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Babilonia teatri e Tagliarini piacevoli sorprese di chiusura di Short Teatre 9

untitleduiygiuygdi Alessandro Paesano

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Giunto quasi alla fine, domenica l’ultimo spettacolo (poi c’è la coda del 25 di Ricci\Forte all’India), l’ultima sera di Shorth teatre 9 alla Pelanda  (domenica siamo all’Argentina) ha presentato due belle sorprese, la prima apparizione di Jesus di Babilonia Teatri, che dopo la mise en espace di Trois Rupture, per nulla convincente, ha presentato un lavoro di ricerca sulla figura di Gesù interessante, tenero e, a suo modo, religioso (nell’etimo originale della parola). Uno spettacolo personale dove Enrico Castellani e Valeria Raimondi, che si presentano in scena con in braccio i loro due figli Ettore e Orlando, raccontano all’unisono delle vicissitudini della ricerca su Gesù dalle coincidenze alle ricorrenze, a consigli degli amici, fino alla comparsa stessa di Gesù che li guida per scrivere lo spettacolo (una volta fatta tabula rasa di quanto scritto fino a quel momento) anticipando uno spettacolo ancora da fare, del quale vediamo solo l’insegna luminosa delle lettere Jesus, incarnando quella novità essenziale che Gesù ha portato con sé, quella promessa di vita inedita e altra: una verità che  Enrico e Valeria mostrano spogliandosi dei vestiti per restituirsi al pubblico in una nudità de-erotizzata ma umanissima e piena d’amore, commovente e toccante anche se, loro malgrado, eteronormata e fondata sulla riproduzione biologica. In fondo, lo diciamo senza polemica, è davvero difficile per noi popolo italiano venir meno a quel profondo, intimo, arcaico cattolicesimo di cui nemmeno Pasolini sapeva fare a meno.

sssssxtgxctrfuAltro spettacolo italiano che dimostra però che anche lo stivale è in Europa è Every-Body – una domanda d’amore d Antonio Tagliarini del quale si impone, più che il riferimento colto a Peggy Phelan l’intellettuale femminista che, si legge sule note di regia, ha posto alcune domande insolubili sul teatro e la performance: Mi ami? Mi vedi? Mi senti? Moriresti per me? un po’ decontestualizzate dal discorso sui generi che Phelan intraprende nel fare quelle domande, si impone dicevamo per l’evidenza delle relazioni umane che lo spettacolo illustra e riproduce. Il pubblico accede nel palco, trasformato in una sala da ballo e si accosta i lati mentre i le performer si guatano, si cercano, si inseguono, si rincorrono, si fermano per guardarsi negli occhi in uno sguardo di scambio vero e concreto tra performer. Poi qualcuno e qualcuna solleva le braccia in chiaro segno di richiesta d’amore e viene raggiunti e raggiunta da una persona dello stesso o dell’altro sesso. Gli abbracci che ne seguono sono serrati o sinuosi, amicali o sensuali, arrivano o meno al bacio sulla guancia o sulle labbra in un libero gioco dove la performance fa da sponda alla personale predisposizione di quella coppia formata per caso. Coppie dove lo stesso o la stessa performer si intrattiene con uno o con entrambi i generi proprio come nella vita reale, anche se spesso ce lo dimentichiamo, gli orientamenti sessuali essendo tre e non due, la bisessualità vera cifra squisita dell’orientamento sessuale che racchiude gli altri due più canonicamente contemplati. Parliamo di orientamenti sessuali perché anche se nello spettacolo gli abbracci sono sensuali e non sessuali l’orientamento sessuale poco dice di con chi fai sesso e molto di chi ti innamori e da chi amato o amata.

Squisitamente agganciato al qui e ora della performance ci si commuove nel vedere la verità dello sguardo di alcune coppie (timidamente c’erano anche delle triadi) mentre i e le performer invitano qualcuno e qualcuna del pubblico a unirsi a loro nell’abbraccio invitando il resto del pubblico a una ulteriore riflessione: bloccati dalla divisone borghese tra pubblico e performer nessuno e nessuna tra il pubblico ha alzato le braccia ponendo la sua domanda d’amore. Quante volte nelle nostre vite reali commettiamo lo stesso errore e ci impediamo di farlo?
bioubuiobuL’Austriaca Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura 2004, scrive nel 2000 Das Lebewohl  (t.l. L’addio) nel quale Haider, il governatore della Carinzia neonazista imbastisce un comizio, rivolto a dei piccoli (i giovani del partito o dei bambini?)  infarcito di antisemitismo e misoginia. Del testo, controverso e ambiguo come tutta la produzione dell’autrice austriaca, dove il sospetto di pedofilia diventa facile mezzo per una critica all’uomo Heider piuttosto che alle sue idee, Andrea Adriatico di Teatri di Vita trae Delirio di una trans populista, nel quale fa pronunciare il comizio a una donna trans (che però parla per tutto il tempo di sé al maschile, tranne quando dice io che diventa ia, in una sorta di accordo al femminile), mentre tre uomini barbuti vestiti in camicetta bianca e gonna nera si dedicano a leggiadri esercizi ginnici. Una messinscena opaca sia nella sua origine letteraria  sia nel senso dell’operazione della quale non sono affatto chiari intenti scopi e risultati. Il capovolgimento del comizio dal neonazista alla donna trans incarnata da Eva Robin’s (che però è una transgender…,) e da tre uomini vestiti da donna, si ammanta di un velo di ambiguo pregiudizio perché la misogina e l’antisemitismo di Heider rimangono anche se pronunciati da una trans e la retorica del siamo una minoranza ma non ci spazzeranno via  del leader neonazi anche se pronunciati da una donna trans non si smarca da quella zavorra di negatività che se è chiara, o almeno dovrebbe, nel testo originale (contro il neonazismo) non sappiamo bene come si traduce nei confronti della transessualità. E non basta porre delle parrucche sulle teste di alcuni uomini e donne del pubblico e poi scattare dei selfie per dare donde del coinvolgimento delle donne trans in sostituzione e, parrebbe,  in antagonismo con un leader neonazista morto in un incidente stradale per guida in stato di ebbrezza dopo essere stato in un locale gay, lui noto omofobo. E sulle illazioni sul suo vero orientamento sessuale “Heider oltre a essere neonazista è anche gay” con cui si commentò l’incidente illo tempore rischia di attestarsi anche lo spettacolo che pone la transessualità in una ambiguità valoriale senza che la messinscena si preoccupi minimamente di risolvere.

 

 

(15 settembre 2014)

©alessandro paesano 2014

©gaiaitalia.com 2014

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