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#Venezia72, parliamo di “11 minuti” di Jerzy Skolimowski. In concorso. Auguri

Venezia 72 - 11 minutidi Emilio Campanella

 

 

 
I numeri, in questo film, hanno una particolare importanza. Per raccontare gli Undici Minuti durante i quali le vicende contemporanee dei personaggi scelti, si svolgono, ne occorrono ottantuno. Io che sono perfido dico che settanta sono di troppo. Da qui si evince come non abbia particolarmente amato il film, pur ben strutturato, fotografato, diretto, montato, interpretato, che ho trovato però inutile e vecchio.

Tutte queste storie concatenate dagli incontri casuali sono strutturate in maniera molto prevedibile e già un po’ vecchiotta. Se poi si voleva fare un racconto morale, e non ci si è riusciti, è bene ricordare che c’è stato un altro polacco che si è speso per almeno dieci film, più altri tre, e briciole preziose di film separati, per studiare i caratteri, i rapporti fra le persone, il senso morale anche difficile da cogliere, delle vicende filmate. Non è proprio il caso che lo citi, siccome tutti avranno compreso a chi stia facendo riferimento.

Invece qui le cose sembrano casuali, pur non essendolo, ed il regista demiurgo tiene i fili dei suoi burattini: una coppia di sposi recentissimi ha già rapporti molto conflittuali e lei ha un appuntamento previsto prima del sacro “sì”. Un uomo firma al comissariato siccome è in libertà vigilata; una ragazza ha distrutto l’appartamente dell’ex amante che la raggiunge in un parco e le lascia definitivamente il grande, affettuosissimo pastore tedesco; un corriere strafatto di cocaina cerca di fare le sue consegne, fra un coito e l’altro con le clienti. Un’ambulanza, operatori e medico, cercano di ragiungere una famiglia con molti problemi; un ragazzo lascia un drammatico messaggio per la madre sul computer; un’attrice porno discute il girato del film con il proprio amante. Le storie vengono portate avanti con montaggio alternato. Il marito gelosissimo, con un occhio pesto per questo motivo, in smoking, ma senza cravatta, segue la moglie nell’hotel dove ha l’appuntamento ed arrivato furtivamente al piano, si agira come un animale fiutando, fino a sfondare la porta a trovare il regista noioso, fascinoso ed insidioso, con la moglie svenuta fra le braccia.

L’uomo in libertà vigilata vende hot dogs ad un simpatico gruppo di suore (nel vecchio deep end, gli hot dogs avevano un ruolo centrale). Una ragazza lo apostrofa rabbiosamente chiamandolo professore e gli sputa in faccia e ogni tanto qualcuno sembra notare qualcosa in cielo. Il ragazzo tenta una rapina ad un Banco di Pegni, ma non c’è nessuno, ed il responsabile si è già impiccato nel retro; su un fiume un signore disegna a china, dal ponte un uomo si lancia nell’acqua, ma per un film, uno schizzo macchierà il foglio; il ragazzo fa notare un punto nero pensando che si tratti di ciò che ha visto in cielo; una coppia vede il girato di un film porno di cui lei è protagonista. Una colomba bianca entra violentemente in una casa. Succede proprio come ve lo racconto. I minuti passano, la situazione, le situazioni si evolvono (poco), e tutti si ritrovano casualmente e prevedibilmente raggruppati in un luogo, o vi convergono.

Qui il regista demiurgo ha operato le sue scelte, che potevano anche essere altre, cambiando il senso del film, o forse dandogliene uno. Ho molto pensato a certe tavole firmate da Walter Molino per la Domenica del Corriere. La rubrica s’intitolava: Qaundo il destino è pazzo.

Ho anche pensato a certe mirabolanti, estreme, eccessive, esilaranti, macchinose situazioni dei cartoni animati di Vil Coyote.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(10 settembre 2015 – diritti riservati, riproduzione vietata)

 

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