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Jeronimous Bosch, mostriciattoli ed altro: l’Arte vista da Emilio Campanella

di Emilio Campanella

 

 

 

 

 

Attesa da fine novembre scorso, una mostra dedicata a Jeronimus Bosch, nel cinquecentenario della morte, a Venezia, dopo quelle olandese di ‘s-Hertogenbosch e  Madrid, ha visto la luce, appena fuori tempo massimo, il 18 Febbraio scorso ( sarà aperta sino al 4 Giugno ) a Palazzo Ducale a Venezia.

Diversa dal previsto per oggettive e comprensibili difficoltà di prestito, e pur motivata da due trittici e quattro tavole, tutti importantissimi, che fanno della città lagunare quella che ha più opere al mondo del maestro fiammingo, dopo Madrid. Una importante collaborazione fra il Museo Nazionale delle Gallerie dell’Accademia ed i Musei Civici, ha portato a questa esposizione intitolata: Jehronimus Bosch e Venezia, creando un percorso di approfondimento e di studio partendo dalle opere autografe già della Collezione Grimani, che nei secoli si sono spostate dalla collezione del Cardinale Domenico Grimani a Palazzo Ducale, per un periodo a Vienna, a Palazzo Grimani, alle Gallerie dell’Accademia, per essere nuovamente, per questo periodo, a Palazzo Ducale.

Ambasciatrici, sono state in Olanda ed in Spagna, per poi tornare ed attendere pazientemente questa occasione, motivare e dare un senso profondo l’attuale manifestazione. La sottile ed intrigante proposta del curatore Bernard Alkema, partito da un’idea del Direttore delle Gallerie dell’Accademia, Paola Marini, e di Gabriella Belli, alla Direzione dei Musei Civici Veneziani, è quella di prendere le mosse da Bosch e scandagliare ciò che la sua opera ha suscitato in laguna, dopo di lui, nelle collezioni private e negli artisti successivi. Il catalogo Marsilio, accurato al solito segue le sezioni della mostra come capitoli, dopo i molti saggi e l’amplissimo apporto iconografico, oltre le stesse opere esposte. Alcune personalità vengono poste al centro del percorso: la prima è quella del Cardinale, figlio del doge Antonio Grimani. Uomo colto e curioso, della sua collezione fecero parte con quasi certezza le opere di Bosch che aprono la mostra. Pitture “strane”, anomale nel panorama locale, ma forse proprio per questo adatte a suscitare dotte disquisizioni. Pare che entrassero a farne parte  dopo la morte dell’artista, ed il restauro ha rivelato dei “pentimenti” non d’autore, ovvero dei rimaneggiamenti atti a rendere le tavole, più gradite ad un cliente cattolico…

Di queste trasformazioni potrebbe essere responsabile, Daniel Van Bomberghen, commerciante e mercante d’arte fiammingo. Dopo di lui la vicenda si ramifica intorno al gusto per gli “stregozzi” che contagiò non pochi artisti che fecero della pittura alla Bosch, con un certo successo, e non poca maestria. Certo è interessante pensare che cosa, queste visioni potessero suscitare in chi vedeva queste evocazioni di creature fantastiche ed inquietanti, figlie di un passato medioevale ancora dietro l’angolo, di fantasie sfrenate riprese da Pieter  Bruegel il vecchio, con grande maestria, nel secolo successivo prima di diventare il più grande pittore fiammingo del suo secolo, attento narratore di vizi e vezzi umani, ma senza mai dimenticare anche le visioni inquietanti dell’inizio della sua sfolgorante carriera e mantenendo un occhio preciso entomologico e spesso crudelmente realistico nella sua aura onirica.

Ecco ci siamo, si casca sempre nel punto di vista psicoanalitico, tipico della nostra cultura… peraltro il surrealismo e certe modalità di alcuni secoli dopo, sono nati proprio nella stessa zona, e non sarà sicuramente casuale. Intorno a noi, nelle sale degli appartamenti dogali c’è pittura di alcuni secoli fa, ma così forte come impatto emotivo, capace così decisamente di scuoterci, di toccare corde profonde. Tutte le tavole di Bosch, che non ci stanchiamo di guardare, approfondire, per perderci nei paesaggi lontani, nel cogliere particolari surreali, e nel Martirio di Santa Ontcommernis (Wilgefortis,Liberata) 1495-1505 c.a; in quello magnifico e concentrativo dei Tre Santi Eremiti, sempre 1495-1505 c.a, e nei quattro pannelli: Paradiso e Inferno( Visioni dell’Aldilà) 1505-1515 c.a, soprattutto quello dallo strano tunnel con la luce in fondo, così vicino alle descrizioni di chi è uscito dal coma… Mondi profondi, abissi ed empirei di emozioni…

Molte opere sono locali, di artisti nordici che lavorarono a Venezia, come Quentin Massys, ed il suo Ecce homo 1529 c.a, di Palazzo Ducale e fino a Joseph Heinz il giovane, che da Anversa si trasferì a Venezia riprendendo modalità espressive e tematiche che risalgono a Bosch, ad un certo gusto per l’inquietudine suscitata in chi guarda, ma con modalità esteriori e che non ebbero poi seguito nei contemporanei.

 

 

(23 febbraio 2017)

 




 

 

 

 

 

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