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Festa del Cinema di Roma. il sorprendente giapponese “Nagai Iiwake”

festa-del-cinema-di-roma-2016-30-nagai-iiwakedi Alessandro Paesan twitter@Ale_Paesano

 

 

 

Nagai Iiwake (t.l. Lunga scusa) (Giappone, 2016) di  Miwa Nishikawa, tratto dal suo omonimo romanzo, offre uno sguardo sulla cultura giapponese sorprendente per la sua franchezza la sua delicatezza e , anche, per la distanza con la cultura occidentale.

Sachio Kinugasa è uno scrittore famoso, arrivato al successo dopo i primi anni in cui era sua moglie Natsuko  a mantenerlo e lui ancora le rinfaccia il merito.
Antipatico, fedifrago, provinciale, Sachio (che si imbarazza del suo nome perché è lo stesso di un famoso giocatore di football) rimane improvvisamente vedovo: Natsuko muore in un incidente stradale mentre si trova su di un pullman con la sua migliore amica Yuki.
Più che sconvolto dalla morte della moglie Sachio è sorpreso che la sua vita possa cambiare così improvvisamente e che lui sia socialmente chiamato a provare dei sentimenti che non ha.
Si sorprende per le reazioni dei parenti delle altre vittime, subisce imbarazzato l’odio della famiglia della moglie (alla quale non ha permesso di partecipare alle esequie, organizzandole prima del loro arrivo in città).

Durante una cena rimane colpito dalla confessione di Shinpei il figlio più grande di Yuki,  che gli dice di dover lasciare la sesta elementare perché deve badare alla sorellina più piccola, Akari .
Dinanzi questa rinuncia, senza sapere bene perché Sachio si offre di badare lui alla piccola Akari mentre loro padre Yoichi, distrutto dalla morte di Yuki, deve assentarsi da casa per via del suo mestiere di camionista.festa-del-cinema-di-roma-2016-31-nagai-iiwake
Inizia per Sachio un confronto con Shinpei e Akari sorprendente per la sua sincerità.

Sachio inizia a scoprire come si cucina il riso al curry (mentre Shinpei commenta che suo padre sa cucinare ma non come sua madre) impara da Yuki come si piega la biancheria lavata, va a prendere la bambina da scuola faticando a fare con la bici, lei dietro nel seggiolino, una ripida salita sorprendendosi che sua madre Yuki riuscisse a farla disinvoltamente.
Questi sono gli elementi della trama (ben più ricca e complessa di come la riportiamo) che ai nostri occhi occidentali sono sembrati i più interessanti del film per la capacità di questo uomo snob, anaffettivo (concupisce l’amante anche mentre questa è sconvolta dai sensi di colpa perché quando la moglie di Sachio è morta loro erano insieme a fare sesso) di aprirsi al dialogo con i figli di Yuki che prima non aveva mai voluto conoscere, in una maniera sorprendente.
Colpisce l’onestà intellettuale con la quale Sachio si relaziona con un bambino e una bambina, di come gli scatta un istinto di protezione (in una scena intensa quando una scossa di terremoto li sorprende mentre sono in casa) di come contribuisca alla funzione genitoriale di loro padre Yoichi rimanendoci male quando Yuki, durante una gita a quattro al mare, si rivolge prima al padre che a lui.

Il film ci (di)mostra, al di là delle sue stesse intenzioni, di come le funzioni genitoriali nei confronti dell’infanzia possano essere espletate da chiunque sia capace di preoccuparsi per loro e di vedere i bambini e le bambine senza sovrastrutture amandoli e rispettandoli per quelli, e quelle, che sono.

Un rapporto affettivo nel quale l’essere uomini viene ridisegnato in un’idea di maschilità che ha poco a che fare con il patriarcato occidentale.

Sachio non si vergogna di non riuscire ad andare in bicicletta come sapeva fare Yuki, né si sente minacciato nella sua autorevolezza di maschio da questa incapacità (lo vediamo poi farcela a fare la salita ma arrancando ancora…) né tanto meno nella sua funzione domestica di tutela nei confronti di Yuki e Shinpei in un ruolo che a lui riesce normale ma che agli occhi nostri occidentali ce lo fa sembrare fuori posto, noi abituati a vedere esclusivamente delle donne in quel ruolo pensando a una incapacità congenita da parte degli uomini (e non di retaggio educativo).

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Sorprende anche la sensibilità di classe che il film restituisce con puntualità. Durante una lezione dimostrativa alla presenza dei genitori Yoichi non sa spiegare perché l’acqua di calce, se ci si soffia dentro con una cannuccia, diventa bianca dando una risposta sciocca (aglio invece di anidride carbonica) suscitando l’ilarità generale mettendo in imbarazzo Shinpei (e la maestra, che se ne accorge e il sorriso le muore in viso).
Yoichi però, anche se camionista e incolto, non è uno zotico violento: quando Yoichi gli dice che andare a scuola è più difficile che guidare il camion e che vorrebbe vedere il padre come se la caverebbe al suo posto, Yoichi non ha una reazione violenta ma commenta amareggiato chiedendogli se è durante lo studio che ha appreso a parlare così alle persone (“alle persone” non “al padre”).

Nagai Iiwake è una iniezione di speranza che una via altra all’essere maschio è possibile, produttiva e piena di dignità e che le funzioni genitoriali possono davvero essere espletate da chiunque abbia a cuore l’infanzia.
Dimostra anche come non è l’ignoranza (quella di Yoichi) a rendere le persone dei mostri ma è il pregiudizio e la presunzione di avere capito il mondo che rende ciechi e impedisce di aprirsi agli altri e alle altre e dunque al cambiamento.

 

Un film sorprendente anche nel suo non essere eccezionale ma comune, intelligente ma non fuori dalle righe (di)mostrando una normalità che per molti (per l’Italia sicuramente) è un inarrivabile punto di arrivo.
Un film d’eccezione in una Festa del cinema che ha presentato altrimenti film già inseriti nel mercato (e quasi tutti con una distribuzione), una Festa del cinema che è sempre più una Festa della distribuzione, una anteprima di quanto andremo a vedere al cinema di lì a qualche mese.

 

Ben diversamente dalle prime edizioni dove si dava occasione al pubblico di vedere film altrimenti inarrivabili.
Adesso non più o, comunque, in maniera super ridimensionata.
Detto con nostalgia per quello che questa Festa, poi Festival e adesso di nuovo Festa, ha saputo essere e ormai non è più.
Detto da chi l’ha sempre amata e difesa e si intristisce nel vedere come l’attuale dirigenza l’ha svilita per miopia culturale, per la totale incapacità di pensare a una (idea di) cultura.

 

 

 

 

(23 ottobre 2016)

 

 

 

 

 

 

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