L’Arte vista da Emilio Campanella: “Tristan und Isolde” a Ferrara #Vistipervoi

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Tristan und Isolde Ferrara 2016 - 00di Emilio Campanella

 

 

 

 

 

 

Al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, l’amatissima opera wagneriana, in un discutibile allestimento scenico, ma con cantanti di valore ed una direzione interessante.

Il progetto e la messa in scena, sono dello Staatstheater Numberg, la ripresa, della Fondazione Teatro Comunale di Modena in coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. La brutta regia è firmata da Monique Wagemakers, le scene, pessime, da Dirk Becker, i costumi, orrendi, da Gabriele Heimann, la drammaturgia, insensata, da Sonja Westerbeck.

Lo spettacolo è andato in scena il 14 ed il 17 gennaio 2016, queste note fanno riferimento alla recita del 17.

All’apertura dell’elegante sipario, dopo l’Ouverture, ci troviamo come dentro una brutta astronave circolare con neon fastidiosi, per fortuna, abbassati presto. Il giovane marinaio (il bravo Martin Platz, che sarà anche il pastore) canta una vicenda che manderà su tutte le furie Isolde (Claudia Iten, notevole, nonostante la tendenza ad intonare certe note con un po’ di spinta), che crede di ravvisarvi uno scherno per la propria situazione, furibonda, mette a dura prova la pazienza e l’affetto della devota Brangane (la bravissima, intensa Roswitha, Christina Muller). Nel raccontare le sue tragedie personali sta spesso in ginocchio, si accoccola, si accascia e continua a cantare nonostante le scipitezze registiche. Non si capisce come mai tutti siano a piedi nudi, forse si sono ripensate le sagge parole di Birgit Nilsson che diceva: “Per cantare Wagner: scarpe comode!”, lei che aveva solo questo problema in quelle situazioni, come chiosava un amico musicologo. Per cui l’ostacolo viene evitato radicalmente.

Le ragazze hanno abiti lunghi, passabili. I poveri guerrieri hanno delle specie di brutti “hakama” (i larghi pantaloni dei samurai) e delle sorte di canotte brillanti, come il povero Tristan (Jan Storey, notevole, intenso, in parte, emozionante sempre più, verso la fine), oppure grigette, semitrasparenti, quasi a ricordare le cotte di maglia di ferro… Ci sono i primi scontri ed i filtri… anche qui, il momento clou del primo atto, già premesso nell’Ouverture, con il leitmotiv dello sguardo, è quasi sprecato dalle esitazioni registiche, per cui la prima grande emozione dell’opera è praticamente persa.

Va meglio il secondo atto, in cui sono solo le voci, la musica, a dettare le atmosfera, e le azioni, semplici e spontanee, vengono naturali ai cantanti. Un crescendo, fino all’arrivo di Konig Marke (bravissimo, Aleksej Birkus) e Melot (Hans Kittelman, notevole anche lui), scenicamente molto credibile, agile, insinuante, ed il primo vero scontro con il nobile Kurwenal (Jochen Kupfer, forse il migliore in assoluto, in scena), la situazione precipita, come sappiamo.

Ad apertura di sipario, sul terzo atto, la solita scena fissa, con poche variazioni: Tristan ferito a morte, agonizzante, delirante, disperato dal ritardo di Isolde che giungerà per coglierne l’ultimo respiro, l’ultimo sguardo d’amore; con lui l’impotente, affranto, fedelissimo Kurwenal. Poco dopo la situazione precipiterà ulteriormente, buoni e malvagi troveranno una morte violenta, Isolde avrà la sua trasfigurazione finale. Konig Marke e Brangane rimarranno soli in mezzo all’orrore, al dolore, la consapevolezza di un destino crudele ed ingiusto.

Molti meritati applausi, alla fine, da un pubblico attento e commosso, anche grazie alla crescente intensità emotiva di tutto il cast.

La direzione di Marcus Bosch era un po’ cubista, ma interessante, buona la tenuta dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna. Attento il lavoro di Stefano Colò, alla guida del Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena. Doverosamente cito il bravo timoniere di Roberto Franci, ed i mimi: Angelo Argentina, Daniele Drappi, Marcello Finotelli, Marco Marzaioli, Simone Perra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(20 gennaio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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