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L’Arte vista da Emilio Campanella: Venini

paolo-venini-00di Emilio Campanella

 

 

 

 

 

 

 

Continuano all’Isola di S.Giorgio, a Venezia, le puntate de “L’Enciclopedia del Vetro veneziano e non”. Fino all’8 Gennaio 2017: Paolo Venini e la sua fornace. Trecento opere dagli anni trenta alla fine degli anni cinquanta del novecento. Esposizione, al solito, accurata, scientificamente precisa, illuminata con grande attenzione, corredata da disegni preparatori dei pezzi esposti, e da molte foto d’epoca delle esposizioni, siano esse vetrine o sale della Biennale del 1954. Un ulteriore piacere è dato dal gusto estetico di curatori ed allestitori che hanno creato ritmi cromatici e di forme, ed oltre a questo, il riconoscere oggetti notissimi, come il ritrovare una folla di vecchi amici.

Paolo Venini imprenditore, artista, innovatore, che valorizzò e reinventò le tecniche muranesi con opere su come affidandosi a grandi artisti e designers quali Giò POnti, Riccardo Licata, Charles Lin Tissot, Ken Scott (impagabile una vetrina di magnifici suoi pesci, esposti come in un acquario), Tobia Scarpa, Tyra Lungren, con i suoi pescioni dall’aria pericolosa, ed in realtà, tenerissimi, Grete Korsmo, Massimo Vignelli, Eugène Berman (una meraviglia, il suo centrotavola: Le rovine, del 1951), Piero Fornasetti. Il catalogone accuratissimo pubblicato da Skira, è ormai un appuntamento fisso, un punto fermo, una certezza.

Naturalmente si fa la visita leggendo tutto: i sintetici ed esaurienti pannelli informativi, le didascalie di ogni pezzo, ma poi alla fine, resta un desiderio, quello di godere del piacere fisico visivo di abbandonarsi alla sensualità dello stimolo trasparente di magnifiche forme, suggestioni di riflessi, colori satinati, opachi, che confluiscono l’uno nell’altro; di gioire dei disegni colorati, bianchi o trasparenti, contenuti nelle forme di vasi, di obelischi di modernissimi dolmen in miniatura. Non manca, certo il divertimento guardando elegantissime bottiglie con spiritose testoline, in realtà, serissimi tappi, ma non scevri da una certa strizzata d’occhio ironica; e che dire delle clessidre biricchine?

Sorprendente una serie di rython come strumenti musicali a fiato genialmente divertenti. Insieme a questo la tentazione di esporre freddamente- all’apparenza – oggetti, ovviamente freddi. Concludo con la magnifica grande vetrina “in cinemascope” giocata su un grande numero di vetri e sulle nuances cromatiche di grande, elegantissimo effetto, nella stanza cinque, delle sette di cui si compone l’esposizione, con l’aggiunta del corridoio.

 

 

 

 

(15 settembre 2016)

 

 

 

 

 

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