di Fabio Galli

Entrando nelle pagine di “La città invisibile” di Guglielmo Peralta, in cui il lettore comprende che ciò che ha davanti non coincide più con l’idea tradizionale di romanzo. Non accade subito. Anzi, il libro sembra inizialmente accettare le regole della narrazione: personaggi, movimenti, immagini, richiami letterari, atmosfere che sfiorano il fantastico e sembrano promettere un percorso riconoscibile. Ma è un’adesione soltanto apparente, quasi strategica. La trama non viene negata; viene lentamente svuotata della sua funzione centrale, fino a diventare qualcos’altro: una superficie di accesso, una membrana attraverso cui entrare in un territorio differente.
Si ha allora la sensazione che il testo non chieda davvero di essere seguito, ma attraversato. Non conduce il lettore verso una conclusione, né organizza gli eventi secondo una progressione lineare. Al contrario, lo costringe gradualmente a perdere l’orientamento abituale. Le coordinate narrative si allentano. Le sequenze smettono di comportarsi come tappe consecutive e iniziano invece a rispondere a un principio di eco, di ritorno, di rifrazione interna. Ogni immagine sembra rimandare a un’altra immagine; ogni frase trattiene il residuo di qualcosa che è già stato detto, o che forse verrà detto più avanti in una forma diversa. È una scrittura che non procede per accumulo, ma per riverbero.
Per questo motivo il tempo, dentro il libro, smette progressivamente di funzionare come misura degli avvenimenti. Non esiste più un vero “prima” e un vero “dopo”. Le scene sembrano sospese in una durata ambigua, quasi immobile, e il lettore finisce per muoversi non dentro una storia, ma dentro una condizione mentale. La città invisibile non appare allora come un luogo da decifrare simbolicamente, né come una semplice metafora del mondo contemporaneo. È qualcosa di più radicale: uno spazio in cui la scrittura riflette continuamente se stessa, interrogando il proprio statuto, la propria origine, la propria capacità di produrre realtà.
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Il libro costruisce una vera e propria teoria implicita della parola. Non una teoria esposta concettualmente, ma incorporata nella forma stessa del testo. Tutto sembra nascere dal linguaggio e ritornare al linguaggio. Gli oggetti, i ricordi, le percezioni, persino le emozioni più concrete non vengono presentati come entità autonome che la scrittura si limiterebbe a descrivere. Esistono solo nel momento in cui vengono nominati. È attraverso la parola che acquistano consistenza, forma, permanenza. La scrittura non arriva dopo il reale: lo produce, o perlomeno lo rende accessibile. Ed è qui che il romanzo compie il suo passaggio più complesso. Se il linguaggio è la sostanza stessa dell’esperienza, allora non può più essere pensato come un semplice strumento a disposizione dell’autore. La parola perde ogni neutralità. Non è un mezzo trasparente attraverso cui osservare il mondo senza alterarlo. È invece una forza attiva, un elemento che modifica ciò che tocca. Ogni frase interviene sulla realtà che pretende di raccontare. Ogni scelta lessicale orienta lo sguardo, costruisce gerarchie, apre o chiude possibilità di senso.
Ne deriva un’idea della scrittura profondamente etica, quasi inquieta. Nel libro di Peralta non esistono parole innocenti, perché nessun atto linguistico è privo di conseguenze. Dire significa sempre produrre una forma del mondo, e quindi assumersi una responsabilità. La lingua può custodire, deformare, salvare, cancellare. Può creare spazi di conoscenza oppure trasformarsi in dispositivo di occultamento. È per questo che la prosa del romanzo appare continuamente sorvegliata, tesa, consapevole del proprio peso specifico. Anche nei passaggi più rarefatti o visionari si avverte una disciplina interna, una precisione che impedisce alla scrittura di dissolversi nella pura atmosfera.
La città invisibile finisce così per configurarsi non come un luogo immaginario, ma come la rappresentazione di quella regione instabile in cui realtà e linguaggio cessano di essere separabili. Il lettore vi entra credendo di cercare una storia e si ritrova invece dentro un’esperienza di percezione, quasi un laboratorio della coscienza. Non assiste semplicemente a degli eventi: osserva il modo in cui il linguaggio costruisce il rapporto stesso tra memoria, identità e mondo. E forse è proprio questa la qualità più perturbante del libro: far capire che non abitiamo soltanto le città reali, ma anche le architetture invisibili create dalle parole con cui continuiamo incessantemente a raccontarle.
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(20 maggio 2026)
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