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Rendez Vous Festival del film francese 2018, “Une Jeune Fille de 90 ans” poco documentario e molto fiction

di Alessandro Paesano #Roma twitter@gaiaitaliacomlo #Cinema

 

 

E dopo la masterclass di mercoledì pomeriggio tenuta da Valeria Bruni-Tedeschi (che per sopraggiunti motivi personali è dovuta ripartire la sera stessa di fretta e furia per Parigi e quindi ieri non ha potuto presenziare alla proiezione) ieri l’ottava edizione di Redenz Vous festival del film francese è stata inaugurata dall’anteprima di Une Jeune Fille de 90 ans  (t.l. Una giovane ragazza di 90 anni) di Valeria Bruni-Tedeschi e Yann Coridan, un documentario (ma la categoria gli sta un po’ stretta) sullo stage di una settimana tenuto dal coreografo Thierry Thieû Niang in uno dei centri geriatrici dell’ospedale Charles Foix d’Ivry.

Il film documentario (sviluppato esattamente come un film di fiction, senza che gli apparati entrino in scena, tranne due eccezioni, il tecnico del suono che per errore cambia uno dei brani usato dal coreografo e Valeria Bruni-Tedeschi che, comparendo dal nulla al quale torna subito dopo saluta una delle pazienti).
Tra campi e controcampi (quelli che sembrano preparati e non risultanti dalla solerzia di una troupe super leggera, due sole telecamere di quelle portatili, assenza di luci) il film documentario immortala la relazione che Thierry instaura con gli uomini e le donne del centro geriatrico.
Una relazione fatta di vero ascolto in un contesto costituito da ordini (mangia, dormi) e controlli medici.
Questo la parte più riuscita del documentario che, al di là della forma decisa in fase di montaggio dalla co-regia,   coglie la relazione intima e spontanea delle persone del centro con le quali il coreografo entra in contatto tramite la danza. 

Il film coglie le reazioni candide di queste persone anziane e malate che si fanno simili a quelle dirette e prive di sovrastrutture dell’infanzia, ma invece di strutturarsi  su questa relazione umana, preferisce seguire la via del biografismo soffermandosi sulle domande che il coreografo fa ai e alle pazienti, che non nascono da esigenze biografiche  – come potrebbe visto molte persone sono malate d’Alzheimer, anche se questo è detto nella scheda del film più che nel documentario, ma relazionali e si  concentra su una delle pazienti, Blanche Moreau, la fille del titolo,  la quale, incredula di quanto il coreografo riesce a farle fare (in una delle loro danze insieme sembra quasi che sia lei a portare e sollevare lui), si innamora di Thierry.
Il film insiste su di lei e su questo sentimento impossibile glissando invece su altri sentimenti (come quello di solidarietà quando un’altra paziente accetta di danzare con Thierry solamente se lui poi va a rassicurare Blanche). L’occhio documentale cede così spazio all’occhio narrativo senza che gusto sia necessariamente un male se questa scelta di capo fosse stata esplicitata.

Invece Coridan ha giurato che durante il montaggio lui e Tedeschi non hanno voluto costruire alcuna storia restituendo quello che è davvero accaduto mentendo così sul fatto che, prima ancora del montaggio, è lo sguardo di chi dirige a dare forma al qualsiasi documentario, e non può essere altrimenti.
Tralasciare qualcosa a favore di qualcos’altro dà la vera misura di ogni racconto per immagini e la forma documentario permetterebbe di giocare a carte scoperte su questo meccanismo narrativo invece anche in un documentario si nascondono i meccanismi narrativi  dietro  la forma oggettivante del documentario presentandocelo come un film di fiction che si fa da sé.

Una formula davvero logora che chiede un aggiornamento.

Lo dimostrano acne le tante domande del pubblico dopo la proiezione che, proprio perché ha apprezzato il film,  ha fatto moltissime domande sulla realizzazione del documentario (quanti giorni di riprese, quante ore di girato, erano già stati fatti stage del genere in quel centro geriatrico?), dimostrando come queste informazioni, del tutto assenti dal film, sono state percepite dal pubblico necessarie (fuori dal coro il commento di una spettatrice che si è chiesta il perché di tutte queste domande sulla forma e non sul contenuto (Benedetto Croce è duro a morire…).

La domanda che abbiamo apprezzato di più è quella fatta da uno spettatore che voleva sapere cosa è successo alle persone riprese nel documentario, i cui sentimenti sono stati così accesi dal coreografo, dopo la realizzazione dello stage e del documentario, inchioda il e la regista a una responsabilità etica squisitamente politica cui il film spettacolarizzando dei sentimenti veri e non simulati chiede donde anche al pubblico.

Une Jeune Fille de 90 ans è a suo modo un film (e non un documentario) splendido; per avere un vero valore documentale dovrebbe presentare negli tra del dvd gran parte del girato che è stato scartato, sia quello sulle altre pazienti del centro sia sulle reazioni delle lavoratrici e de lavoratori del posto (che nel film si vedono a malapena) che, ci ha informato Coridian, ricevono stipendi da fame con delle funzioni poco professionalizzanti in dei centri ospedalieri che non riescono a garantire  la qualità umana del servizio offerto (allora perché non trovare il modo di mettere questa informazioni nel film?).

Il documentario, invece, parla d’altro…

 





(6 aprile 2018)

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