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Festival di Roma, “La prochaine fois je viserai le cœur” basta con le “sfumature” omofobe

di Alessandro Paesano  Twitter@Ale-Paesanocoeur 3

Bisogna sempre diffidare dei film che avvertono che i fatti raccontati sono davvero accaduti. Si tratta di un bieco espediente narrativo per forzare il pubblico a credere vere delle ricostruzioni e interpretazioni di chi il film lo ha scritto e lo ha diretto poco importa quanto documentato, magari su libri pubblicati sull’accaduto. Perché se anche i documentari sono opere di finzione figuriamoci i film.

La prochaine fois je viserai le coeur (t.l. la prossima volta mirerò al cuore) (Francia, 2014) di Cédric Anger millanta di raccontare una storia davvero accaduta, talmente incomprensibile ci dicono dei cartelli a inizio film, che i suoi interpreti per cercare di spiegarsi tali comportamenti hanno dovuto interpretare. Capita l’antifona? Si spaccia per vera una finzione delle più evidenti imponendo al pubblico di sospendere il giudizio perché quei fatti sono davvero accaduti.

Il film si rifà a una serie di omicidi e tentati omicidi che dal maggio del 1978 all’aprile del 1979 vennero compiuti nella cittadina di Chantilly. L’autore di un omicidio cinque tentativi di omicidio e di una rapina alle poste è Alain Lamare un agente della gendarmeria che, arrestato, non verrà mai processato per infermità mentale. Il caso fece scalpore perché Alain Lamare era al contempo autore dei delitti e gendarme incaricato delle indagini tanto che la stampa dell’epoca ravvisò qualche somiglianza con il film di Petri Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto al punto tale che il libro scritto da Yvan Stefanovitch e Martine Laroche nel 2001 sul caso si intitola proprio Un assassino al di sopra di ogni sospetto.

L’opinione pubblica fu colpita oltre che dai crimini commessi da Lamare dal trattamento preferenziale che l’uomo ricevette in quanto gendarme: dichiarato Eboidofrenico – una forma speciale di schizofrenia detta Eboidofrenia (héboïdophrénie) – contestata da altre perizie psichiatriche, Lamare non sarà mai processato e verrà ricoverato in un istituto psichiatrico dive dovrebbe trovarsi ancora oggi . Da questa vicenda Cédric Anger trae un film cupo e algido, che non segue la via del poliziesco o del thriller ma quella del giallo morale à la Chabrol senza esserne minimamente capace.coeur  1

L’impotenza di Alain, incapace di resistere ai suoi impulsi omicidi, la sua mania di autoflagellarsi, con del fil di ferro, con bagni nell’acqua ghiaccia, la sua passione per la natura e per le armi, sono mostrati nel film come il segno di una personalità non risolta, come una incapacità di Alain di avere dei rapporti umani imputabile a una sua inettitudine pregressa.
Alain è schernito dai familiari che lo considerano ingenuo al punto tale che una donna gli si dovrebbe spogliare dinanzi per fargli capire che è interessata a lui; è incapace di sentirsi dire che è gentile perché per lui un uomo gentile è senza coglioni.
Questa virilità spezzata con la quale Alain viene descritto non è l’effetto dell’ambiente in cui è cresciuto ma una sua condizione naturale . La soluzione per spiegare la pulsione omicida che il film insinua è quella di una violenza che si basa su problemi relazionali e sessuali. Nel (di)mostrare questa teoria il film non risparmia al suo pubblico nemmeno il disgustoso accostamento con l’omosessualità, descritta nei modi più discriminatori e pregiudizievoli possibili.
Alain e gli altri colleghi gendarmi vanno a prendere in giro les pedè. Invece di farne una scena in cui i maschi etero omofobi vessano gli uomini gay il film simpatizza con gli uomini della gendarmeria descrivendo una fauna gay sub-umana: uomini travestiti, che indossano pellicce, dalle movenze femminili, che si baciano sotto i lampioni, confermando un immaginario collettivo omofobo difficile da scalfire.

Ci si dimentica che se i gay si incontravano nelle strade di periferia è perché la società benpensante contrastava ogni loro forma di visibilità.
Non pago Anger fa tornare Alain, da solo, in mezzo a loro, facendolo piangere disperatamente insinuando, chissà, una sua omosessualità repressa collegandola dunque alla sua pulsione all’omicidio, e facendolo scappare quando uno dei pedécoeur 2, brutto e sdentato, si avvicina voglioso.

Incapace di uno sguardo qualsiasi sulla realtà il film di Anger è un altare alla morbosità.
Nulla ci è dato sapere delle vittime che Alain miete durante il film inducendoci a pensare che siano tutte morte mentre nella realtà dei fatti molte sono rimaste vive, gravemente ferite e con conseguenze permanenti (paralisi).
Al film non interessa raccontare ma mostrare i delitti con un gusto compiaciuto per il male assoluto perché inspiegabile, come se dietro un omicidio ci possa essere una spiegazione (l’odio lo è? La gelosia lo è?).
Al film non importa capire quanto delimitare con chiarezza disarmante il limite tra la normalità e l’anormalità nella quale è evidentemente annoverata anche l’omosessualità.

Un film disgustosamente patriarcale e omofobo che fa guadagnare a questa IX edizione del Festival Internazionale del film di Roma l’etichetta di festival dell’omofobia.
Che si tratti di una battuta sui portatori di aids (Eden), dell’amore mercenario (Les dollares de sable), dei dubbi sul proprio orientamento sessuale in base a un bacio (Soap Opera), della morte violenta (The Knife that Killed Me), della solitudine  e incapacità di avere storie d’amore (Tous le chats sont gris), dell’effeminatezza come unica sua cifra riconoscibile (Ghadi), l’omosessualità descritta nei film proiettati al Festival farebbe contento Giovanardi che, chissà, magari è il segreto selezionatore delle pellicole.
Noi possiamo solo dire BASTA e andare oltre sperando che di qui a domenica, ultimo giorno di proiezioni, altre perle cinematografiche grondanti omofobia non ci avvelenino con il loro odio omonegativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

(23 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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