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Short Theatre 9, dove il teatro-danza stupisce

Short Cut 9 - 00 Dewey Delldi Alessandro Paesano  twitter@ale_paesano

Prima di raccontare la seconda bella serata di questa nona edizione di Shorth Theatre recuperiamo Marzo di Dewey Dell andato in scena il 4 del quale ieri non siamo riusciti a parlare.

Compagnia unica nel panorama italiano, Dewey Dell di Cesena (ma con sede anche a Berlino) presentano spettacoli unici nel loro genere dove la musica è sempre coprotagonista delle performance quanto le coreografie e i costumi e le scene.
Marzo si lascia ispirare alla tradizione di considerare il terzo mese dell’anno come mese della guerra e racconta una storia di seduzione e amore tra un guerriero e una figura femminile cieca che vagheggia di rivedere l’amato bene almeno un’ultima volta. Incrociando archetipi narrativi della tradizione orientale  (orientali sono le voci originarie tradotte dai sovratitoli in italiano e in inglese) con un gusto pop mitteleuropeo proponendo in una sintesi squisita quanto indovinata la cultura visiva del teatro kabuki e Klaus Nomi passando per la fantascienza televisiva nipponica alla sagoma pingue di Ubu Re Marzo è scritto con una partitura visiva che parla direttamente all’inconscio sostenuto da una partitura sonora che vede nella possanza fisica del suono il correlativo oggettivo di un impeto vitale basato sulle pulsioni fondamentali dell’essere umano, amore, odio, morte, vita, il cui scarto tra quanto mostrato (e quanto suonato) e quanto quelle azioni (e quei suoni) implicano in sottotesto segreto più che mai emotivo diventa la materia più vera e viva di una performance di altissimo livello tecnico compresi alcuni costumi che sfruttano la aria compresa gonfiandosi e sgonfiandosi in scena come se dentro non ci fosse il o la performer a muoverlo.
Un racconto mitico il cui oramai vetusto eteronormismo (la debolezza fisica e sentimentale del personaggio femminile contrapposta alla possanza agonistica e competitiva in amore dei due uomini) è in qualche modo superato dall’assegnazione dei ruoli ai e alle performer (una danzatrice interpreta uno dei due personaggi maschili) dimostrando come il linguaggio del corpo e la postura non siano biologicamente connaturati ma culturalmente indotti e dunque emulabili.

7954615388_cbf2b68963_z-620x413La giornata di ieri è iniziata con la prima delle tre visite guidate al Louvre di Alex Cecchetti.
Dal piglio nervoso e compulsivo, Cecchetti accoglie il suo pubblico  e lo fa muovere nello spazio della Pelanda, uno dei gioielli di archeologia industriale di Roma, iniziando a descrivere alcune statue (il tour è sulle antichità greche etrusche e romane) del museo parigino, nell’aria dello spazio vuoto della Pelanda. Con un fare diretto e irriverente, Cecchetti descrive dettagli delle statue, anche anatomici, e, al contempo, la reazione di visitatori e visitatrici altrettanto invisibili e inesistenti a quelle opere invisibili.

Disquisisce poi dell’effetto che queste opere hanno su di lui con alcuni uomini e alcune donne del suo pubblico,  mentre racconta vicissitudini di questa o quell’opera, commentandole mentre passeggia portando secco quello spettatore  o quella spettatrice, in un gioco misuratissimo dove l’apparente svagatezza della sua performance nasconde una intelligente assemblaggio di dettagli storici e glosse in un confronto e un rovesciamento tra il rapporto classico tra un museo e il suo pubblico da una parte e quello di una performance d’arte e del suo pubblico dall’altra, traendo dal nulla (dall’aria) statue davvero esistenti evocando uno spazio che esiste altrove mentre allestisce, nello stesso spazio e nello stesso tempo, un’altra opera d’arte che è la performance stessa.

Da un dettaglio fisico dell’opera evocata e portata in scena Cecchetti deduce la sua storia e la sua fruizione sia che si tratti un bassorilievo al quale un cane è stato sostituito a un leone o dell’ermafrodita detto Mazarin, passando per un gruppo statuario (ri)educando il pubblico a una fruizione attenta e critica proprio mentre l’assenza dell’opera si fa presenza grazie a uno sguardo che Cecchetti trasferisce al pubblico che ha la fortuna di seguirlo.
Brillante e witty.
Stasera la seconda istallazione dedicata alla pittura italiana. Non vediamo l’ora!

La seconda parte del dittico sulla visione di Zaches Teatro Mal Bianco zaches_teatro_mal_bianco_ph_andrea_macchia1 dedicato al maestro giapponese Okusai tutto incentrato sul colore bianco, come incentrato sul nero è l’istallazione dedicata a Goya, sempre sorprendentemente pulita e precisa nell’esecuzione, ci sembra banalmente contaminata da un immaginario cinematografico contemporaneo di certo cinema giapponese (approdato in occidente) in una iconografia evidente e smaccata (The ring, con la presenza fantasmatica di uno dei personaggi, in vestaglia bianca e dai lunghi capelli neri, qui sdoppiata e triplicata) che riduce il riferimento a Okusai (grande maestro del settecento) le cui scaturigini degli attuali manga diventano mera occasione per strizzare l’occhio al pubblico alludendo a una conoscenza intertestuale più consumistica e pop di scarso spessore iconografico.
L’autoreferenzialità e l’asfittica presenza di personaggi e situazioni tratte dal grande schermo colonizzano la coreografia mal declinandosi con un altro impianto citazionale tutto giocato sulla immediata ri-conoscibilità in un meccanismo della visione che ci pare diventi ancella di un immaginario (tele)visivo algido, freddo e cerebrale.
Senza nulla togliere all’immensa bravura delle interpreti, ma i b-movie di culto poco si addicono alla danza…

Guintche1_MMFHa concluso la serata lo splendido e indimenticabile Guintche di Marlene Monteiro Freitas che non è nuova a Shorth Theatre (ricordiamo la sua partecipazione all’interessantissimo spettacolo collettivo  (M)IMOSA).
Freitas attinge alla sua stessa forza di donna, di danzatrice e di performer allestendo una coreografia che è al contempo l’incarnazione di un personaggio e prova fisica per l’interprete che dà forza al personaggio man mano che spossa il proprio corpo, tramite una coreografia inarrestabile che la tiene inchiodata sul posto mentre il viso, espressivo ed espressionista lascia emergere, novella tarantolata, una personalità autonoma e inquietante e al contempo umanissima che, man mano che lo spettacolo procede, prende corpo, quello posseduto di Freitas che si concede completamente al personaggio e al suo pubblico.

Ipnotica, organica, Freitas si ricollega al primitivismo della danza di Josephine Baker mentre innerva la danza sul proprio corpo sessuato e sudato su una organicità della carne del sangue e delle ossa sulla quale prende vita una umanità altra numinosa eppure seducente, inarrestabile e viva.

Il pubblico esce dalla performance emotivamente provato e si distrae con le note degli L-Ektrica che si esibiscono in un dj set;  poi anche questa seconda sera si conclude.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(6 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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