di Rosetta Perfetta
Parlare dell’infanzia trans in Italia nel 2025 significa camminare su un crinale stretto: da un lato la paura sociale – talvolta sincera, spesso ideologica – di sbagliare verso una persona che non ha ancora raggiunto la maggiore età; dall’altro la consapevolezza che l’infanzia e l’adolescenza sono fasi in cui l’identità di genere non è un gioco estetico, ma una questione di vita o morte, nel senso più concreto possibile. Il ddl Schillaci–Roccella si muove in questo spazio come un elefante in un vivaio: con intenzioni dichiarate di protezione, ma con strumenti che rischiano di diventare dispositivi di controllo.
Un registro nazionale dei minori che intraprendono percorsi medici è un atto forte: tecnicamente è un database clinico, ma politicamente è una schedatura, perché non riguarda patologie rare o sperimentazioni farmacologiche, bensì la vita intima di ragazzi e ragazze. È come dire loro: “Ti vediamo, ti stiamo segnando, e la tua scelta è eccezione da osservare”.
Un messaggio di questo tipo, a chi sta già lottando per essere riconosciuto, non offre protezione, ma un senso di sorveglianza.
La narrazione ufficiale insiste sul fatto che “si evita che il minore prenda decisioni irreversibili”: eppure, paradossalmente, proprio i bloccanti della pubertà – oggetto del dibattito – sono reversibili per definizione. Il ddl li rende più difficili da ottenere, inserendo step burocratici, comitati etici, autorizzazioni centralizzate. Ogni mese di attesa può trasformarsi in un corpo che cambia nella direzione sbagliata, in un dolore muto che il linguaggio della legge non coglie.
Non si tratta di favorire un “liberi tutti”, ma di riconoscere che la sofferenza legata alla disforia di genere non si ferma perché lo decide un ministero.
C’è poi la questione dell’ascolto. Nessuna delle associazioni di famiglie con figli trans, né le reti di persone transgender adulte, è stata invitata a partecipare ai tavoli tecnici. È un dettaglio che pesa: quando a decidere sul tuo corpo sono solo altri – spesso lontani dalla tua esperienza – si crea un paternalismo che sa più di diffidenza che di cura.
Infine, la scuola: il ddl prevede che i genitori vengano informati se un ragazzo o una ragazza usa un nome o un pronome diverso a scuola. Da una parte è comprensibile: il coinvolgimento familiare è fondamentale; dall’altra, però, questa norma ignora che proprio in famiglia possono esserci le prime forme di ostilità e violenza. In questi casi, la scuola può essere l’unico luogo di respiro per un giovane. Costringerla a “segnalare” rischia di togliere anche quello spazio.
In sintesi, più che una legge che accompagna, questo ddl sembra una legge che sorveglia. E l’infanzia trans, già fragile, rischia di diventare terreno di scontro ideologico, invece di ricevere ciò di cui ha davvero bisogno: tempo, ascolto, percorsi personalizzati e soprattutto fiducia.
La vera domanda è: perché ci fidiamo così poco dei nostri figli? Perché ci sembra più pericoloso credere a un ragazzo o a una ragazza che ci dice “io sono così”, piuttosto che mettere in piedi un sistema di controllo?
(6 agosto 2025)
©gaiaitalia.com 2025 – diritti riservati, riproduzione vietata
