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Zurigo, Egon Schiele e Jenny Saville: sovversivi a confronto

Egon Schiele 00di Giorgia Trinelli

A Zurigo, alla Kunsthaus, fino al 25 gennaio 2015, va in mostra la carne della pittura. I volti e i corpi tormentati di Schiele e le anatomie borderline della Saville. La disturbante potenza dei ritratti che ti guardano provocandoti un disagio profondo nel dovere ricambiare il loro sguardo, una intensa esperienza estetica.

Alla Kunsthaus di Zurigo succede questo e anche di più. A confronto due autori sovversivi nei loro sguardi e nei loro corpi impudichi.

Egon Schiele (1890-1918), raffinato, immorale.

Jenny Saville materica, opulenta, che considera la carne materia stessa del dipingere. A confronto figure diversamente difficili, formati e colori differentemente opposti.

Schiele lavora su piccoli formati, la Seville li sceglie grandi, grandissimi. Schiele deforma, distorce e sacrifica l’espressività dell’ideale di bellezza canonico, la Seville cerca “la goccia di veleno” che ne turba e ne contamina la visione, ingrassa di carne, di sangue, di sostanza i corpi che dipinge. Lui scheletrizza, lei erode.

Lei dipinge in solitudine usando foto, manuali medici, immagini impressionanti, lui dipinge le modelle in studio ponendosi a volte di fronte ai suoi soggetti per potere dialogare con loro, a volte sopra di loro per potere suddividere meglio il dipinto in campi visivi precisi. Nella sua pittura l’essere non è vivo, è malato, visivamente sofferente. I suoi colori sono bigi, sporcati dall’essenza della orte, dall’odore della malattia, dal silenzio dell’anoressia.Jenny Saville

La Seville sostiene che la pittura a olio è nata per dipingere la carne. Affonda i suoi pennelli nella carne misurandone lo spessore, la consistenza. La ferisce, la picchia fino a renderla tumefatta. I suoi corpi, spesso opulenti, spesso modificati dalla chirurgia, contano infinite sfumature di bianco, rosso, rosa e blu.

Lontani e vicini questi due artisti, nel diverso modo di affrontare le stesse strade su binari diversi. La struttura del dipinto per entrambi è fondamentale, il corpo, un paesaggio da inquadrare nella migliore delle prospettive. Entrambi li dipingono sofferenti, conflittuali, un’angosciosa esplorazione di se stessi e della propria sessualità, nell’inutilità dell’essere. Corpi ripiegati sulla sofferenza interiore espressa o rimasta latente.

Due artisti a confronto, due pittori che disturbano le coscienze, che colpiscono prima stomaco e poi il cervello fino ad arrivare al cuore che batte a mille per scacciare una coscienza, un’esistenza troppo simile a quella ritratta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(24 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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