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sabato, Luglio 2, 2022

Paolo Annunziato, il compositore “british” del cinema italiano. L’intervista

di Giuseppe Sciarra

Paolo Annunziato, è un autore di colonne sonore che dopo aver studiato come compositore, orchestratore e direttore d’orchestra in Italia si è trasferito a soli 17 anni a Londra per inseguire il suo sogno di scrivere per il cinema e realizzarlo con successo. L’abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più sul suo affascinante mestiere.

Abbiamo una grande tradizione per quanto riguarda i compositori di musica da film: Ennio Morricone, Nino Rota, Stelvio Cipriani, Armando Trovajoli, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Claudio Simonetti (per citare quelli storici, perché poi ce ne sarebbero tanti altri). A quali di questi nomi italiani ti senti più affine?
Sono tutti grandissime ispirazioni per me. Non posso che inchinarmi al genio di Ennio, con il quale ho partecipato al tour estivo del 2018 in qualità di corista. È stato un grandissimo onore potergli stringere la mano! Nutro anche un grande sentimento nei confronti di Piero Piccioni. Un compositore incredibile, con una vita e una carriera sensazionale a cavallo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Invito tutti a riguardarsi “La Grande Guerra” di Monicelli facendo particolare attenzione alla magnifica colonna sonora. Tuttavia il compositore Italiano con cui mi sento più affine non può che essere Dario Marianelli: in quanto a stile di composizione e formazione mi sento molto più “British” rispetto ai compositori italiani nostrani. Mi ritrovo molto nello stile di Dario che è ormai diventato parte integrante del cinema inglese.

Suoni la batteria e il pianoforte, inoltre sei un cantante lirico;, mi sapresti dire che rapporto hai con i primi due strumenti e che cosa provi quando diventa invece il canto il mezzo con cui ti metti in gioco?
Il pianoforte è stato il primo strumento che ho iniziato a suonare a 6 anni. All’età di 9 anni iniziai a sentire una scarica ritmica dentro che non riuscivo a trattenere in nessun modo, tanto da iniziare a ticchettare con le matite sui banchi di scuola. Il mio maestro si rivolse a mia madre chiedendo di trovare una soluzione, e cosi iniziai a suonare la batteria. Ho portato avanti entrambi gli strumenti durante la mia adolescenza e sono le fondamenta su cui si basa il mio stile di composizione. Il canto è arrivato molto dopo quando ero ormai grande. Ho sempre cantato in ensemble vocali a scuola e tra amici, ma quando sono arrivato a Roma e lavoravo già come compositore mi sono dedicato allo studio del canto lirico in modo più serio. Una cosa tira l’altra e alla fine mi sono ritrovato a cantare in cori lirici molto importanti e a fare moltissimi concerti all’anno. Sebbene questa attività mi retribuisca abbastanza bene rimane comunque un “hobby” secondario al mio lavoro di compositore, ma ritengo molto importante cantare perché mi mantiene in contatto diretto con la realtà della musica. Mi spiego meglio. Nel mio lavoro è molto facile alienarsi dal resto del mondo; quando si passano giornate intere davanti al computer lavorando senza sosta per ore ed ore, a volte un compositore può dimenticarsi che la musica è fatta per essere eseguita da musicisti in carne ed ossa (orchestre, cantanti, strumentisti) e avere un rapporto costante con i miei colleghi musicisti mi aiuta a sentirmi parte di un gruppo dove posso esprimermi e confrontarmi. Vi immaginereste mai uno chef che passa anni a preparare prelibatezze senza mai assaggiarne neanche una?

Hai studiato a Londra in una scuola per musica da film, dunque nella tua formazione c’è una grande influenza di musica straniera, quali sono secondo te le differenze sostanziali tra i compositori italiani di colonne sonore e quelli di altri paesi?
Personalmente penso che la differenza più grande tra le colonne sonore Italiane e quelle straniere sia un effetto indirettamente generato dalla differenza di budget a disposizione per la musica. In Italia, avendo un budget più ristretto (così come tantissimi altri settori di una produzione cinematografica), ci si ritrova a dover mettere in piedi una colonna sonora con un minor numero di risorse rispetto a una produzione internazionale, e questo in parte fa si che il suono sembri più “rustico” all’apparenza. Tuttavia la qualità che contraddistingue gli Italiani è sicuramente il saper creare musica con amore e determinazione, e nonostante queste differenze di budget si riesce sempre a portare a casa un ottimo prodotto, che alla fine della fiera è ciò che conta veramente.

Com’è l’ambiente dei compositori di colonne sonore? Credi che ci siano delle differenze rispetto al mondo a cui gravitano i cantanti pop?
Le differenze sono talmente enormi che non si potrebbero mai mantenere sullo stesso piano. Chi fa il compositore di colonne sonore annulla totalmente il proprio ego perché non sta più creando arte per la propria figura di artista, ma sta invece contribuendo al successo di un’opera di cui fa parte in una percentuale molto piccola. Il compositore si mette alla pari insieme al montatore, alla comparsa, al fonico di presa diretta, al terzo aiuto regista, ed entra a far parte di una squadra. Mentre un artista di musica pop deve fare rapporto costantemente alla propria etichetta discografica o al suo manager, curando ogni più piccolo dettaglio della sua immagine di artista affinché venda più dischi possibili, il compositore di colonne sonore deve rispondere solo ed esclusivamente ai registi e ai produttori con i quali deve avere un buonissimo rapporto affinché si riesca a produrre il miglior film possibile. In teoria nessun ragazzo si mette a studiare colonne sonore pensando alla fama o ai dischi, ma dovrebbe essere mosso da una sola passione: l’amore per il cinema.

Quanto conta per un musicista che scrive colonne sonore il rapporto con il regista di un film? Ti è mai accaduto di rifiutare un lavoro perché non c’era feeling e stima con l’autore del film o perché magari la sua opera ti sembrava pessimo?
Il rapporto con il regista è fondamentale. Bisogna estraniarsi completamente e far si che si diventi uno strumento con il quale il regista riesca ad esprimersi al meglio. Bisogna avere pazienza ed entrare in contatto con la visione che il regista ha, le emozioni che prova, le proiezioni che immagina. Spesso si può essere in disaccordo su una determinata scelta ed in quei casi bisogna anche sfoderare le abilità di diplomazia per cercare di convincere il regista. Mi è capitato una volta di interrompere una collaborazione poiché il regista con cui stavo collaborando aveva un secondo compositore con il quale lavorava parallelamente a mia insaputa in modo tale da ottenere 2 versioni della colonna sonora tra cui scegliere. L’ho ritenuto un comportamento veramente scorretto, anche se purtroppo nel nostro ambiente non è raro che succeda.

Scrivi anche musiche per fiction televisive, a tal proposito ti volevo chiedere se riscontravi delle differenze nelle modalità di lavoro rispetto al cinema e se queste differenze ti piacciono…
La differenza tra serie TV e cinema è molto semplice. Un film in media dura 120 minuti. Una serie TV invece sommando tutti gli episodi può arrivare a durare anche più di 10 ore. Quindi quando si scrive la colonna sonora di un film il compositore scrive 20/30 brani ad hoc per le singole scene, in modo tale che calzino perfettamente gli avvenimenti del film. Per le serie TV invece sarebbe impossibile scrivere la stessa quantità di musica ad hoc; bisognerebbe scrivere qualcosa come 200 brani diversi. Oltre alla quantità spropositata di musica da scrivere c’è anche un problema di tempistiche da rispettare. Gli episodi di una serie non vengano mai consegnati tutti assieme, ma vengano inviati a puntate e lavorati man mano. Una volta ricordo che ricevetti il montaggio dell’ultimo episodio di una serie solo 5 giorni prima della messa in onda! La soluzione è semplice: quando si scrive per le serie TV anziché comporre brani ad hoc per una scena, bisogna creare un insieme di brani adattabili alle diverse scene e che possano essere montati velocemente al punto giusto. In questo modo nel momento in cui si riceve l’episodio di una serie non bisogna comporre musica da zero ma semplicemente montare un brano sulla scena e adeguare i volumi e i tagli.

 

(19 maggio 2022)

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