazio è delizioso ed arredato con gusto.

In questo spazio diretto ed amministrato da Bianca Silverio e Silvia Maccari, abbiamo assistito il 26 aprile scorso allo spettacolo “Il Quarto Elemento”, devastante imitazione di uno psicodramma infantile dove i protagonisti sono uomini gay ed una fag-hag (letteralmente “strega da finocchi”, per chi non ha dimestichezza con l’inglese).

Lo spettacolo -la cui storia non vi raccontiamo per a) non togliervi la sorpresa qualora decidiate di investire un po’ del vostro tempo per assistere ad una delle repliche; b) è così facilmente intuibile dalla prima battuta che è meglio non perdere tempo –  è scritto [sic] da Andrés Suriano, anche attore principale, ché ci vuole umiltà, e non racconta nulla. In compenso pretende di scavare nello sconosciuto mondo della coppia aperta gay (del quale l’autore dimostra di non conoscere nulla) e del sesso facile via chat line (del quale si parla come ne parlerebbe una governante sessantenne cresciuta dalle orsoline, zitella e ancora vergine).

E proprio dalla chat line cominciamo a parlare dello spettacolo, della sua drammaturgia inesistente e della sua altrettanto inesistente regia: per ben tre volte gli attori chattano e parlano di chat line, di incontri e persone (e nell’economia della storia dovrebbero essere, o almeno apparire, reali) di fronte ad un computer spento! (sulla cui tastiera digitano furiosamente) il cui schermo nero è visibile da qualsiasi spettatore.

Basterebbe questo per sbellicarsi dalle risate ed abbandonare la sala, ma la buona educazione che manca agli spettatori-amici che commentano a voce alta lo spettacolo, a noi non manca, e ce ne stiamo seduti zitti e buoni.

Pannelli si spostano per tutta la durata (90′, perché io valgo) dello spettacolo dal centro alla sinistra del palcoscenico, dalla sinistra del palcoscenico al centro: gli attori entrano ed escono freneticamente di scena, in modo così confuso che anche il regista non ci capisce più niente e fa uscire uno di loro da dove presumibilmente (ci viene raccontato a più riprese) dovrebbe esserci una doccia.

La regia (c’era un regista in questo spettacolo? se sì cosa ha fatto?) lascia gli attori a loro stessi, non è capace di correggere un “s” sorda che dovrebbe essere sonora (si chiamano intervocaliche, c’è una tecnica per apprendere dove stanno e come si pronunciano, si chiama dizione, pochi euro o anche gratis, scelgano lorsignori, ci sacrifichiamo per la cultura), non riesce a dare un senso vocale organico nemmeno all’ottima idea di far recitare insieme a due dei protagonisti alcune battute in un momento che avrebbe potuto essere intenso.

Gli attori: Andrés Suriano, la cui perizia attoriale non va al di lá di mani che si agitano freneticamente, occhi spalancati e corpo che non ha idea di dove sia il suo centro. Jano Di Gennaro che si spoglia in scena e rende credibile un ipotetico nudo artistico di Silvana Pampanini; Manuel Berardicurti, bell’attore: se fosse stato diretto decentemente avrebbe prodotto sfracelli, e non è detto che non sia riuscito nell’intento; Marco Martino, grande talento attoriale, utilizzato su un solo registro. Infine Ilaria Giambin, bravissima e Riccardo Cascadan che nel suo perfetto controllo di sé trova la carta vincente.

Il testo, sul quale ci sarebbe molto da dire, oltre a ricordare assai da lontano alcune atmosfere di Bret Easton Ellis e del suo primo romanzo Meno di Zero, è intriso di una feroce omofobia della quale evidentemente l’autore [sic] non si rende conto – il gioiello della chat-line dove “si adescano” uomini è indimenticabile – e sembra essere scritto per liberarsi del peso opprimente di un’esperienza negativa e frustrante che viene completamente riversata sulla scena di fronte ad un pubblico di amici paganti. Tutto molto anni ’80.

Il risultato finale è un teatro che sostituisce il lettino dello psicanalista, scatena endorfine all’ttore-autore al momento dell’applauso e, forse, costa anche meno. E le endorfine rendono felici. Forse Andrés Suriano lo sa.

Direte voi che anche Raymond Carver scriveva per liberarsi delle sue angoscie. Difficile darvi torto. Ma almeno Carver sapeva scrivere.

Un’ultima cosa, nonostante l’autore ed attore principale de “Il Quarto elemento” sembri ignorarlo, preso com’è dalla sua furia distruttrice, la coppia aperta – etero e gay – basa il suo essere aperta proprio sulla fiducia, sul supporto, sulla condivisione, sulla certezza di potersi fidare completamente del partner.

Tutto il resto è astio.

 

 

 

 

 

 

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