di Alessandro Paesano #Cinema twitter@gaiaitaliacom #CinemaSpagna

 

Film clou della prima giornata della dodicesima edizione del  Festival del cine español, scelto come film d’apertura, è Yuli (Germania, Regno Unito, Cuba, Spagna, 2018) della madrilena Icíar Bollaín per la sceneggiatura dell’irlandese-scozzese Paul Laverty, nato in India e assiduo collaboratore di Ken Loach che riduce (ma la parola è un eufemismo)  No Way Home l’autobiografia di Carlos Acosta, il famoso ballerino cubano che si è imposto sulla scena internazionale negli anni 90 e decenni a venire.

Il film girato con la magnifica fotografia di Alex Catalán si sviluppa su tre direttrici, il passato mostrandoci i flashback che ricostruiscono la formazione di Yuli come ballerino (il soprannome, datogli dal padre, si rifà a un guerriero della mitologia della cultura degli schiavi neri deportati a Cuba) la storia (mostrando i filmati d’epoca, pochi, che segnano alcuni dei successi internazionali del giovane danzatore) e il presente, lo Yuli di oggi (interpretato da Acosta in persona) durante le prove di uno spettacolo da lui coreografato nel quale mette in scena la propria vita.

Imbastito come il più classico dei biopic il film ne possiede anche tutti i limiti senza scendere mai in nemmeno un dettaglio tecnico sul perché Acosta sia stato considerato un ballerino di prima caratura (paragonato addirittura a Nureyev e  Baryshnikov) perché la danza è raccontata e proposta a un pubblico che, si presume, ne ignora dinamiche e fondamenti, tutto incentrato a dirci del talento naturale di Yuli che, come in certa retorica da talent show, dovrebbe bastare da solo e invece, soprattutto nella danza, non basta mai. Che Yuli sia un ballerino così bravo da lavorare come primo danzatore allo Houston Ballet, all’English National Ballet, all’American Ballet, e, soprattutto, al  Royal Ballet di Londra  dove ha lavorato dal 1998 al 2015, quando ha terminato la carriera per sopraggiunta età (la danza è più crudele dello sport) ci viene detto ma non mostrato o spiegato, il film preferendo insistere sulla svogliatezza del bambino Yuli che ha intrapreso lo studio della danza per volontà paterna e non per proprio sogno personale senza mai mostrarci il momento in cui il sogno paterno è diventato anche il suo sogno, altrimenti non raggiungi quei livelli solamente per ottemperare a un desiderio altrui.

La sceneggiatura gioca la carta troppo facile, e un po’ stantia, del genio ribelle che riesce a sfangarla anche senza impegnarsi perché naturalmente bravo discorso che non rende giustizia all’impegno di  tanti danzatori e tante danzatrici del mondo reale, con una favola diseducativa e mendace: lo Yuli del film viene bocciato dal centro di danza di eccellenza dove studia a Cuba mentre nella realtà vi si è diplomato a pieni voti ricevendo anche una medaglia d’oro.

D’altronde più che sulla carriera del danzatore il film è incentrato sul riscatto del padre di Carlos che discendente da schiavi neri deportati a Cuba che può sfoggiare i successi del figlio come risarcimento morale a una vita di stenti e di miserie.
Nemmeno il fatto che Acosta sia stato il primo ballerino nero a interpretare sul palco il personaggio di Romeo viene mostrata al pubblico in tutta la sua portata artistica, sociale e politica ,ma sempre e solamente come soddisfazione personale e privata di un nero povero e violento.

Interessanti alcuni elementi di montaggio come quando, mentre assistiamo alla prova di un quadro coreografico nel quale il ballerino che interpreta Yuli viene picchiato con una cinghia di cuoio, il film ci mostra in montaggio parallelo le botte prese davvero da Yuli (lasciate fuoricampo) per mano paterna (per avergli mentito di non essere andato alla scuola di danza quando il padre era in carcere per un incidente stradale). Una scena d’effetto che però non è originale (ce n’è una simile analoga in Cabaret di Bob Fosse) e sdogana la violenza su un minorenne senza prendere posizione alcuna.

Yuli è un film convenzionale e finto che non sa minimamente parlare di danza e non è capace ( o non interessato) a mostrare l’impatto mondiale che questo giovane talento cubano ha avuto nel mondo occidentale.

Un film pericoloso, come ogni Biopic, per il tono fin troppo realistico che invece riduce e semplifica dati biografici per il servizio della narrazione cinematografica: così, per esempio, la famiglia in cui è cresciuto Yuli composta di 11 persone tra fratelli e sorelle, nel film è ridotta a tre;  ma la più eclatante omissione è la mancanza totale della storia d’amore di Carlos con la scrittrice ed ex-modella Charlotte Holland, dalla quale il danzatore ha avuto tre figli.
Mogli e figli che nel film non esistono perché costituiscono una presenza ingombrante per una sceneggiatura che invece di raccontarci della carriera di Carlos (anche cinematografica, ma questo il film non ce lo dice) preferisce indugiare sul suicidio della sorella schizofrenica perché fa tanto colore contribuendo a ingrossare le fila dei film incentrati sul giovane povero e nero arrivato alla fama per un dono di dio e non con il sudore della fronte, come è accaduto nella realtà.

 

 





 

 

(3 maggio 2019)

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