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Babilonia Teatri e Teatro Sotterraneo a Short Theatre

untitleduiygiuygdi Alessandro Paesano twitter@ale_paesano

La mise en espace di Trois ruptures (t.l. Tre rotture come in rottura di un matrimonio, cioè la sua fine, la sua interruzione) di Rémi De Vos presentata ieri da Babilonia Teatri a Short Theatre 9 che, nella traduzione emendatrice di Anna d’Elia diventa Trilogia della separazione, entra pesantemente nel testo, non solo nella sua rappresentazione ma anche tramite dei tagli, gingillandosi con alcune sue ambiguità di fondo senza portarle in luce ma lasciandole sotterrane allusioni di fondo. Il testo originale racconta di tre coppie uomo donna in procinto di lasciarsi. Un concerto per coppia ognuno dei quali è caratterizzato da un tempo musicale.
Nella prima pièce La sua cagna lei lascia lui dopo avergli imbandito un pranzo coi fiocchi perché non sopporta il cane femmina di lui. In francese, come in italiano, cagna, oltre che femmina di cane, è usato come aggettivo dalla valenza negativa e nel testo questa bivalenza della parola aleggia per tutto il tempo. Lui per vendicarsi la costringe a mangiare del cibo per cani le fa dire di avere mangiato bene poi le dice “ti lascio”. Nella seconda pièce (pompiere) lui la mette al corrente della sua relazione con Steve, che fa il pompiere, per il quale non la vuole lasciare, anzi vorrebbe rimanere con lei anche mentre sta con lui. Qui la bivalenza della parola è, naturalmente pompiere. Quando Steve lo lascia perché lui non vuole lasciare lei, lui cosparge lei di benzina minacciando di darle fuoco se non chiama il pompiere per dirgli che lui l’ha lasciata e loro possono tornare insieme. Steve però non risponde. Lei gli lascia un messaggio vocale (Steve non mi sono uccisa è stato lui a uccidermi). Nella terza pièce, un bambino,  lui e lei decidono di separarsi per sottrarsi al ménage familiare visto che sono succubi di loro figlio di 5 anni manesco e prepotente a casa come a scuola.

I tre testi di De Vos presentano con quotidianità colloquiale il menage violento ed eccessivo ai limiti del grottesco di uomini perversi e narcisisti che l’autore definisce degli spostati come si legge nella brochure della messinscena al théâtre de Dole lo scorso marzo (dove De Vos è stato anche l’interprete maschile). L’incontenibile violenza maschile nei confronti della donna calata in una situazione così grottesca e iperbolica finisce con lo sminuire il portato concreto di quella stessa violenza, che si staglia come situazione di scena facendo dimenticare che, purtroppo, nella realtà gli uomini cospargono davvero di benzina le mogli ree di volersi separare da loro. Babilonia teatri entra a gamba tesa in questo testo senza preoccuparsi dei possibili percorsi esegetici riducendone la materia a uno strumento per Épater la bourgeoisie. Le tre pièce vengono dette da due voci registrate con la cadenza e gli errori di accento delle voci dei navigatori satellitari, prive di qualunque portato emotivo, appiattendo e cancellando qualunque emozione e, dunque, qualunque sottotesto dei personaggi. Alcune delle didascalie vengono lette da una voce femminile fuori dalla scena, però ancora a vista, a fianco di uno dei due banchi di regia, al microfono. Alcune parti della seconda pièce sono state espunte (quando lei lo accusa di essere frocio, pedè in francese, termine denigratorio) togliendo ancora di più verosimiglianza alle situazioni e dove l’omosessualità, ancora una volta, è oggetto di scherno. Intanto in scena vediamo una ragazza in reggiseno e mutandine sopra un tavolo che brandisce due coltelli (per La cagna), un uomo obeso in mutande che rimane immobile nella sua possanza (per Pompiere) entrambe queste presenze che affettano delle cipolle rosse durante la terza rottura (con pianto finale sulle note di Felicità di Albano e Romina Power) capovolgendo e fraintendendo il senso del grottesco originario con un gusto per il trash innocuo (perché non mette in discussione nessuna struttura di potere) e estetizzante che si impone come la cifra stilistica più spontanea della mise en espace. Viene da chiedersi cosa abbia indotto Babilonia Teatri a confrontarsi con un testo col quale resta così in  superficie senza sottolinearne i risvolti patriarcali e maschilisti dai quali De vos pretende il suo testo sia esente con una presunzione divina. E forse la presunzione è davvero l’unica cifra che accomuna il testo e la mise en espace l’uno e l’altra convinte di stare allestendo un discorso altro del quale al pubblico arrivano solamente pregiudizi triviali e insopportabili violenze.
be normalTeatro sotterraneo torna a Short Theatre con una produzione dello scorso anno Be Normal nella quale analizzano una giornata tipo di due giovani trentenni scandita dalle ore che passano alle prese con la ricerca del lavoro, gli espedienti per trovarlo, i colloqui nei quali viene chiesto loro di uccidere esseri umani (per una cosca mafiosa) o degli Zombie, (ma la ragazza invece di ucciderlo libera lo zombie),  le vicissitudini di chi il lavoro lo perde e di chi non lo trova. Lo fanno con un organico ridotto – in scena solo Sara Bonaventura e Claudio Cirri – e una inesauribile verve inventiva: l’eliminazione a colpi di roulette russa di Sara o del componente ospite di un’altra compagnia (a Short Theatre era Enrico Castellani di Babilonia Teatri);  la scena in cui una ragazza va a trovare la madre su una sedia a rotelle per farle compagnia imboccandola velocemente perché va di fretta la madre interpretata dal manichino di uno scheletro (e vedere il cibo che dalla mandibola scende sullo sterno e poi sul bacino mentre lei chiama lo scheletro mamma è uno di quei momenti di teatro che non se ne vanno più dalla testa). Con uno stile ormai inconfondibile Teatro Sotterraneo mette dinanzi il suo pubblico, le idiosincrasie e le contraddizioni delle nostre vite quotidiane con un gusto pop e una buona dose di cinismo che non è mai fine a stesso ma rimanda sempre a un portato etico e politico che va affrontato concretamente nella vita reale. Più abbozzato e meno definitivo dei lavori precedenti – ma si tratta sicuramente di una scelta stilistica – lo spettacolo sottolinea le precarietà anche quella degli attori e delle attrici e di autori e  autrici di un teatro sempre più incerto, incapace di garantire una sopravvivenza dignitosa a chi lo fa (Bonaventura chiede a Castellani quanto guadagna e i mille euro dichiarati sembrano a Claudio Cirri  una cifra più che rispettosa) ma, ciononostante, ancora ben capace di ragionare e far ragionare il pubblico.

 

 

 

 

 

(13 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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