“Il Vanesio del Teatro degli Ignoti”, il racconto a puntate di Giuseppe Enzo Sciarra (parte 2)

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di Giuseppe Enzo Sciarra (seconda puntata)

…(continua)

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Vedevo Federico come vedevo mio padre da bambino: litigioso, insensibile, aggressivo, un uomo che mi faceva paura e che non era fiero di me. Non giocavo a calcio, non facevo a botte con gli altri bambini ed ero gentile, timido, carino, efebico ma soprattutto desiderabile anche dal sesso maschile – tutti elementi che non giovano alla dittatura della virilità e che mio padre cercava di estirpare per il mio bene. Che poi quello che vedevo da bambino come un orco e un padre padrone fosse in realtà a sua volta vittima di questo sistema spietato, l’ho scoperto anni dopo, quando l’ho guardato con altri occhi e mi sono sentito per la prima volta amato.

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Volevo altri segnali dal mio feticcio che sulla carta è eterosessuale ma che è attratto apertamente – o segretamente – da altri ragazzi. Andai di nuovo al Teatro degli Ignoti per capire se mi ero inventato un’affinità tra di noi. Quella luce conosciuta gli aveva illuminato il volto o ero io che sognavo di vederlo “buono” nonostante quella spavalderia poco propensa a gentilezze e lealtà? Federico era davanti l’entrata della sala dove si sarebbe svolto lo spettacolo. Mi ignorava. Nessuno sguardo, nemmeno fugace, apriva un varco a quella comunicazione misteriosa della volta precedente. Guardava tutti con indifferenza; le persone gli giravano attorno ma gli erano invisibili, non contavano nulla, c’era solo lui che idolatrava se stesso. Andai a fare il biglietto per lo spettacolo, una piéce sull’omosessualità di cui non ricordo neanche il titolo – tanto non me ne importava nulla, della pièce; volevo una reazione diretta da parte di quel ragazzo scontroso che immaginavo potesse essere già mio se solo avessimo comunicato con quella stessa intesa che aveva scatenato il desiderio. Il mio istinto, quello più archetipico che mi consente di presagire i pericoli e perfino gli inganni, non avvertì nessuna tensione emotiva. Adone mi era distante e la mia vanità esigeva le sue attenzioni.

Comprato il biglietto mi avvicinai a passo lento e incerto verso di lui, era così alto e bello da far sembrare noi comuni mortali inadeguati (la virilità sfrontata ti divora i sensi e ti sottomette al suo giogo).

Ero schiavo di un uomo non comune per il suo aspetto, un soldato che veglia sull’entrata di un antico tempio romano a cui potevo accedere solo se fossi stato identificato come un suo simile. Dovevo essere l’uomo che voleva mio padre. Anche per lui. Quando gli porsi il biglietto per entrare in sala, alzai con inaspettata risolutezza lo sguardo e lo vidi osservarmi con un grande sorriso, la sua indifferenza pareva dissolta; ora sembrava un dio pronto a rivelarmi, e solo a me, la sua identità divina. Come era bello. Un’opera d’arte dai lineamenti perfetti e marcati dalle pennellate di un pittore che conosceva la bellezza maschile più della bellezza stessa e sapeva tratteggiarla in modo che non fosse né troppo femminea né esageratamente rozza – un prodigio per i sensi, dalla bocca al naso alla forma ovale e levigata della mascella un poco pronunciata, che avrei baciato con schiava tenerezza fino a morirne. Di nuovo quella misteriosa luce traspariva da quegli occhi neri dominati da Eros. Dove era la sua cattiveria? Mi ero inventato la sua marcia con l’odio? Il suo sguardo mi fece incontrare un uomo diverso, dolce. Scorsi amore in quelle pupille che sembravano corpi celesti i cui soli custodi sono i nostri demoni. Fui uno degli ultimi a entrare in sala per vedere lo spettacolo. Il buio mi accompagnava verso il proscenio, nell’oscurità presagivo un cambiamento repentino, mi stavo innamorando come un adolescente di un’immagine più vicina alla morte che alla vita. Ero inquieto. Felice. Stordito. Amare ricopre il sentire di bellezza e di paure. D’un tratto mi sentivo mancare. Mi sedevo in platea in mezzo ad altre ombre col cuore che mi usciva dal petto. Una luna nuova nasceva all’orizzonte; sapevo che la luna prima splende e poi si oscura. E io non ero preparato al buio della notte.

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Un uomo che ha mancanza di tatto e non rispetta le persone da alcuni può esser visto come un maleducato e uno stronzo, ma da altri come uno a cui forse è meglio aggregarsi per farsi rispettare – la prepotenza e la forza contano eccome in certe realtà, anche in quelle della suddetta bella gente che necessita di violenza e cattiveria come molti, troppi esseri umani di natura malvagia. Alcuni omosessuali cercano un uomo con una mascolinità accentuata. Sembrerebbe un controsenso sentirsi attratti da tutto quello che la società patriarcale ci ha fatto odiare. Forse nel mio caso non c’era mai stato un odio vero. Forse soffrivo di sensi di colpa per non aver aderito al cliché becero che mi era stato inculcato sin dall’infanzia da mio padre, mio nonno e dall’orribile paesello del sud in cui sono nato e cresciuto, tra pugni, insulti e prepotenze infami che facevano parte delle sacre scritture del maschio italiota. Se pensavo a Federico non vedevo camminare con lui né l’ombra di dio né l’ombra del diavolo. Era solo con la sua superbia e il suo disprezzo per se stesso. Avevo cercato da questa maschera l’assoluzione da qualcosa; volevo che una virilità falsa mi amasse e mi facesse sentire più vicino agli uomini. L’amore per un figlio di puttana non è una novità. E’ piuttosto un rito di passaggio a cui non mi sono sottratto, così come al cliché della puttana usata e tradita ma mai scopata P.S. Mentre scrivo le mie invettive contro la maschera del Teatro degli Ignoti ecco comparire tra le pagine di un romanzo di Pablo Simonetti, la carta dei tarocchi di Marsiglia numero sei. L’amourex.

(continua…)

 

(20 giugno 2021)

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