L’Arte vista da Emilio Campanella: Tancredi a Venezia

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Presentata a Venezia nel giardino della Collezione Guggenheim, con la nota, agile, sorniona, coltissima, coinvolgente abilità, dal curatore Luca Massimo Barbero, la mostra invernale che il pubblico potrà fino al 13 marzo 2017: “TANCREDI, Una Retrospettiva”. Una frase dell’artista accompagna il titolo: “La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”.

Allestito con la consueta cura ed attenzione anche agli effetti ed alle sorprese “teatrali”, illuminato con sagacia e capacità di valorizzare le opere con abili effetti di grande intelligenza, il percorso è rigorosamente cronologico. La breve, densissima parabola artistica di un pittore più spesso incompreso e quasi sempre disconosciuto dalla critica, ma apprezzato da alcune personalità che ne colsero l’importanza ancora in nuce come Peggy Guggenheim e Carlo Cardazzo, per fare solo due nomi, l’una che lo sostenne fin dall’inizio, l’altro che ospitò le sue opere ed organizzò mostre importanti nella sua Galleria Il Cavallino.

Si inizia la visita con disegni dal segno nitido e sorprendente, e poi una serie di autoritratti sofferti e commoventi nella loro ricerca di durezza per una personalità dalla grandissima fragilità, e poi le ricerche formali e cromatiche, il vedere ciò che accadeva in quegli anni, dalla metà degli anni quaranta agli anni sessanta del novecento; lo sperimentare, filtrare con una personalissima sensibilità le correnti che gli si avvicendavano intorno, ma molto a modo suo, causando l’imbarazzo e l’incapacità dei critici ad incasellarlo, etichettarlo. Tancredi non era nessun “ismo” era Tancredi e basta, e forse anche questa fu la sua tragedia. Sensibile a ciò che accadeva in un mondo di grandi fermenti, guerre, sofferenze di popoli, cui reagiva con la sua arte, il suo modo di fare denuncia, la sua maniera di essere un “homme revolté”.

Il ragazzo Tancredi Parmeggiani di Feltre aveva fatto molta strada in pochi anni, nonostante tutto, con tenacia, fino a che… fu solo il fiume.

Aldilà della commozione di fronte ad una tale sofferenza interiore, occorre percorrere le sale della mostra avvicinandosi ai quadri, ai disegni, per vedere come sono realizzati, per apprezzare e cercare di comprendere una ricerca formale inesausta e coerentissima, che ha un suo nucleo di partenza cui si può ricondurre ogni lavoro. C’è fra l’altro, una felicità di composizione, un’organizzazione dello spazio, un gusto cromatico sempre sorprendenti. Una mostra da non mancare assolutamente e da percorrere in punta di piedi, in silenzio, per cogliere i suoni, la voce di questo pittore straordinario, ed anche per ripagarlo dell’incomprensione sofferta durante la sua breve vita.

 

 

 

(12 novembre 2016)

 

 

 

 

 

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