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Il filo invisibile che ci tiene al mondo: il codice dell’anima


di Fabio Galli
Fabio Galli

Non è con l’occhio della scienza che possiamo capire davvero perché un campo fiorisce in primavera, o perché il canto di un merlo ci commuove. Non è l’analisi delle cellule vegetali, né il calcolo dei battiti d’ali, a restituirci il senso di appartenenza che avvertiamo di fronte al paesaggio. Perché il paesaggio, a ben guardare, non è affatto uno sfondo. È un soggetto. Ci guarda. Ci accompagna. Ci offre i suoi frutti e i suoi suoni, i suoi silenzi e le sue spine. Ci abbraccia con le sue geometrie organiche e persino con le sue catastrofi. E lo fa come se sapesse qualcosa di noi, qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Come se fosse parte di un disegno più vasto, un ordine nascosto che Hillman avrebbe chiamato “anima del mondo”. E se c’è un’anima del mondo, allora forse c’è anche una logica che governa i nostri destini, non visibile, non lineare, ma comunque reale. Come se ogni cosa – pioggia, perdita, incontro, persino fallimento – avesse un suo preciso posto nella nostra storia.

Non siamo affatto vuoti. Nasciamo con un’immagine dentro. Un progetto. Un impulso. Un seme. E non è un’immagine qualunque: è l’immagine che ci sceglie, non il contrario. Come racconta il mito platonico di Er, l’anima, prima della nascita, seleziona un destino e riceve in custodia un compagno invisibile, il daimon. Questo spirito-guida – che i latini chiamavano genius e i cristiani avrebbero poi chiamato angelo custode – non ci lascia mai. Ci segue silenzioso, suggerisce, ostacola, protegge, talvolta perfino devasta. Ma non si distrae mai. È lui a ricordarci chi siamo, anche quando noi stessi ce ne siamo dimenticati. E non importa quanto cerchiamo di ignorarlo: ritorna. Si nasconde nei sintomi, nei sogni, nelle crisi di panico e nei successi improvvisi. È ciò che ci rende noi, anche quando cerchiamo disperatamente di essere qualcun altro.

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Tutto allora assume un altro volto. Anche l’ambiente, che credevamo esterno, ci appare come una prosecuzione del nostro destino. Ci tiene in vita. Ci sfida. Ci costringe a crescere. La natura, anziché un insieme disordinato di elementi, diventa un complice, una pedagogia segreta. Il vento ci insegna a piegarci, i fiori a desiderare, il deserto a resistere. E questo mondo respirabile, commestibile, profumato e spesso crudele, si comporta come se ci conoscesse. È forse questa la nuova forma che può prendere oggi la providentia – non più come ordine imposto dall’alto, ma come misteriosa coerenza interna tra ciò che siamo e ciò che ci succede.

Così, anche la vocazione non è un lusso riservato agli artisti o ai santi, ma un fatto ontologico. Una legge naturale. È ciò che siamo venuti a fare – o meglio, a essere. Per questo dobbiamo guardare con occhio particolarissimo l’infanzia: è lì che il daimon si mostra per la prima volta. Nei giochi ossessivi, nei silenzi che spaventano gli adulti, nei capricci senza apparente ragione. Il bambino non è contro il mondo: è dalla parte del suo mondo. E se si sottrae, se si ritrae, se morde, se si rifugia nei mondi inventati, non è perché vuole distruggere ciò che trova, ma perché vuole proteggere ciò che porta.

Nella ghianda, l’intero destino della quercia. In un bambino, l’intero destino di un’anima.

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Ma l’anima discende, dice Hillman, in quattro forme: attraverso un corpo – che ci ricorda ogni giorno che stiamo invecchiando; attraverso i genitori – che non scegliamo con la mente, ma forse con un sapere più profondo; attraverso un luogo – il paesaggio dell’anima, che ci educa a stare; e infine attraverso una responsabilità – quella di restituire. Non tanto restituire qualcosa, ma dichiarare, con gesti concreti e simbolici, che questo mondo è la nostra casa. Anche se lo odiamo, anche se ci tradisce, anche se a volte ci pare che non ci sia posto per noi. La verità è che, come ci suggerisce Plotino, l’anima ha scelto tutto: corpo, condizioni, genitori. Se oggi quella scelta ci pare folle, è solo perché l’abbiamo dimenticata.

Ed è qui che il pensiero di Hillman si fa vertiginoso eppure liberatorio. Non abbiamo sbagliato. Non ci sono errori reali. Ogni svolta, ogni deviazione, ogni rimpianto ha un suo posto nella mappa. Nessuna vita è andata “fuori strada”: la strada è quella, anche quando sembra assurda. È il daimon che la disegna, ed è a lui che dobbiamo prestare ascolto. Non per obbedienza, ma per alleanza.

Per questo la famiglia non può limitarsi a nutrire e proteggere: deve sognare il bambino. Deve vederlo con occhi immaginali. Deve concedergli il lusso di stare con le vecchie signore eccentriche e i tipi strambi. Deve rispettare le sue ossessioni, i suoi mondi, le sue fantasie più irrazionali. Altrimenti il bambino non scappa da una famiglia troppo rigida, ma da una famiglia senza immaginazione. Ecco perché Keats invocava “una vita di sensazioni anziché di pensieri”: perché solo attraverso la bellezza, la meraviglia e il disordine sensoriale possiamo scorgere le immagini che ci abitano.

Il daimon non è morale. Non ci chiede di essere buoni. Ci chiede di essere veri. E per esserlo, dobbiamo rinunciare alla compulsione delle spiegazioni, all’ossessione delle cause. La psiche, in fondo, non è una macchina guasta, ma un’opera in corso. Un’opera narrativa. Un romanzo, appunto, da leggere con lo stesso incanto con cui si legge la storia di un personaggio che non ci somiglia affatto, eppure ci commuove. E allora, forse, non ci sembrerà più assurdo essere chi siamo. Non ci verrà più da maledire i nostri inizi, i nostri genitori, i nostri corpi. Forse ci scopriremo capaci di dire: è questo che dovevo essere. E in quell’istante, senza accorgercene, staremo camminando esattamente accanto al nostro daimon.

 

 

 

(14 aprile 2026)

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