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30° TGLFF, parlando del director’s cut di “Studio 54”

TGLFF 2015 - 00 54 The Director's Cutdi Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

Nel 1998, come la stragrande maggioranza del pubblico andai a vedere “Studio 54” per scoprire come veniva raccontata la discoteca che era stata la più chiacchierata del mondo, la più scandalosa, la più impertinente.

Ricordo le aspettative per un film dalle buone potenzialità per soggetto, ambientazione, attori. Ricordo la delusione per un film che era monco: raccontava l’eccesso, ma i personaggi principali erano in qualche modo perfetti, quasi moralmente educandi rispetto a ciò che li circondava e li coinvolgeva. Era troppo “hollywoodiano” per poter essere un film sincero dei peccati che voleva raccontare.

Studio 54: il locale dove ogni sera era speciale, esasperatamente diversa. La discoteca immagine del “tutto può accadere” con le nuove basi ritmiche della disco music, con le partecipazioni di Donna Summer e Gloria Gaynor, il locale che aveva come ospiti fissi Mick Jagger, Warhor, Liz Taylor, Jhon Travolta, Lou Reed…, la discoteca dove Bianca Jagger entrava in pista a dorso di un cavallo bianco portato da un ragazzo completamente nudo, Debbie Harry (Blondie) usciva sfinita bisbigliando: – non ricordo con quanti uomini ho fatto l’amore questa sera -.

Lo Studio 54, che aveva come simbolo una falce di luna imboccata da un cucchiaino di cocaina, è stato in assoluto il primo locale con branchi di folla all’ingresso, persone subordinate a spietate selezioni, tanto che Nile Rodgers e Berard Edwards, gli Chic, dopo essere stati stoppati all’ingresso nella notte del capodanno ‘78, tornati a casa delusi e amareggiati, composero “Le Freak”.

Tutto questo e molte, moltissime altre trasgressioni erano tipiche dello Studio 54.

Come poteva un film raccontare tutto ciò? Cosa privilegiava? Quale “linguaggio” cinematografico il regista aveva scelto per addentrarsi in tanta amoralità?

Nel 1998 il mio pensiero fu: il film racconta molte esasperazioni ma i personaggi non sono abbastanza “imperfetti” rispetto all’imperfezione morale di ciò che li circonda.

In U.S.A. non era il tempo per raccontare personaggi “difettosi” in film che dovevano avere successo commerciale e la Miramax, di proprietà della  Disney, lo sapeva.

Sicuramente fu facile tagliare le parti “oscure” dei personaggi principali e inserire storie condivisibili dal grande pubblico: i soldi in ballo erano molti e il regista era alla sua prima esperienza in lungometraggi, quindi l’ultima parola non era la sua… così si giustifica lui.

Oggi, all’inaugurazione del Torino Gay & Lesbian Film Festival 2015, la nuova versione viene proposta con queste parole:

Con il Director’s Cut, il film diventa un pezzo di storia del cinema, regalandoci la perfetta descrizione di un’epoca, di un ambiente, e dell’alba di un nuovo mondo, notturno e sociale. Dalla prima versione sono quindi stati tolti i 40 minuti girati forzatamente, e sono state aggiunte tutte le scene che la distribuzione aveva deciso di tagliare. La ricerca del girato è stata lunga e minuziosa, a volte fortunosa (un bancale di vhs è stato rinvenuto nelle cantine della Miramax con la scritta “da distruggere”, solo qualche giorno prima che fosse incenerito tutto). Ogni parte ritrovata è stata digitalizzata, riprocessata per colori e suono, e montata come era il montaggio in originale. Alcune parti sono state trovate a montaggio quasi terminato e aggiunte cosi all’ultimo (con una qualità più ruvida, che aggiunge fascino all’operazione).

Quello che vedrete è un film nuovo, intenso, emozionante, sincero e fedele, sulla storia di un luogo mitico che ha cambiato per sempre il modo di vivere la notte. 

Questo è ciò che propone TGLFF… Con queste aspettative, dopo il cerimoniale di inaugurazione, rimango seduto nella mia poltrona del Cinema Massimo di Torino a vedere il film rimontato.

Dopo la proiezione cerco di fare mente locale… difficilissimo!

Primo pensiero… buonista: certo, anche con il rimontaggio, non è un film che rimane nella storia, ma almeno è il film che il regista voleva fare.

Secondo pensiero… oggettivo: le critiche di 17 anni fa sulla pochezza espressiva del regista sono tutt’ora valide. Nessun entusiasmo all’epoca, meno che meno oggi.

Terzo pensiero… acido: ma in tutto il 2014 nel mondo cinematografico e nei suoi diversi eventi dedicati a film con tematica o risvolti LGBT, proprio su questa superficialità doveva ricadere l’attenzione per la vetrina del 30° anniversario del Torino Gay & Lesbian Film Festival 2015?

Allora come oggi le critiche non possono magnificare quello che non c’è nello stile, nella fotografia, nelle luci, nell’uso della sintassi cinematografica.

Tuttavia, cercando tra gli aspetti positivi, condivido che risulta essere un film più equilibrato tra l’ambiente che vuole raccontare e le storie dei personaggi principali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(30 aprile 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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