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mercoledì, Maggio 25, 2022

Ilaria Andaloro e il Teatro Civile come forma di resistenza ai sorprusi

di Giuseppe Sciarra

Ilaria Andaloro: trentina, appassionata, tenace e una vita votata al teatro. Da decenni calca le scene – inizialmente come attrice e adesso come regista assieme al suo compagno Fabio Gaccioli con cui hanno dato vita a Eleuthera Teatro. Eleuthera è una parola greca che vuol dire libertà, una dichiarazione d’intenti, un manifesto di chi vede nel teatro una missione, un atto civile e politico necessario soprattutto per i tempi bui che viviamo.

Credi che negli anni del liceo (che tu hai fatto) gli studi classici, al di là del loro aspetto formativo, possano forgiarti in modo profondo sul piano personale e spirituale? Quando hai studiato d’adolescente ad esempio la tragedia greca che impatto ha avuto su di te?
Credo indubbiamente che gli studi classici abbiano ancora un motivo di esistere, nonostante la cultura predominante stia andando in una direzione diversa, più tecnico-scientifica, tuttavia incontrare, da adolescente, materie quali la filosofia, la storia dell’arte, la letteratura greca e quella latina significa essere forgiati per sempre, odorare il profumo del Bello e porsi certe domande, fondamentali per l’essere umano. Aver dunque avuto la possibilità di studiare il teatro greco e di aver assistito alla rappresentazione teatrale di alcune tragedie classiche sicuramente mi ha insinuato una certa curiosità per il teatro stesso, che tuttavia avrei abbracciato in modo più approfondito solo più tardi. L’aspetto che più mi affascinava del mondo greco era proprio la centralità che il teatro rivestiva nella polis, nella città, il fatto che, ad esempio, in occasione delle rappresentazioni teatrali, tutto si fermasse, dai commerci alle guerre, permettendo a tutta la cittadinanza di assistervi. Qualcosa di potentissimo e di molto sovversivo, se ci pensi, ma anche di fortemente distante dal panorama attuale. Ecco, proprio questi aspetti, comunitari e rituali del teatro, diciamo anche politici in senso etimologico, sono gli stessi che avrei ricercato negli anni, mentre il ruolo di intrattenimento, che pur quest’arte possiede, onestamente non ha mai influenzato la mia ricerca e il mio interesse.

Mi hai confidato in privato che Amleto di William Shakespeare ti ha cambiato la vita in maniera radicale. Mi spiegheresti nel dettaglio cosa significa questo testo per te e cosa può significare per le generazioni future. Quanto Amleto potrebbe aiutare i giovani a comprendersi e a capire meglio questo mondo così difficile in cui viviamo?
Amleto di Shakespeare in effetti mi è particolarmente caro, e gli sono molto grata, poiché ha avuto un ruolo fondamentale in un momento ben preciso del mio cammino, permettendomi di lasciare per un po’ Trento, la mia città d’origine, e recarmi a Roma per approfondire gli studi e la tecnica teatrali in un’Accademia. Ma, in generale, credo che questa tragedia sia un vero e proprio exemplum del genere umano, ricca, com’è, di archetipi, di suggestioni, di rimandi, di simbolismi e dunque penso che chiunque decida di fare teatro abbia come il dovere, diciamo morale, di approfondirla. Non so, sinceramente, quanto possa aiutare i giovani d’oggi a comprendere meglio i deliri del loro e del nostro presente, ma so che, se venisse letta a scuola, aiuterebbe qualcuno tra loro a comprendere maggiormente, e ad accettare, le contraddizioni che fanno parte di ogni essere umano. E gli accadimenti più recenti, di aspetti contraddittori, ne rivelano davvero tanti.

Per un po’ di anni hai vissuto a Roma studiando teatro all’accademia teatrale Sofia Amendola. Come è stata quella esperienza? E come vedi l’attuale realtà teatrale di quella città?
Il percorso formativo teatrale maturato a Roma mi ha permesso di acquisire, in un tempo relativamente breve, diverse tecniche e soprattutto un’esperienza di palco che reputo molto preziosa; ricordo soprattutto i tanti viaggi fatti in Europa in occasione di vari festival teatrali e la bellezza di assistere a spettacoli, provenienti da tutto il mondo, per ore e ore di seguito. Tuttavia mi mancava qualcosa, che avrei continuato a cercare, e che tuttora rappresenta la destinazione del mio fare teatro, ovvero l’aspetto più sociale e socializzante, il senso di un teatro inteso come incontro, come scambio, come reciprocità, come strumento e non come fine, come tecnica o come semplice performance. L’Accademia, a mio parere, può darti gli strumenti ma poi sei tu stessa a crearti il tuo personale cammino artistico, a capire cosa stai chiedendo al teatro, cosa puoi e vuoi, tu stessa, donargli. E’ fondamentale, credo, scegliere poi accuratamente workshop e seminari che possano soddisfare le tue domande, anche se ciò che resta più importante è incontrare Maestri veri. E per questo non finirò mai di ringraziare Sandro Conte, fondatore di Teatro di Nessuno a Roma, un teatrante e pedagogo unico, indipendente, fuori dal sistema teatrale commerciale, che mi ha permesso di affiancarlo nei suoi bellissimi seminari teatrali toscani e dal quale ho imparato tantissimo, soprattutto che il teatro è un rito, sacro e misterioso, che esige autodisciplina, coraggio, amore. In merito alla realtà teatrale attuale della capitale non saprei dirti molto perché sono tornata a vivere a Trento da molti anni ma, da quello che posso leggere o seguire, forse non era e non è così aperta al nuovo e alle sperimentazioni come magari si penserebbe; sicuramente Milano o Torino presentano, credo, realtà più innovative e contaminate, dunque più moderne. Forse Roma vive ancora, nel teatro così come nel cinema, di glorie passate ma oramai superate ed è rimasta fossilizzata in una concezione di “spettacolo” legato più ai casting e alla fiction, ma, personalmente, questi sono ambiti che non mi hanno mai particolarmente interessata.

Qualche anno fa un attore si è ammazzato, c’è chi ipotizza che l’abbia fatto perché non reggeva più lo stress della professione. Alcuni attori dicono di ricevere molte pressioni dai registi e dai casting. Cosa ne pensi?
Lo vedo naturalmente come un aspetto orribile e drammatico, così come lo sono tutte le morti sul lavoro o causate dal lavoro, anche se per quanto riguarda questo triste episodio forse sarebbe il caso di dire dal non lavoro, da una precarietà, non così difficile da vivere se si abbraccia questa professione, che può portarti a gesti anche estremi. Forse si tratta anche di una difficoltà determinata dal voler mantenere una certa integrità, dal non scendere a compromessi, dall’incontrare “il potere” e voltargli la faccia. E non è certo facile, almeno, non per tutti.

Hai scelto il teatro sociale e civile che è un po’ scendere in trincea per un’attrice e un attore che lontani dai clamori e dal successo più effimero si confrontano invece in maniera diretta con la gente comune, spesso persone ai margini della società. Cosa pensi che possa fare e dare alle persone più fragili questo tipo di teatro?
Mi piace, Giuseppe, questa definizione che dai di teatro sociale e civile, che poi sono semplicemente due tra le tante declinazioni del Teatro, che tra le sue innumerevoli potenzialità contempla anche quella di essere inteso come Incontro, con l’essere umano e con le sue altrettanto innumerevoli differenze. Penso che il teatro cosiddetto sociale sia in realtà l’orizzonte attualmente più interessante, almeno così appare ai miei occhi, perché, sebbene lontano dai riflettori, pone luce sulla Persona. Non si tratta, a mio parere, tanto di un giovamento che può arrivare solo alle persone diciamo più fragili (aggettivo per altro piuttosto abusato), quanto di comprendere che quegli stessi tratti di “fragilità” sono presenti in ognuno di noi, nessuno escluso. Solo partendo da questa consapevolezza penso sia possibile svolgere questo tipo di lavoro in modo non retorico né tantomeno buonista, cercando di essere empatici, di sospendere il giudizio di fronte a certe situazioni, di sentirsi privilegiati di vivere esperienze umane e incontri così arricchenti. E’ poi altrettanto vero che il teatro diviene più potente e funzionale proprio là dove l’urgenza di dire e l’urlare le proprie richieste sono più forti.

Per un po’ di tempo hai fatto laboratori teatrali con persone con problematiche psichiche. Hai trovato degli ostacoli durante questa esperienza? Ti sei sentita supportata dagli enti a cui facevi riferimento?
Grazie di questa domanda, a cui tengo particolarmente. Sì, per sette anni ho avuto la fortuna di accompagnare Orme nel Vento, un gruppo teatrale formato principalmente da persone con vari disagi psichici, ma non solo. Si trattava di un gruppo integrato, in cui erano presenti anche giovani attori ed educatori del centro diurno frequentato da queste persone. Si è trattato di un cammino per me unico, che mi ha dato la possibilità di conoscere da vicino questo tipo di sofferenza e di imparare moltissimo da ognuno di loro. Partiti, si può dire, dal nulla, con pochi mezzi e tanti dubbi, siamo riusciti in questo arco di tempo a costruire, insieme, una compagnia teatrale, ognuno con le proprie peculiarità, portando in scena temi importanti quali l’impossibilità, per le persone che vivono questo tipo di disagio, di incontrare appieno l’amore (Cuori in gabbia, ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare) o la difesa della possibilità di sognare (All’ombra dei mulini a vento, ispirato a Don Chisciotte di Cervantes). Mi chiedi se ho avuto ostacoli durante questo cammino? Molti e sono arrivati tutti non certo dalle attrici e dagli attori meravigliosi con cui lavoravo, bensì dagli educatori che li seguivano, dai quali mi è sempre giunta la netta percezione, pur aiutandomi negli aspetti meramente organizzativi, che in realtà non desiderassero quell’emancipazione (che il teatro, inevitabilmente, dona) dei loro “utenti” (come li chiamavano loro, parola che ho sempre cercato di non usare poiché mi pare vada a reificare l’essere umano) ma che preferissero considerarli imprigionati nella loro condizione. Questo è un atteggiamento che, purtroppo, ho constatato spesso in certi contesti sociali e lavorativi, dove le persone che dovrebbero essere incentivate a rendersi più autonome e “libere”, in realtà vengono considerate, da chi li segue, degli eterni infanti. E’ una questione, come sempre, di potere, di mito del buono e bravo bianco occidentale che può permettersi di “colonizzare” chiunque egli consideri a lui “inferiore”.

Con il tuo compagno, l’attore Fabio Gaccioli, avete fondato EleutheraTeatro. Ci parli di questo progetto e degli obiettivi che vi siete assieme prefissati…
Io e Fabio Gaccioli stiamo cercando, con EleutheraTeatro, di portare avanti la nostra personale idea di teatro inteso, soprattutto, come Incontro con l’Altro che possa essere il più possibile inclusivo e rispettoso delle differenze. Lavoriamo con tutte le fasce di età, principalmente nelle scuole (che hanno compreso la necessità del teatro, dopo questi due ultimi anni drammatici, anche come strumento, per l’adolescente, di ricostruzione del proprio Sé ferito) ma non solo, anche con varie Associazioni, come Il Gioco degli Specchi di Trento che si occupa di migrazione e molte altre che danno ospitalità al nostro sentire e al nostro modo di intendere quest’arte anche da un punto di vista pedagogico. In questo momento abbiamo fortunatamente tantissimi progetti in corso e stiamo incontrando moltissime persone, davvero tutte diverse tra loro: bambini, adolescenti, adulti, persone con disabilità, richiedenti asilo… Ma vorrei parlarti, per concludere questa nostra intervista, di un progetto nato da poco, Lo sguardo dell’Altro, un percorso di teatro integrato destinato sia a italiani che a stranieri e richiedenti asilo. Durante l’ultimo incontro abbiamo chiesto ai partecipanti di raccontare un fatto della loro vita e abbiamo sentito risposte in ben sette lingue diverse: italiano, inglese, francese, urdu, arabo, spagnolo e giapponese. In quel momento ho pensato a tutto quello che stava accadendo fuori da quella sala teatrale (le guerre, le pandemie, gli episodi di razzismo quotidiano, i problemi, piccoli e grandi, di ciascuno di noi…) e mi sono sentita fortunata, dal trovarmi lì, in quel luogo-non-luogo, fuori dal tempo ordinario, che è lo spazio teatrale. Guardavo quelle persone, circa una trentina, così diverse, per biografia, età, esperienza, aspetto fisico, così diverse per le ferite subite…ma così in armonia tra loro, e pensavo che il Teatro potrebbe realmente essere modello di ri-fondazione di una nuova società, di una nuova Umanità, ormai allo sbaraglio. Forse è solo utopia, ma mi piace pensare che le utopie possano ancora salvarci.

(22 marzo 2022)

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