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Festival del Cine Español 2019, un “Mudar Piel” insopportabilmente personalistico #Vistipervoi da Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano #CinemaSpagna twitter@gaiaitaliacom #Cinema

 

Mudar Piel (t.l. Cambiare pelle) opera prima della fotografa Ana Schulz e di Cristóbal Fernández è un film documentario personale e discutibile su alcune vicende pubbliche spagnole che coinvolsero suo padre Juan Gutiérrez, che è stato mediatore di pace fra l’ETA (forza d’opposizione armata per l’indipendenza dei Paesi Baschi) e il governo spagnolo negli anni ’80 e ’90, e Roberto Flórez suo amico e collaboratore stretto che dopo anni anche di frequentazione politica e privata si rivelò essere un infiltrato dei servizi segreti.

Il film prende il via dal rilascio di Roberto dopo aver scontato 12 anni di carcere per tradimento (il primo caso di incarcerazione per tradimento nella repubblica spagnola post franchista, ma questo il film non lo dice). Il film si apre con una immagine di fiction che riprende una teleferica mentre due voci al telefono dicono che Roberto si rifiuta di fare il film.

A questo mistero narrativo cinematografico Ana, che compare prima in voice over e poi in immagine, racconta il suo desiderio di capire come Roberto abbia potuto ingannare il padre per tanti anni.
E organizza il film cercando di ricostruire il profilo psicologico di una spia, abituata a mentire e a ingannare (di qui il titolo).  Poco importa che suo padre Juan non si sia mai sentito tradito dall’amico Roberto (che comincia a rivedere dopo la scarcerazione, anche se per motivi di opportunità legale Ana non può riprendere i due uomini insieme) e che distingue tra il funzionario dei servizi segreti e l’amico. Ana si sente tradita da Roberto a tal punto da arrivare a chiedere al padre se nei confronti del traditore non abbia sviluppato una sorta di sindrome di Stendhal (al che il padre le risponde con un sorriso di compatimento non mi ha mica torturato…).

Il film non ha nulla del classico documentario e ha delle semplificazioni politiche imbarazzanti come quando l’impegno marxista di suo padre viene ridotto alla lettura dei libri di Marx, custoditi in un soppalco nella casa paterna, mostrati da una donna che parla tedesco che scopriamo essere la madre di Ana e la moglie di Juan.

Invece di ricostruire gli aspetti geopolitici della lotta tra governo spagnolo ed Eta (fino allo scandalo delle menzogne di Aznar sui mandanti dell’attentato del 2004 di cui però anche il film tace), Ana si limita a evocare i successi politici di mediazione del padre e la fine della sua carriera di mediatore compromessa dalla scoperta che Roberto fosse una spia.

Ana non scioglie mai l’ambiguità della parola spia che, nei confronti di Roberto, ha un portato politico doppio, mentre infatti Juan racconta di come Roberto si sia convinto della legittimità politica della lotta dell’Eta (senza appoggiarne il braccio armato) e si sia così disallineato dai servizi segreti la sua incarcerazione è dovuta a un’accusa di collusione con il governo Russo.
Il documentario però non scioglie mai questi nodi politici insistendo film sul versante personale di Roberto che rimane impenetrabile. Quella di Ana nei confronti di Roberto è una fissazione che la porta addirittura alla decisione di filmare un loro ultimo incontro nonostante Roberto le abbia chiesto di no, trasformandosi lei stessa in spia e non per scoprire quanto succede ma per arrivare a una conferma che dell’idea che Ana si è fatta di lui che non arriva mai perché personale e vera solamente dal suo punto di vista.

Il film si trasforma così nell’ossessione privata di una figlia che odia l’uomo che secondo lei ha tradito il padre e la sua famiglia (e quindi lei stessa), un racconto privo di qualunque interesse (oltre quello generico umano) e che quando il film si avvita in sottigliezze sull’uomo a discapito della storia e della politica non solo annoia ma indigna perché non si capisce a quale titolo la regista ruba del tempo a un pubblico per raccontare una sua personale ossessione.

Un’operazione la cui ambiguità politica disturba come disturba la pervicacia e la presunzione di una figlia che si sente tradita e pur di avere ragione prevarica lo stesso sentire del padre e la volontà dell’uomo che lei considera una spia incapace di dire la verità invece di affrontare il proprio vissuto di persona tradita e fare pace col mondo.

Senza mai dire le ragioni politiche culturali economiche storiche di una delle pagine più sanguinose della recente storia spagnola.
E questa è la mancanza più imperdonabile di un film insopportabilmente personalistico.

Da dimenticare.

 

 




 

 

(8 maggio 2019)

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