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Lettera aperta alla Giuria del Roma Fringe Festival

Alessandro Paesano 01di Alessandro Paesano

Vi ho sentito dire che uno spettacolo non vi è piaciuto perché il testo guidava troppo il pubblico e non lo lasciava libero di viaggiare con la fantasia perché il bello del teatro è che ognuno ci vede un po’ quel che vuole altrimenti non ci si diverte.

Vi ho visto scherzare come adolescenti sul fatto che vi eravate messi in prima fila per guardare meglio due attrici, già in scena prima dell’inizio dello spettacolo, un poco svestite, loro nemmeno trentenni e voi tutti abbondantemente sopra…

Vi ho sentite dire che il femminismo ha fatto danni come il maschilismo, e che vi siete rotte il cazzo di sentirvi chiamare donne perché voi siete persone, confondendo ed equiparando cose talmente diverse che ho dubitato abbiate mai conseguito la licenza liceale.

Vi ho sentite dire che avete odiato uno spettacolo perché odiate la scrittrice dalla quale è stato tratto, anche se il romanzo non lo avete mai finito di leggere perché non vi è piaciuto.

Vi ho visto preferire uno spettacolo non per la sua globalità ma solamente perché si distingueva timidamente nella recitazione, voi che siete attori, a discapito della drammaturgia o della regia che, vi ho sentito dire, non sono gli aspetti più importanti.

Ho dovuto imparare a confrontarmi con degli ego giganteschi mentre esprimevate un giudizio critico su uno spettacolo dove l’importante non è l’analisi che proponevate ma l’occasione che quello spettacolo rappresenta per parlare di voi, dove il vostro giudizio di pancia è un mezzo per dire io sono quella a cui quello spettacolo non piace, sparando a zero su autori e autrici, generi, movimenti non per una vostra visione e(ste)tica del teatro ma solo per distinguervi.

E’ successo ogni settimana quando non avete mai fatto arrivare in finale spettacoli né belli né brutti, nei quali era richiesto però l’uso del cervello per capire, riflettere e pensare.

A Lamagara che mostra i legami tra il maschilismo feroce del 1700 e quello contemporaneo avete preferito A.V.E. dove il personaggio di un’avvocata che rappresenta dio, all’improvviso si spoglia rimanendo in guepiére.

Questo voto mi ha fatto tremare i polsi e mi ha indotto a scrivervi questa lettera aperta.

Care giurate e cari giurati, colleghe e colleghi del Roma Fringe Festival 2014, dalle scelte che avete fatto, dagli spettacoli che non avete fatto arrivare in finale, sembra proprio che per voi il teatro sia un cabaret televisivo senza schermo, costruito sui luoghi comuni più triti o sulla fica.

Cunnus et circenses.

Forse per via del clima estivo o di Villa Mercede, del garrulo e chiassoso vociare del pubblico che ha visitato anche quest’anno numerosissimo ogni serata del Fringe, il vostro esercizio della funzione di giuria, insindacabile nella concretezza di ogni singolo e individuale giudizio, si è attestato su un livello culturale che in generale avrebbe fatto contento Goebbels, preferendo trastullarvi con un paio di chiappe, rigorosamente femminili, o con dei racconti nei quali un uomo fa sesso con una mula…

E di questo vi chiedo donde.

Ve lo chiedo, badate bene, non perché a me son piaciuti spettacoli diversi da quelli che sono piaciuti a voi, ma perché delle vostre scelte non capisco la ratio, non comprendo l’idea di teatro che ne consegue, non rilevo la funzione critica nel vostro agire da giurati e giurate.

Fare il giurato al Fringe, ruolo del quale sono onorato, è per me un’occasione per un percorso di crescita, umana e culturale, personale e professionale che significa conoscere nuovi autori e nuove autrici, nuovi attori e nuove attrici, in uno scambio di crescita e reciproca messa in discussione.

Non si riduce mai invece al segno tangibile di essere arrivati e arrivate come mi avete fatto intendere già dal vostro mero linguaggio del corpo quando vi salutavate tra colleghi e colleghe ignorando chi saliva sul palco – a meno che non fosse una vostra conoscenza o una bella ragazza semivestita – mentre guardavamo insieme uno dei 72 spettacoli in concorso.

Sarà che per me il teatro oggi ha, ancora oggi, la funzione che aveva, mutatis mutandis, il teatro d’Atene nel 400 p.e.v. e mi avvilisce vedervi preferire spettacoli che confermano le vostre certezze sul mondo invece di lasciarvi incuriosire dagli spettacoli che vi regalano un dubbio, che attirano l’attenzione con qualcosa che non conoscete invogliandovi a informarvi e studiare qualcosa di nuovo.

Sarà che per me un dubbio è un regalo più prezioso di qualunque delle vostre certezze di cartone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14 giugno 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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