Teatro #Vistipervoi “Nessuno muore” a parte (pare) il Teatro

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LIEVITO - Anteprima nazionale al Teatro Cafaro di Nessuno Muore Latina 29 Aprile 2015 - EdeDPhotos/Enrico de Divitiis/www.provincialista.it
LIEVITO – Anteprima nazionale al Teatro Cafaro di Nessuno Muore Latina 29 Aprile 2015 – EdeDPhotos/Enrico de Divitiis/www.provincialista.it

di Alessandro Paesano twitter@Ale_Paesano

Luca De Bei ha rimesso mano al suo testo Cellule e ne ha fatto un nuovo spettacolo dal titolo Nessuno muore.
La nuova rivisitazione, ammorbidendo certi eccessi aggressivi dei personaggi della prima stesura, appiattisce situazioni e stature morali su delle semplificazioni troppo evidenti che tradiscono un punto di vista giudicante e moralista.

I personaggi della piéce si muovono in un universo di relazioni umane come delle monadi, e non sembrano sorretti da alcuna struttura sociale.
L’esito dei loro rapporti interpersonali sembra emanare da un luogo a-razionale al quale lo spettacolo inneggia nel suo finale naÏf.
Gli uomini e le donne di Nessuno muore costituiscono vari esempi di derive dalla normalità presentati drammaturgicamente in una cornice pseudo-sociologista che non si cura minimamente di far fare o suggerire al pubblico una riflessione quanto piuttosto di confermare i luoghi comuni del caso secondo i più squisiti cliché borghesi e maschilisti  venati di una malcelata misoginia.

La psicologa male in arnese non riesce a gestire il portato emotivo dei suoi pazienti perché vittima di un marito violento, e, ciononostante,  è tanto meschina da abbandonare il cane lupo del consorte in un parco, di notte.
La ragazza tossicodipendente (non ci è dato sapere di cosa) si prostituisce per avere i soldi per farsi (ma davvero?!) e, naturalmente, è stata vittima da bambina di attenzioni particolari da parte del padre.
La sorella di questa è  superficiale e bambinesca e bamboleggia disquisendo sulla chioma  del suo fidanzato che, invece, cerca di fare ragionamenti profondi  e non si sente capito.
Una ragazza attende in ospedale di abortire il figlio concepito durante il suo stupro con il portato emotivo di una che sta aspettando di farsi togliere un callo che le dà fastidio al piede.
Un ragazzo crede di essere stato contattato dagli alieni, un uomo stupra le donne perché la moglie gli ha portato via il figlio, uno scrittore di soap opera si scopre sieropositivo per avere fatto sesso non protetto una sola volta con uno sconosciuto (sfortunato, nevvero?) e viene lasciato dal suo compagno, un poliziotto, non per il suo stato di salute ma per il tradimento.

I luoghi comuni usati per descrivere e dare spessore ai personaggi, tutti presentati in medias res, sono colmi di una prevedibilità e di un (pre)giudizio che lascia sgomenti.

De Bei fa del retaggio familiare una eredità ineluttabile: violenze subite per le donne, amore non dato per gli uomini oppure incapacità a tenersi la propria famiglia secondo una concezione dei rapporti familiari fermi agli anni 80 senza annoverare nella sua compagine la famiglia ricostituita o quella ricomposta, derivate dal divorzio e dai nuovi matrimoni, né, tantomeno, la famiglia omogenitoriale che, da anni, chiede diritti e leggi (e non si capisce proprio di quali leggi in difesa dei froci lo stupratore vada parlando).

Eppure lo spettacolo è ambientato nel nostro presente.

Stupri, molestie pedofile (e incestuose), tossicodipendenza, sesso mercenario, sono annoverati assieme ad aborto,  malattia mentale, malattia fisica (Hiv) e omosessualità con un collegamento tra la negatività oggettiva del primo elenco e quella moralista (e maschilista e omofoba) del secondo, che fa tremare i polsi.
Se le donne sono colpevoli di perdere la femminilità e la sensibilità e sono vittime dei maschi in quanto creature fragili gli uomini o sono violenti o sono malati di mente o sono gay cioè, sembra suggerire il testo, meno uomini.
Non a caso il poliziotto gay (che in realtà è bisessuale) per schernirsi dalle avance di una donna le dice di essere gay e che dunque le donne non gli piacciono secondo un cliché così omofobico da risultare, nel 2015, del tutto irricevibile.
Non a caso, ancora, è lo sceneggiatore gay a essere sieropositivo (perché non la ragazza tossicodipendente ?) secondo il luogo comune che vuole i gay promiscui e dunque più soggetti al virus.
Poco importa se, in un disperato tentativo di sottrarsi al pregiudizio, De Bei faccia dire allo sceneggiatore che il medico gli ha spiegato che oggi le donne sono la categoria più colpita, perché la giustificazione addotta,  i mariti delle quali andando con le prostitute e coi – sic! – trans trasmettono loro il virus tradisce una visione sessuofobica che fa delle donne delle vittime fragili e inermi.

Non possiamo non notare, en passant, l’uso al maschile della parola Trans uso discriminatorio se rivolto a donne trans (cioè uomini biologici che transitano verso il sesso femminile) perché ribadisce quel sesso di origine dal quale le trans sono tanto determinate di abbandonare e che, usato con disinvoltura tanto dallo stupratore quanto dallo sceneggiatore sieropositivo, ci pare più una distrazione dell’autore che una scelta per denotare il lessico dei personaggi.

Lungi dal cogliere dinamiche sociali esistenti le storie dei personaggi raccontate in Nessuno muore (tutte iperboliche nella loro peculiarità) servono piuttosto a confermare giudizi e pregiudizi del pubblico (che infatti si diverte e ride) lasciando intendere che la malvagità sia manifesta ed evidente, spiegando (giustificando?) i suoi eccessi facendole risalire a dalle violenze subite e dallo scarso amore ricevuto senza alcuna responsabilità collettiva al di fuori della famiglia.

E’ proprio la mancanza di un portato politico (nel senso più alto del termine di vita nella collettività) e la volontà di andarsene in altri luoghi inesistenti e improbabili a togliere qualunque efficacia a una denuncia che pure, nelle note di regia, pretende di voler parlare di un quotidiano di emergenza.
Più che denunciare ci si attesta su di un pessimismo cosmico, ribadito dalla ragazza tossicodipendente che invita a non attaccarsi affettivamente a nessuno visto che nulla dura per sempre. Il meccanismo narrativo che fa emergere le relazioni tra i vari personaggi (il ragazzo che crede agli alieni è paziente della psicologa, etcv…) sposta l’attenzione dal loro status esistenziale a quello delle relazioni che li legano l’un l’altra.

Così la pièce, pletorica e con una pausa drammaturgicamente ingiustificata (serve solo a piazzare il letto d’ospedale della donna stuprata che va ad abortire) si attesta come un divertissement stilistico che distare dalla natura giudicante con cui i personaggi vengono messi in scena, senza che il pubblico si renda conto delle semplificazioni con cui gli uomini e le donne vengono lui presentate.

La messinscena sembra più interessata  all’allestimento che a restituire con plausibilità le psicologie e le situazioni dei personaggi.
Le proiezioni sul fondale (cieli arrossati dal tramonto, stelle, alberi, monitor d’ospedale) alcune dei quali estremamente banali (le parole soap opera che galleggiano tra le bolle di sapone nella scena che vede lo sceneggiatore licenziato dalla ragazza stuprata) rievocano le varie situazioni sviluppate per singoli quadri mentre gli arredi di scena, portati e tolti a vista, una luce di quinta  che trasforma  persone e oggetti in silhouette, cercano di dare un tocco di realismo a un palco altrimenti astratto e mentale.
La reazione emotiva della psicologa dinanzi un a blanda affermazione del suo paziente è però totalmente inverosimile e sminuente per chi esercita nel mondo reale questa professione, mentre il fatto che il poliziotto, appresa la sieropositività del suo fidanzato (col quale sta da un anno e mezzo) non ha alcuna reazione emotiva avrebbe richiesto qualche motivazione in più.

Anche la nudità (presente of course nella locandina dello spettacolo) viene usata in maniera giudicante.
Il nudo frontale maschile serve esclusivamente per presentare la coppia gaia, secondo una consuetudine trita (nudo maschile=omosessualità) a discapito della scena di sesso mercenario nella quale, nonostante l’esplicitezza del rapporto sessuale, attore e attrice rimangono vestitissimi, oppure serve per umiliare la ragazza tossicodipendente (e un po’ anche l’attrice) che viene mostrata in un topless inutile impiegato solamente per sottolineare la sua facilità sessuale.

Nemmeno la direzione degli attori e delle attrici convince del tutto. La reazione della donna minacciata da un coltello e che poi sarà stuprata (fuori scena) è del tutto non credibile mentre la colluttazione tra il poliziotto e lo stupratore (che il poliziotto incontra come agente immobiliare) è confusa, poco chiara nella sua progressione dinamica.

Una cosa almeno Nessuno muore ce la insegna.
Che tutti possiamo compiere un passo falso.
Anche autori che si amano, come De Bei, che ha già fatto molto di meglio.

Beh, non questa volta.

Nessuno Muore 00

 

 

(8 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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