di Lonsito De Toledo
“Io sono notizia” riecheggia deliberatamente “Io sono leggenda”, ma non si limita a una citazione ammiccante o a un gioco di parole pop. È una parafrasi che opera uno slittamento radicale, perché prende un titolo carico di densità tragica e lo svuota del suo senso originario, piegandolo a un’operazione di auto-mitizzazione perfettamente coerente con il tempo mediatico in cui nasce. Non è un omaggio, ma una sostituzione: dove c’era un destino, ora c’è una strategia.
Nel romanzo di Richard Matheson, e ancora di più nel suo nucleo concettuale più profondo, la leggenda non è mai una scelta del soggetto. È un effetto collaterale, una conseguenza imprevista, quasi una condanna. Il protagonista diventa mostro non perché si proclami tale, ma perché viene percepito come anomalia da una nuova comunità che ha già stabilito le proprie regole, il proprio linguaggio, il proprio ordine simbolico. La leggenda nasce dallo sguardo degli altri, non dall’autonarrazione. È qualcosa che accade quando il mondo cambia e l’individuo non riesce più a starci dentro.
Per questo la leggenda di Matheson è intrinsecamente tragica. È costruita sul rovesciamento del punto di vista, sull’espulsione dal centro, sulla perdita di ciò che era considerato “umano” come misura del reale. Diventare leggenda significa smettere di essere contemporanei a se stessi. Significa essere consegnati a uno sguardo che non coincide più con il proprio, a una narrazione che non si controlla, a un giudizio che arriva sempre dopo, quando ormai non è più possibile replicare.
Nel titolo della docuserie, invece, accade esattamente l’opposto. La notizia non è ciò che resta dopo la distanza, ma ciò che viene prodotto in tempo reale, incessantemente, dal soggetto stesso. Non è un residuo, ma un flusso. Non è il risultato di uno scarto, ma la sua negazione. Non c’è alterità, non c’è incomprensione, non c’è isolamento. C’è un io che si autodefinisce, si autocertifica, si mette al centro del campo visivo e dichiara: esisto perché occupo spazio mediatico.
Qui non c’è tragedia, perché non c’è perdita. Non c’è passaggio, perché non c’è fine. La notizia non implica un dopo, non ammette silenzio, non tollera sedimentazione. È una forma narrativa che vive solo nel presente continuo, che si consuma mentre si produce, che non lascia resti. Dove la leggenda era una forma di consegna al tempo, la notizia è una forma di resistenza al tempo.
“Io sono leggenda” implica un esito irreversibile. Diventare leggenda significa non appartenere più al presente, essere trasformati in racconto da una comunità che guarda da fuori, che giudica, che interpreta. È un movimento che va dall’esperienza al mito, dalla vita alla narrazione. “Io sono notizia”, al contrario, blocca questo movimento. È una formula eternamente al presente, che non accetta la distanza necessaria al giudizio storico. Non vuole essere interpretata, vuole solo essere replicata.
La frase funziona come un atto performativo: non descrive una condizione, la produce. Finché parlo, finché appaio, finché genero rumore, esisto. E nel momento in cui smetto di occupare spazio, smetto di essere. Non c’è possibilità di silenzio fecondo, non c’è attesa, non c’è trasformazione. Tutto deve accadere ora, e subito essere sostituito da qualcos’altro.
C’è poi un altro slittamento cruciale, forse il più rivelatore. La leggenda, nella sua accezione forte, nasce malgrado il soggetto. Spesso contro la sua volontà, talvolta contro il suo stesso interesse. È qualcosa che eccede il controllo individuale. La notizia, invece, nasce qui per volontà del soggetto. È pianificata, amministrata, gestita. Non è il mondo che racconta Corona: è Corona che produce il mondo narrativo in cui stare.
Il titolo, da questo punto di vista, non suggerisce una riflessione sul mito, ma la sua gestione quotidiana. Non l’emergere di un racconto collettivo, ma la sua programmazione. La notizia diventa un bene rinnovabile, una risorsa da estrarre, un meccanismo da tenere in funzione. Non importa cosa accade, importa che accada qualcosa che possa essere raccontato.
La parafrasi, dunque, è profondamente rivelatrice. Sostituisce alla dimensione tragica della leggenda una dimensione puramente funzionale. Dove la leggenda chiedeva tempo, distanza, elaborazione, la notizia chiede velocità, reiterazione, circolazione. Non importa essere giusti o sbagliati, colpevoli o innocenti. Importa essere visibili. Importa essere continuamente narrabili. Importa non uscire mai dal flusso.
La notizia non chiede profondità, chiede traffico. Non chiede comprensione, chiede attenzione. È una forma di esistenza ridotta a frequenza, a presenza misurabile, a occupazione dello spazio simbolico. E in questo senso diventa perfettamente compatibile con un’epoca che ha smarrito il valore del giudizio a favore dell’impatto immediato.
Così, dove “Io sono leggenda” parlava della fine dell’eccezione e dell’inizio di un nuovo ordine – in cui ciò che era umano diventa minoranza, residuo, memoria – “Io sono notizia” celebra l’eccezione permanente. Non un uomo che diventa racconto perché il mondo è cambiato, ma un uomo che costringe il mondo a ruotare attorno al proprio racconto, impedendo che si depositi, che si chiuda, che venga davvero compreso.
È una differenza enorme, che va ben oltre il singolo personaggio. Dice molto del nostro rapporto con il tempo, con la memoria, con la responsabilità. Dice molto di un’epoca che preferisce l’eco al giudizio, la presenza alla comprensione, la reiterazione alla fine. Un’epoca in cui non si diventa più leggenda perché si è stati superati dalla storia, ma si resta notizia per non dover mai fare i conti con la storia stessa.
