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“Non avrò più paura. Non avrò più paura. Non avrò più paura…” #Lettipervoi “Storia di un Corpo” di Daniel Pennac

di Damiana Guerra #Lettipervoi twitter@gaiaitaliacomlo #Cultura

 

La letteratura mondiale ha conosciuto e amato tanti diari. Alcuni reali. Altri sono immaginati. Il diario di Anna Frank. Il diario di Eva di Mark Twain. La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Solo per fare qualche esempio. Daniel Pennac sceglie di scriverne uno, quello di un corpo. “Storia di un corpo” di Pennac è una vita. Nel senso biologico del termine.

Attraverso il proprio corpo, l’essere umano fa esperienza del mondo. Ma ciò che riveste importanza per lui sono solo le emozioni e i rapporti con altri esseri umani. Che posto ha l’ascolto del proprio corpo nella vita di uomo? Totale, risponderebbe la voce narrante del libro. Perché senza le sensazioni corporee, in fin dei conti, nulla sarebbe possibile. Inizia quindi questo scrupoloso resoconto dei mutamenti fisici. Un quotidiano che colpisce la carne e le ossa di chiunque.  “Non descriverò soltanto le sensazioni forti, le grandi paure, le malattie, gli incidenti, ma proprio tutto ciò che prova il mio corpo. (O che la mia mente fa provare al mio corpo.) La carezza del vento sulla pelle, per esempio, il rumore che fa il silenzio dentro di me quando mi tappo le orecchie, l’odore di Violette, la voce di Tijo. Tijo ha già la voce che avrà da grande. È una voce roca, come se fumasse tre pacchetti di sigarette al giorno. A tre anni! Quando sarà adulto, ovviamente, la sua voce non sarà più acuta, ma sarà la stessa voce roca, con il riso dietro le parole, ne sono certo. Come dice Violette a proposito delle urlate di Manès: Uno può gridare quanto gli pare, ma la sua voce resta quella che è!” (13 anni, 1 mese, 12 giorni. Domenica 22 novembre 1936).

L’io protagonista ripete a sé stesso che questo sarà un diario al netto dell’aleatorietà delle emozioni e dalla mutevolezza degli stati d’animo. “Voglio scrivere il diario del mio corpo perché tutti parlano di altro. Tutti i corpi sono abbandonati negli armadi a specchio. Quelli che tengono un diario, come Luc o Françoise, parlano del più e del meno, delle emozioni, dei sentimenti, di storie di amicizia, di amore, di tradimento, giustificazioni a non finire, quel che pensano degli altri, quel che credono gli altri pensino di loro, […] ma non parlano mai del loro corpo. L’ho visto quest’estate con Françoise. Mi ha letto il suo diario […]. scrive sull’onda dell’emozione, ma di rado ricorda quale emozione. Perché hai scritto questo? Non lo so. Di conseguenza non è più tanto sicura del senso di ciò che scrive. Io voglio che quello che scrivo oggi dica la stessa cosa fra cinquantanni. […]” (13 anni, 1 mese, 8 giorni. Mercoledì 18 novembre 1936). Ed effettivamente le pagine mostrano che questa promessa viene mantenuta. Il racconto della sua vita viene mostrata esclusivamente attraverso la tensione che quest’uomo ha nei confronti del proprio corpo. Anche la paura (il motivo che da’ l’avvio a questo diario) viene descritta attraverso le sensazioni fisiche che provoca: la sua apparizione, “[…] l’urlo di terrore che adesso caccio, con gli occhi chiusi, la bocca immensa. Un grido di aiuto che deve coprire il bosco, e il mondo al di là di esso, uno stridore che frantuma la voce in mille aculei”, le sue conseguenze “e tutto il corpo urla con la voce del bambino che sono tornato ad essere, gli sfinteri urlano smisuratamente come la bocca, e me la faccio sulle gambe, lo sento, ho i pantaloncini pieni, e la diarrea si mischia alla resina amplificando il mio terrore…”. (64 anni, 2 mesi, 18 giorni. Lunedì 28 dicembre 1987).

Proseguendo nella lettura del libro assistiamo al trascorrere del tempo e i segni che esso lascia sul corpo. “Quanto a me. Giungo ancora una volta alla frontiera tra il corpo e la psiche. Dal panico di essere troppo giovane al terrore di essere troppo vecchio, passando per la malattia dell’impotenza […], la mente e il corpo si accusano a vicenda di impotenza, in un processo in cui regna un silenzio spaventoso”. (44 anni, 9 mesi, 26 giorni. Lunedì 5 agosto 1968). Siamo partecipi assieme al protagonista delle sue conquiste giovanili. Della sua prima eiaculazione. Del suo primo approccio con la morte. Arriviamo all’età adulta. All’amore della sua vita. Al suo diventare padre. Ci ritroviamo con lui a ripercorrere assieme ai nipoti gli stessi passi del protagonista bimbo in questo ciclo eterno che costituisce la vita. E giungiamo infine alla vecchiaia. Alle fatiche che genera lo spostarsi. Il respirare. Il fare le scale. Perché (viene da pensarlo) l’intento di Pennac è proprio questo: ricondurci brutalmente alla verità del corpo come contenitore essenziale del nostro essere, come congiunzione tra la mente e il mondo, come limite e potenza. Chiunque siamo e qualunque cosa facciamo siamo soltanto carne e ossa.

Il finale non può essere che uno. Il solo. L’unica cosa certa che possediamo nell’istante stesso in cui si nasce. La morte. Perché “Adesso, mio piccolo Dodo, è ora di morire. Non avere paura, ti faccio vedere io come si fa.” (87 anni, 19 giorni. Venerdì 29 ottobre 2010).

 





 

(10 febbraio 2019)

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